Wild, immersione nella natura dei ricordi

Nella maestosa foresta verde, guardata da un cielo che abbraccia l’intero ambiente, gli alberi quieti parlano tra di loro. Silenzio. Si sentono le foglie mosse dal vento. Quasi riusciamo a percepire il battito cardiaco di una roccia. Proprio su un ampio ammasso roccioso giunge una ragazza, sola, trasportando un vistoso e pesante zaino ingombrante sulle spalle. Ferma ad ammirare il paesaggio, ma soprattutto per riposarsi, decide di prendersi una pausa. Si spoglia delle sudate scarpe e notiamo come i piedi siano notevolmente consumati, logorati dall’impegnativo viaggio che la vede come protagonista. Cheryl Strayed sta percorrendo il Sentiero delle creste del Pacifico, considerata una sfida che deve riuscire a superare con le sue sole forze e con le attrezzature da campeggio che si porta con enorme fatica sulla schiena. Notiamo che il viaggio di Cheryl si fonda su qualcosa di più profondo, sulla propria redenzione nei confronti di avvenimenti passati, grazie ai numerosi flashback che cospargono il film, il quale prende le sembianze di un puzzle riflettente alcuni momenti dei suoi ricordi. Spesso Cheryl è sull’orlo di cedere, pentendosi di aver intrapreso quell’impresa.

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La fatica di montare una tenda, di mettersi lo zaino o solo di rialzarsi in piedi dopo una breve pausa, la paura della notte, di rimanere da sola, sono elementi che indicano una forza di volontà minata alle fondamenta, colpita dalle difficoltà del viaggio intrapreso. Ma l’obiettivo è troppo importante per tirarsi indietro a passo già compiuto, a sterpaglia, a pietra già superata. Sebbene il suo cognome, “Strayed”, significhi letteralmente “randagio”, “vagante”, come se avesse insito nel suo DNA un animo selvaggio, indipendente dal mondo ma all’interno della foresta, la ragazza non sembra essere in sintonia con la natura.
Dopo Dallas Buyers Club, Jean-Marc Vallèe torna sullo schermo con Wild, lungometraggio che tenta di narrare le gesta della storia vera di Cheryl Strayed descritta nel suo libro Wild: From Lost to Found on the Pacific Crest Trail. La scelta registica di creare il film sottoforma di lunga linea temporale presente inframezzata da brevi flashback in cui osserviamo i ricordi di Strayed non aiuta a penetrare affondo nella mente della ragazza e a percepire il dolore che prova, anche a causa della recitazione della Witherspoon non proprio in armonia con la parte a lei affidata.

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La Strayed di Witherspoon ha difficoltà a trasmetterci la fatica fisica e mentale che è disposta a sopportare pur di giungere alla conclusione di un viaggio in cui, immersa nel nulla desertico, viene colpita più volte dal passato come fosse una serie di pallottole destinate a tormentarla e a provocarle nostalgia. La macchina da presa di Vallèe è leggermente dinamica nei movimenti, intenta ad osservare la ragazza mentre monta la tenda o mangia un pasto freddo e senza troppe risorse energetiche, la segue mentre cammina, si sofferma su mani, capelli e piedi. Un viaggio registico composto da una camminata solitaria nei pensieri di una donna che deve riconfermarsi e rivalutare i pesi e i rimorsi della sua vita. Il confronto con l’altro film dalla tematica selvaggia, Into the Wild – Nelle terre selvagge di Sean Penn è immediato, come sono immediate le differenze sostanziali tra i due. L’opera di Vallèe non riesce a colpire profondamente lo spettatore, ad immergerlo nella natura selvaggia, grande protagonista che nel film di Penn, insieme ad Emile Hirsch, riesce invece a concretizzare e a dare al tutto un tocco di tangibilità reale, mentre nel primo l’interpretazione della Witherspoon sembra soccombere in mezzo al travolgente selvatico che la circonda. La ragazza sembra cedere in qualsiasi momento, mentre successivamente si rialza, ma non riusciamo a percepirne lo sforzo fisico, né l’intensità dei movimenti e il dolore nel volto. Un puntino di carne ed ossa, ma senza visibile e concreta sostanza, capace di raggiungere la meta ambita grazie non tanto alle proprie energie nell’oltrepassare ostacoli desertici costituiti di fogliame e rocce, quanto invece grazie ad una forza (registica) invisibile e lieve.

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Selma, la marcia morale celebra il coraggio della parola

1964. King si prepara accuratamente la cravatta mentre ripete davanti allo specchio il discorso che accompagnerà la celebrazione del premio Nobel per la pace ad Oslo. La tensione lo porta a cambiare le frasi, le parole, il tono di voce, testimoniandone l’importanza etica e vitale e quanto dietro tale discorso ci siano migliaia di vite di neri emarginati e vessati dallo Stato e dall’uomo bianco. Una tensione smorzata soltanto dai tentativi della moglie di rilassarlo, accarezzandogli le spalle, calmandolo. Ma benché Martin Luther King (David Oyelowo) abbia espresso il suo più intimo sogno, denso di parole d’amore e di rispetto per la gente che rappresenta, davanti ad una platea di uomini illustri quale è quella di Oslo, il pregiudizio nei confronti di persone diverse solamente per il colore della pelle caratterizza le azioni degli uomini e delle donne bianche, e la violenza cieca e ipocrita non cala. Vittima di tali azioni è Amy Lee, donna nera che esige il diritto di votare. Tuttavia, l’impiegato dell’ufficio pubblico non è d’accordo a concederle l’onore di nominare il candidato di preferenza repubblicano o democratico che sia, assolutamente contrario all’idea che un individuo di colore possa soltanto prendere in mano una penna per esprimere un parere politico. Dopo averle posto una serie di domande con fare intimidatorio riguardo i giudici dell’Alabama, Amy Lee non sapendo tutti i nomi precisi di questi si vede negato il concesso al voto.

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Intimidazione e paura sono le armi che più colpiscono la gente di King, aggredita fisicamente e moralmente dalle mani della società. La segregazione razziale non è giunta al termine con l’annunciazione del celeberrimo discorso, il quale sembra rappresentare solamente una flebile speranza incorniciata intorno da una serie di assurdi omicidi a sfondo razziale e da ripetute violazioni di libertà personali. Ava DuVernay dona uno scenario in cui il protagonista di colore sembra andare incontro a sole sconfitte, portandolo a confrontarsi più volte col presidente Lyndon Johnson (Tim Wilkinson), favorevole alla sua causa, ma non troppo. Una intrinseca diffidenza giace nel suo animo. Il duello dialettico tra King e Johnson riflette quello fisico tra gli agenti di polizia americani e la popolazione di Selma, in cui si manifesta l’incontrollata violenza dei bianchi nei confronti di neri impotenti durante le varie marce. Mentre il loro pastore vede le immagini dei massacri in televisione.La volontà di lottare per la libertà, per l’uguaglianza, semplicemente per la vita, e divenire una comunità unica, una nazione senza divisioni, la forza di farcela animano i cuori dei principali manifestanti che non si arrendono al primo pestaggio della marcia iniziale, ma continuano mentre anche le brutalità subite nelle loro pelli continuano. Tramutare il discorso di King per l’umanità intera in azione pacifica. Non rimanere in silenzio di fronte agli episodi, ma far sapere al mondo, tramite televisioni e giornali, il limite dell’ignoranza cosa è capace di compiere grazie alle mani e ai manganelli del potere.

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La crociata morale mostrata dalla DuVernay è accompagnata da una importante vena politica al suo interno, capace di penetrare sino all’interno del nucleo familiare e scombussolarlo, creando attriti. Secondo J. Edgar (Dylan Baker), “King è politicamente degenerato”. La sua ipocrita cecità lo porta ad entrare nell’intimità della famiglia King e creare tensione. Attaccare lì dentro, nel suo interno, è la tattica del massimo rappresentante del Federal Bureau, mano dello Stato, capace di manipolare le vite dei cittadini a proprio piacimento, che disarciona le pareti familiari per spingersi verso il nucleo della vita privata. DuVernay presenta uno scenario in cui una parziale ottusità politica tenta con ostinazione di allontanare il futuro prossimo e il progresso che ne deriva, il mondo che cambia, il miscuglio di razze tanto temuto dal governatore dell’Alabama, George Wallace (Tim Roth). Un panorama in cui la parola è l’arma più potente che il cittadino può impugnare nei confronti di uno Stato oppressore.

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In Selma si contano un maggior numero di dialoghi e discorsi rispetto a quello della visione di maltrattamenti e prepotenze, segno che la facoltà di parlare, di esprimersi, di enunciare le proprie sentenze supera la vigliaccheria dell’odio senza coscienza e motivato da futili cause. La parola contro la brutalità gratuita. DuVernay ci spinge ad entrare non tanto nella testa di King, ma in quella delle migliaia persone di colore vessate dal pregiudizio. I numerosi ed intensi primi piani che ci vengono forniti dalla sua regia ci presentano volti stanchi di stare in trincea a sopravvivere, rinchiusi in quella gabbia rappresentata dal braccio politico dell’uomo bianco stritolatore. “Un uomo si alza in piedi solo per esser buttato giù”. Ma l’invito di King, incorniciato spesso da una luce quasi angelica che lo eleva a qualcosa di più di un semplice uomo, aumentando la portata pastorale della sua posizione di predicatore, è quello di avanzare per i propri principi, passo dopo passo, mattone su mattone, fino a giungere all’obiettivo.
Ogni persona calpestata, malmenata è un pezzo di libertà che si allontana, ma anche un pezzo di ignoranza che si palesa. Il lontano Vietnam e la causa nera testimoniano due guerre ideologicamente ingiustificabili, simboli di sconfitte morali in cui le vittime inermi sono picchiate da odio iniquo. Fondamentali sono il dialogo, sempre libero da catene costrittrici, e l’informazione, anch’essa svincolata da amoralità di ogni sorta, di un giornalista che racconta con le lacrime agli occhi cosa sta accadendo.

All the wilderness, in attesa di manifestarsi

Immerso nella verde tranquillità del bosco, James Charm (Kodi Smit-McPhee) si concede un momento di solitudine, accompagnato soltanto dal suo quaderno. Illuminate dai raggi del sole che trafiggono le chiome degli alberi, le pagine ci mostrano un elegante raffigurazione di un uccello con scritto accanto “causa di morte”. Inoltre, vediamo, in un’altra pagina, “William Charm”, suo padre. James decide di terminare la sua permanenza nel bosco, quando incontra un gruppo di ragazzi. Un po’ intimorito ma allo stesso tempo sicuro di sé, tramite un biglietto James dichiara la sua sentenza tanto dura quanto inaspettata, ossia uno dei ragazzi morirà. Detto ciò, scappa, corre tra gli alberi e le frasche, convinto di quale sia la sua meta. Appena uscito dal bosco, si ferma, più precisamente rimane immobilizzato di fronte alla vista di un ponte. La pausa dalla corsa permette all’altro ragazzo, di cui è stata predetta la futura morte, di giungere da james e di tirargli un pugno in pieno volto.

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È difficile che un occhio nero passi inosservato, soprattutto al cospetto della propria madre, che tra la quasi rassegnazione di avere un figlio che parla di argomenti strani e, allo stesso tempo, la forza e la volontà materna di aiutarlo, lo esorta a smettere di andare a dire alle persone che esse moriranno. E lo invita a seguire le sedute e i consigli del dottor Pembry (Danny DeVito). Malgrado la contrarietà, James è costretto a vedere il dottore. In sala d’attesa, coglie l’occasione per parlare con una ragazza intenta a leggere un libro, pure lei frequenta la clinica. Successivamente, il colloquio con Pembry non sembra portare proficui risultati e il ragazzo si prende una pausa andando in bagno. Momenti in cui ne approfitta per scappare dallo studio del medico. Passato l’angolo dell’edificio, la stessa ragazza conosciuta precedentemente, Val (Isabelle Fuhrman), dalla scala antincendio lo vede e gli chiede dove stia andando. James, senza tante alternative, risponde che sta tornando a casa. “Non è molto ambizioso”, dice Val.

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La selvaticità è un luogo di paura e meraviglia, dove tutte le cose vanno a vivere e dove tutte le cose vanno a morire, ed ogni uomo ha la sua. Così recita l’incipit di All the wilderness, parole di James, parole di suo padre. Tale selvaticità è un emozione che permea tutto il film e la stessa vita del protagonista, rispecchiata anche nelle sue letture di romanzi come Moby Dick o i poemi di Sandburg. Egli possiede una volpe, un babbuino, un lupo dentro di sé, con zanne affilate ed è la stessa selvaticità che glielo ha donato e deve saperlo domare, senza perderlo o manifestarlo troppo. Michael Johnson ci mostra la vita di James attraverso una macchina da presa che gli sta vicina, come se fosse la sua unica e vera amica. Lo accompagna nella sua passeggiata nel bosco. Scruta le pagine del suo quaderno. Gli sta dietro durante la sua fuga e immediatamente stacco in nero nel momento in cui gli viene sferrato il pugno. Il regista utilizza lo strumento cinematografico in modo da infondere alle vicende un intrinseco dinamismo, muovendosi intorno ai personaggi, retrocedendo per non esser troppo invadente, usando un leggero quanto gradevole e azzeccato effetto fuori fuoco, creando quella sorta di aria che distanzia pure noi dal soggetto ripreso. Un’aria intrisa di malinconia, come si percepisce durante l’intero lungometraggio, e una consapevolezza delle cose effimere, una sensazione che ci arriva anche grazie alla colonna sonora densa di una fragilità tangibile. Johnson presenta un pezzo di vita in cui un periodo caratterizzato da uno stato di precarietà stabile può essere portato ad uno stadio di decisionalità tanto improvvisa quanto benefica, sprigionando una vitalità nascosta, non conosciuta, che solo la “selvaticità inquieta, in attesa” può svelare.

Maraviglioso Boccaccio: storie di passato e contemporaneità

Nel 1348 la peste attanaglia Firenze con le sue vie lunghe e strette piene di silenziosa morte. Il solo rumore è quell’incessante calpestio di zoccoli trainanti carri di disperazione; sopra di essi decine e decine di corpi ammassati, dilaniati da quell’orribile malattia che fa mute le anime in pochi giorni. Una fastidiosa campanella annuncia l’arrivo dei monatti in ogni angolo di strada. Si fermano, prelevano una madre e sua figlia mentre il padre, osservando con gli occhi di chi non crede alla fine della propria vita, si butta su di loro a proteggere quei corpi puri di amore. Poche persone hanno il coraggio di camminare all’interno della città; nessuna si avvicina all’altra e con la testa china ognuna riprende la propria strada in fretta, come se anche il solo guardarsi negli occhi fosse contagioso, pauroso. All’improvviso un scia celeste di vesti ondulanti attraversa furtivamente e velocemente le stradine della Firenze antica, fino ad arrivare ad una chiesa; entrano, voltandosi indietro per evitare di essere viste. Sette ragazze si ritrovano insieme in quella chiesa buia e abbandonata, tremanti dalla paura anche della sola aria che respirano; qui alcune di loro abbracciano chi li stava aspettando: tre ragazzi sbucano dall’oscurità e baciano appassionatamente le rispettive fidanzate. Tra pianti di chi non ce la fa più a sopportare di sopravvivere tra la morte e la vita, decidono tutti insieme di partire il giorno seguente per andare a vivere in collina a respirare aria più pulita e distaccarsi dalla morsa letale che è diventata la loro amata città. Arrivati in quella bella villa di campagna subito i ragazzi decidono di darsi delle regole e incominciano a vivere i primi giorni in tranquillità, anche se in ognuno di loro aleggia ancora il ricordo di quella campanella incessante di morte, quello strepitio di carri, quei corpi abbandonati da Dio.

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Per passare il tempo i dieci ragazzi decidono di raccontarsi delle storie; ogni giorno infatti uno di loro prenderà la parola e racconterà agli altri le proprie novelle: storie di amore, passione, cieco divertimento, morte e disperazione; un riflesso incondizionato della loro esistenza. Vengono così alla luce le storie della bella Catalina e del Gentile Carisendi, del matto Calandrino, della tormentata Ghismunda e del suo Guiscardo, della badessa Usimbalda e dello sfortunato Federigo degli Alberighi. Passati dieci giorni, così come sono passate le loro dieci storie, la nostalgia dalla loro città arde nei loro cuori e improvvisamente sotto una pioggia purificatrice e salvifica salutano l’arrivo di una nuova vita.

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“Maraviglioso Boccaccio” è un meraviglioso dipinto di umanità al cui interno punteggiano i sentimenti di una vita intera. I protagonisti non sono quei ragazzi o i loro personaggi raccontati, bensì le loro paure, le loro ansie, le  loro speranze e i lori amori. Quei sentimenti, quelle sensazioni che accomunano i giovani di un tempo a quelli di oggi; quella paura di vacillare, di non farcela, ma anche quella grande voglia di vivere e di apprezzare lo stare insieme, vengono amplificati nel nostro tempo. Così quella Firenze pestilenziale ricorda l’Italia di oggi: gruppi di giovani che se ne vanno perché non vogliono sopravvivere, ma vivere, cercando tranquillità e serenità altrove, ma con la nostalgia di una terra amata e con la voglia matta di tornare per potersi dire: “rinizio da qui, da dove sono partito”.

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I fratelli Taviani hanno enfatizzato il valore stesso dei sentimenti espressi nel loro film, grazie all’uso di una fotografia particolarmente scenica: la macchina da presa si sofferma sempre a individuare il paesaggio che contorna le storie; un paesaggio che è sempre riflesso dell’intima sensazione umana provata in quell’istante. Inquadrature quindi che ricercano l’essenza ma che allo stesso tempo suggeriscono una potente visione del tutto. La luce poi, gioca un ruolo fondamentale: a metà tra la vita e la morte, si delineano gli oggetti, i visi, le azioni compiute dai personaggi richiamando così quel famoso gioco di ombre tipico di Caravaggio. I colori, come la luce, hanno un uso particolarmente metaforico: solo le vesti delle fanciulle nella villa di campagna, così vivide, incarnano quella speranza di vita che pulsa dentro i loro corpi. Come la natura, in questo caso, è portatrice di morte, la donna, alla stessa maniera, è portatrice di vita. Di notevole rilievo sono da citare quindi Simone Zampagni per la fotografia, Lina Nerli Taviani per i costumi e tra gli attori, Kim Rossi Stuart, per la sua strepitosa interpretazione teatrale di Calandrino, così come la regia dei Fratelli Taviani, che ha ricostruito e reinterpretato con originalità e semplicità la meravigliosa opera letteraria di Boccaccio: il Decameron.

Whiplash, sangue, sudore e talento

Da un corridoio corredato di specchi ai lati scorgiamo un ragazzo seduto sul suo sgabello di fronte allo strumento, grazie al quale mostra il suo talento. Rullate su cassa e tamburi, Tutto quello che serve per dare ritmo al film, in Whiplash dinamico come lo è il jazz e che in certi momenti tocca fisici limiti sfrenati. Andrew Neiman (Miles Teller) è il batterista protagonista del suo desiderio, ossia diventare uno dei grandi. Non a caso egli è iscritto al prestigioso conservatorio Sheffer, nel quale crescono ed escono solo dei “grandi”. Ma è necessario che il musicista che tenta il suo sogno sia già dotato di per sé di abbondante estro creativo, ma soprattutto di notevole personalità. Neiman capisce immediatamente che non sarà una passeggiata, poiché nel luogo silenzioso e poco luminoso dove si sta esercitando irrompe il rinomato maestro Terrence Fletcher (J.K. Simmons, fresco di Oscar come Miglior attore non protagonista), alla ricerca di musicisti. Alla vista di quest’ultimo, Neiman ferma il suo esercizio. Fletcher gli chiede il motivo della sua interruzione. Allora il batterista ricomincia, ma non è quello che intendeva dire il maestro, che lo etichetta come “scimmia irascibile”. Dopo essersi levato la giacca, Fletcher invita Andrew a mostrare cosa è capace di fare. La prova non è risultata positiva per il batterista, ma colui che si trova a dover affrontare è un uomo tutt’altro che amichevole. Fletcher ha notato però qualcosa nel ragazzo, tanto da inserirlo nella sua classe di aspiranti professionisti della musica.

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Stanza B16, ore 9:00, puntualità cronometrica. Andrew si trova a ricoprire il ruolo di secondo batterista, con la funzione di voltare pagina al batterista titolare dell’orchestra di Fletcher. Non importa. Neiman avrà l’opportunità di farsi valere e di mostrare le sue capacità. Ma la disciplina ferrea, quasi militaresca, di Fletcher tende a spremere il corpo e la mente di ogni musicista in sala, a volere di più e sempre di più. Un maestro talmente aggressivo da scagliare una sedia verso Andrew mentre sta suonando per la prima volta il pezzo che dà il titolo al film, Whiplash, dopo aver sostituito il batterista titolare. Colpo mancato per fortuna, ma significativo della sua esigenza nel pretendere l’oltre dal suo allievo. Con la sua arroganza tipica di un sergente, Fletcher assomiglia al lontano Hartman di Kubrick, violento, spietato, quasi divertito nel vedere i suoi allievi (soldati) subire le percosse psicologiche che procura loro mentre tiene le lezioni. L’analogia col personaggio di Full Metal Jacket ci porta ad osservare anche un episodio estremo che li collega. Caratterizzato da un eccessivo sentimento sadico, Hartman porta addirittura un soldato del suo gruppo al suicidio, come difatto accade anche in Whiplash. Fletcher rimane sconvolto da una telefonata improvvisa che lo informa della morte di un suo ex allievo. Molto probabilmente portato alla morte a causa proprio dell’incredibile stress provocato dalle lezioni estreme del maestro. Stesso atteggiamento violento che ha portato Neiman a vedere le proprie mani insanguinarsi dopo una serie di esercizi sfiancanti.

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Damien Chazelle ci mostra un legame simbolico tra Neiman e Charlie Parker, mostrandoci una sedia lanciata da Fletcher che si riflette con il piatto che Jo Jones scaraventò in testa a The Bird, perché questo, si dice, aveva sbagliato l’entrata di una battuta. Da quel momento in poi, Parker è diventato il Parker che conosciamo. Da quanto detto possiamo quasi intravedere nella cattiveria del maestro della Sheffer un tentativo di estrapolazione del talento nascosto di Neiman. Un tentativo che si rivela spesso estremo, portando le mani dell’allievo a coprirsi di sangue. Un tentativo tanto rude quanto benefico per l’allievo, se egli, dopo aver subìto gli impeti verbali e psicologici del maestro, si distingue poi per una forza di volontà maggiore della durezza delle lezioni di Fletcher. Spronare a fare sempre meglio è ciò che vuole. Sentirsi dire “hai fatto un bel lavoro” o, peggio ancora, un “ottimo lavoro”, sono secondo il maestro delle frasi che possono bloccare la determinazione e smettere così esercitazione, allenamento e l’istinto creativo dell’allievo.

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Sudore e fatica sono elementi costanti del film di Chazelle, la volontà, o la costrizione da parte di un’altra persona, di passare il limite e quindi di vedere le proprie capacità elevarsi. La macchina da presa si sofferma spesso sui volti dei personaggi principali, dai tratti rudi e cinici del maestro alle gocce di sudore nel viso stravolto di Neiman, fino alle escoriazioni nelle sue mani. I movimenti di macchina sobri, mai pretenziosi, e il montaggio ritmico di Tom Cross (vincendo l’Oscar come Miglior montaggio) come il jazz suonato dalle orchestre di Fletcher creano un dinamismo che pare modulato secondo una tablatura invisibile che regge l’intero film, come se la successione delle inquadrature e l’energia che caratterizza alcune scene, in cui osserviamo gli enormi sforzi fisici di Andrew alle prese con uno strepitoso Caravan, fosse governata da un pentagramma immaginario in cui le note sono sostituite dai frame di Whiplash. Colpo di rullante, stacco. Serie di sax, stacco. Volto di Andrew, stacco. Mani di Fletcher, stacco. Ride, stacco.
Vincendo anche l’Oscar come Miglior sonoro, Chazelle, da buon conoscitore di musica jazz, insieme al responsabile della colonna sonora Justin Hurwitz e al compositore Tim Simonec, creano un’atmosfera in cui il grande protagonista musicale, costituito dalla musica jazz suonata sia dalla Big Band Jazz di Fletcher sia singolarmente da Neiman, è accompagnata dallo spirito di sacrificio di un ragazzo che non vuol esser solamente un batterista qualunque e vuol vedere il suo talento realmente apprezzato anche da direttori di alto livello come appunto Fletcher del prestigioso Sheffer. Ma è proprio quest’ultimo, un sergente Hartman versione jazz, che, con metodi poco ortodossi ed esercitazioni estenuanti che rischiano di portare una persona all’esaurimento psicofisico, tenta di estrapolare tutto il potenziale dal ragazzo, un talento che solo con traumi e violenze può essere manifestato e reso evidente.

Birdman, l’uomo che vola tra riconferma e ignoranza

Riff di batteria. Si parte. La giornata di Riggan Thomson (Michael Keaton), attore e regista teatrale pronto ad esibirsi nel suo riadattamento di un’opera dello scrittore Raymond Carver, incomincia meditando, nella calma più assoluta nel suo camerino, durante un atto di concentratissima levitazione a gambe incrociate, finché sua figlia Sam (Emma Stone) non lo contatta al pc ed egli è costretto a tornare letteralmente coi piedi per terra. Una chiamata veloce per sapere il tipo di fiori che egli voleva. Riggan si siede, stavolta su una sedia, di fronte al suo specchio dal quale intravediamo un poster dietro di lui in cui è ritratta una persona vestita con un bizzarro costume da uccello. È il famoso Birdman, personaggio che proprio Riggan ha interpretato in alcuni film, che tempo addietro lo avevano reso celebre. Tuttavia, adesso, da attore dimenticato, sente che la sua strada è il teatro, non più lo schermo cinematografico. Ma andiamo sul palco con Riggan, pronto per le prove. Entra nel palco, in un dialogo con altre tre persone sedute in un tavolo.

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La scena girava bene fino a che un altro attore non è stato colpito da quello che sembra essere un riflettore, caduto violentemente colpendo la testa. L’attore cade a terra sanguinante, mentre Riggan con disinvoltura decide di andarsene dal palco, seguito però dall’avvocato e manager Jake. Lo segue e scopre che l’incidente è stato architettato proprio da Riggan. Perché? Semplicemente perché, a quanto pare, secondo il nostro regista, quell’attore non era all’altezza della parte, quindi si è meritato quella botta in testa. Il problema è che ora la compagnia rischia una causa legale. Poco male, l’importante è che Riggan si sia levato di torno un attore mediocre. Chi chiameranno? Lo spettacolo non si può rimandare. Un attore di una scuola di teatro? No, non sarebbe all’altezza di Riggan, che vuole uno spettacolo eccezionale. La sorte gira a suo favore, perché si presenta Mike Shiner (Edward Norton), attore confermato e ricco di fan, con conseguente possibilità di sold out. Riggan si dirige sul palco, dove infatti si trova Mike, che senza perdere tempo si spoglia di cappotto, sciarpa e cappello ed inizia subito a recitare. Senza nemmeno leggere il copione? No, a quanto pare non serve. Mike sembra sapere la parte a menadito, persino le battute di Riggan. La prova è convincente. Tuttavia, quanto accade sulla scena nel giorno dello spettacolo darà da pensare a Riggan.

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Inarritu ci mostra un attore caduto nel dimenticatoio che cerca di risollevarsi e di trovare una riconferma che evidenzi i suoi valori. Dai fumetti con Birdman al teatro con Carver, Riggan tenta una strada alternativa a quella del cinema che, in tempi migliori, lo aveva reso un attore famoso e amato. Il periodo positivo in cui vestiva i panni di Birdman sono finiti ed egli è alla continua ricerca, tramite i suoi spettacoli, di un raggiungimento di un nuovo momento che sia in grado di farlo sentire ancora una volta un attore rilevante come un tempo. “C’è un intero mondo lì fuori dove la gente combatte per essere rilevante ogni giorno. E tu ti comporti come se non esistessero. Ci sono cose che accadono in un posto, che tu ignori.” È ciò che dice sua figlia Sam, un rimprovero che colpisce direttamente l’animo di Riggan, sempre ossessionato dalla riuscita del suo spettacolo e dalla conseguente desiderata riconferma e spaventato a morte da un mancato trionfo. Il solo pensiero di non essere amato dal pubblico sembra distruggerlo, il fatto di non importare a nessuno significherebbe non esistere, non esserci. È probabile che il segreto stia nel fatto di decidere se fingere o no, tra vivere la realtà e una commedia teatrale. Perché Shiner è a pagina 1 del giornale, mentre Riggan è relegato alla dodicesima? Forse perché egli non finge sul palco e, invece di bere acqua, beve vero gin come scritto nel copione, così da non rendere la scena irreale, bensì una vera esperienza, non una menzogna. L’intero set è finto, anche la frutta, tranne un succulento pollo, col quale Shiner decide scherzosamente di lavorare.

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Anche Inarritu si prende gioco di noi proponendoci un film simula una reale continuità lineare. Ossia egli finge di girare un lungo piano-sequenza in cui la macchina da presa segue ogni personaggio all’interno e all’esterno del teatro. Grazie ad essa percorriamo i corridoi del dietro le quinte, salutiamo i tecnici insieme a Riggan. Come fossimo un personaggio in più, un aiutante dell’attore-regista, un ulteriore elettricista, ci sentiamo parte integrante della compagnia. I fluidi movimenti della macchina da presa sono un dolce invito ad entrare nel teatro, nel luogo della possibile riconferma di Riggan. Senza sporcature anche le magnifiche interpretazioni dei membri del cast, da Michael Keaton, vincitore del Golden Globe come Miglior attore in un film commedia o musicale, a un Edward Norton, entrambi contraddistinti da una tale pregnante capacità attorica da far credere al pubblico di assistere ad una vera opera teatrale. Un copione, quello di Birdman, limpido e caratterizzato da una grande forza magnetica, vincitore del Golden Globe come Miglior sceneggiatura. Un grande testo che mostra un uomo alle prese con la sconfitta, con se stesso, stretto dallo sforzo di raggiungere la riconferma e la paura di essere ignorato.

Big Eyes, riscatto d’arte e d’orgoglio

Senza una metà ben precisa e dopo aver preparato un paio di valige con la rapidità di un evaso di prigione, Margaret Ulbrich fugge in effetti insieme a sua figlia in auto alla volta di San Francisco per lasciare alle spalle il passato, una relazione conclusa e giunta al limite della tollerabilità con l’ex marito. Accompagnata dalla sua unica figlia, Margaret inizia a cercare lavoro esponendo le sue opere di pittrice talentuosa all’interno di un parco in mezzo a numerosi artisti di strada, racimolando pochissimo. Una famiglia felice si avvicina alla sua postazione e il padre decide di far disegnare alla Ulbrich il ritratto di suo figlio secondo lo strano stile della pittrice. Figure di fanciulle con visi dagli occhioni enormi, colmi di profondità con l’aggiunta di un pizzico di malinconia. Il prezzo di partenza è un’offerta speciale, 2 dollari, che il padre di famiglia riduce ad uno solo.

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Margaret, dal volto rassegnato, è costretta ad accettare se vuole ricevere un guadagno a fine giornata. Vicino alla sua postazione, il pittore Walter Keane osserva la scena mentre, con fare esuberante e appassionato, tenta di vendere uno dei suoi dipinti alla bellezza di 35 dollari. Orgoglioso e spavaldo, spiega anche che la sua opera d’arte si può toccare, poiché applica strati densi di colore. Decide di lasciare le signorine, che intanto pensano all’offerta, mentre lui si reca dalla Ulbrich. È l’incontro che segnerà la vita dei due pittori. Margaret diventa la signora Keane. Avendo già notato la grande maestria e lo stile particolare della sua nuova moglie, Walter si improvvisa manager di Margaret. L’attività inizia positivamente: le opere vengono esposte in un importante locale della città. Le opere riscuotono successo anche se sfortunatamente non è la pittrice dagli occhioni blu a ricevere i complimenti; infatti è il signor Keane che si prende tutto il merito, attribuendosi il titolo di realizzatore di quei quadri poiché un nome maschile vende più facilmente di uno femminile. La vita di Margaret cambierà radicalmente e sarà minacciata da un Walter assetato di fama e danaro. Alla fine si deciderà chi sarà il pittore di quelle opere grazie ad una sfida, armati entrambi di pennello e colori.

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Big Eyes, il nuovo film di Tim Burton, ha poco della vena surreale e gotica che caratterizza la maggior parte del suo repertorio cinematografico, ispirandosi ad un fatto vero accaduto negli anni Cinquanta e Sessanta in America. Amore improvviso, casa di lusso, ma evidente malinconia. Margaret non si aspettava di certo che suo marito avrebbe abusato dei suoi quadri, appropriandosi di stile e storia di ciò che è raffigurato. Il nome “Keane” è su tutti i giornali, la gente va pazza per le figure dagli occhioni blu denso, la galleria dove sono tenute è piena di ammiratori che comprano copie su copie. Ma il nome si riferisce al marito, perché una donna che fa arte non viene presa in considerazione, mentre Walter sembra rapidamente farsi strada all’interno dell’arte riconosciuta, come un grande intenditore di acquerelli e tempere, un eccentrico pittore dai particolari quadri a cui piace stare sotto i riflettori e dai tratti caratteriali stilizzati da un altrettanto eccentrico Christoph Waltz. L’arte ormai diventata del signor Keane ossessiona però Margaret. Perché quell’arte è sua, è lei che dipinge le fanciulle dagli occhi grandi, ma il compagno la minaccia, perché se lei dicesse la verità probabilmente l’impero lussuoso che egli ha creato morirebbe. Ma lei non sa decidersi, non sa se dire la verità oppure continuare a negare al mondo, a se stessa, e quindi tacere sul fatto che lei è la vera pittrice.

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La Margaret di Amy Adams, fresca di vittoria del Golden Globe come migliore attrice in un film commedia o musicale, osserva i dipinti con profonda malinconia, pensando che non mente soltanto a se stessa, ma anche a sua figlia, l’innocente fanciulla che spesso è presa come soggetto per i quadri dell’artista. È così ossessionata che vede addirittura gli occhioni blu sul volto delle persone, occhi colmi di amarezza come i suoi, come pure amara e malinconica è l’aura che avvolge sua figlia. Perché l’arte che dipinge con grande passione è anche un mezzo capace di comunicare le proprie emozioni, dopotutto gli occhi sono lo specchio dell’anima, si possono vedere tante cose, sono il modo in cui si esprimono i sentimenti. L’arte rubata da Walter Keane rappresenta un crimine, una frode nei confronti di Margaret, la quale però contribuisce ad aumentare a causa del suo silenzio, delle bugie che favoriscono il marito. Menzogna o verità è il dubbio che attanaglia Margaret. Un dubbio che avrà fine soltanto con un duello all’ultima pennellata, dove sarà deciso a chi saranno attribuite le opere, recuperando così l’orgoglio messo da parte e smascherando il truffatore.