“Wolf Children” di Mamoru Hosoda, la differenza tra animatore e artista

Mamoru Hosoda nasce nel ’67. Il caso vuole che lo stesso anno nasca anche un suo rivale naturale, Goro Miyazaki. Si, proprio lui, il figlio del celeberrimo Hayao Miyazaki presso il quale Mamoru stesso lavora fino a “Il Castello Errante di Howl”. Eppure nello stesso arco di tempo i due quarantaseienni hanno alle spalle una carriera ben diversa: il primo si fa una gavetta di dieci anni circa come animatore, per poi sfornare in media quasi un film all’anno; il secondo è arrivato l’anno scorso alla sua seconda pellicola, “La collina dei papaveri” (ben recensita più in basso da Elizabeth). Per carità di Dio, il “giovane” figlio d’arte talento ne ha, e mi ha strappato più di una lacrima con la storia di Umi. Ma se guardiamo all’ultimo lavoro del più navigato Hosoda, paragoni non se ne possono proprio fare: “Wolf Children” (2012) è qualcosa di più di un cartone animato ben fatto, e non mi stupisce che ora venga quantomeno insignito dello stesso status di grande maestro dell’animazione giapponese che già possiede il leggendario Hayao Miyazaki.

Inizialmente si potrebbe pensare il contrario: il tratto del disegno animato (tipico delle nuove animazioni, un po’ più digitali rispetto al passato) non si denota di una grande ricchezza di particolari e di grandi gamme di colori. Mamoru Hosoda non sovrastimola l’occhio osservatore con immagini estrose, particolareggiate, dalle livree esotiche. Mamoru Hosoda non cerca di stupire e direzionare la fantasia verso lidi chiari e predefiniti. Nel suo racconto non ci sono nemmeno grandi colpi di scena. Ma questa è evidentemente una scelta studiata per dirigere l’attenzione dello spettatore su ben altro.
Viene per esempio chiarito sin da subito che colui da cui Hana, la protagonista, avrà dei figli è un licantropo. Lupi di una stirpe antica e quasi estinta, dice lui. Ma tutto ciò è costruito in modo che lo spettatore venga impressionato, così come non si impressiona (più di tanto) Hana. Non è un tentativo di sorprendere, bensì di introdurre e abituare gli astanti alle situazioni che si creeranno. La storia non è un fantasy su lupi mannari, bensì semplicemente la vita di una madre e dei suoi due figli, diversi dal resto della gente, e per questo costretti a trasferirsi in un posto più adatto alle loro esigenze. E non potete immaginare quanto poco basti per rendere meravigliosa una storia così semplice. Certo, la presenza dei due figli licantropo aiuta ad alleggerire il film grazie a scene estremamente dinamiche di corsa nella foresta e sulla neve, donando allo spettatore comunque ampi squarci paesaggistici di incomparabile bellezza. Esemplare in questo caso il lago raggiunto da Ame e dalla volpe che gli fa da mentore: meraviglioso al punto da mozzare il fiato. Ugualmente i problemi a scuola di Yuki, che spesso per la sua vita di lupo si accorge con risultati estremamente divertenti delle molte differenze rispetto alle abitudini delle bambine normali. Tutto ciò aiuta il film a mantenere un ritmo equilibrato tra parti più riflessive dove regnano i piani sequenza e parti di azione e dal montaggio più rapido; inoltre lo caratterizza di diversi linguaggi, in modo che diventi un’esperienza narrativa completa, effettivamente come è la vita: momenti di gioia, di avventura, di tristezza. Ma per riportare la vita su pellicola e renderla realmente vera e sensitivamente vivibile ci vogliono scelte precise che non sono certamente tipiche del genere del film d’animazione. Forse è proprio in questo che Hosoda si differenzia dal resto: le sue sono scelte visive di regista e artista, ma quel tipo di artista contemporaneo che lascia a chi assiste all’opera il compito di riempirla di ciò che volutamente egli la fa mancare.

L’importanza e il successo del film, difatti, stanno nell’approccio registico e nelle piccole ma coraggiose scelte visive, il tutto riassumibile in una in particolare: trasformare lo spettatore in colui che completa il cartone animato. Chi guarda “Wolf Children” è spesso costretto a immaginare le espressioni dei personaggi ripresi di spalle o troppo lontani, in campi medi che enfatizzano spesso una distanza tra quegli stessi personaggi che va colmata, perché ognuno di loro è solo visivamente distante dall’altro, ma effettivamente vicinissimo, nel cuore e nella mente. E così si descrive una delle scene più potenti del film: il padre di Yuki e Ame (di cui non verrà mai detto il nome) cerca di dire il proprio segreto ad Hana, ma non ci riesce. Un piano sequenza dove per almeno il 60% del tempo i due personaggi sono in silenzio, e di cui mai lo spettatore vede una singola espressione facciale. Mamoru Hosoda decide che la storia di Hana si può comprendere e vivere a pieno senza facili primi piani dei personaggi, come se ci volesse dire: <<E che diavolo, in una situazione del genere, dovrei pure disegnarti l’espressione del volto?!>>.
Decide invece di farci vedere chiaramente la parte cruda della storia: vomito, sangue, morte non sono nascosti o tragicizzati e anzi vengono mostrati con grande cattiveria, che però è la cattiveria della vita vera. Ma la vita vera è anche quella in cui si cresce: Hana scoprirà infatti insieme ai suoi figli che è solo col tempo che si diventa adulti, che è solo col tempo le ferite dell’anima si rimarginano, e che è solo col tempo che si impara a sorridere davvero alla vita, con la solarità dei fiori del giardino dove lei nacque.
Partecipate alla sua vita, diventatene anche voi creatori e vivetela con lei, Yuki, Ame, Soher, il vecchio agricoltore che aiuta la giovane mamma a piantare un orto. Ognuno di loro vi ricompenserà con una foto nel cuore, e una lacrima a rigare la guancia.

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Dietro i candelabri della vita

behind-the-candelabra-matt-damon-michael-douglas2Presentato alla 66° edizione del Festival di Cannes, ma mai uscito nella sale cinematografiche americane perché giudicato “troppo gay”, Behind the Candelabra è il nuovo film del talentuoso regista Soderbergh, in uscita nella sale italiane a partire dal 5 dicembre 2013.

Siamo alla fine degli anni 70 e la più famosa star dell’intrattenimento musicale è Valentino Liberace. Re del kitsch, amante di vestiti stravaganti, di gioielli femminili, di trucco pesante, è anche uno dei più talentuosi ed eccentrici pianisti nel mondo musicale internazionale di quegli anni. Durante una serata, dopo uno dei suoi spettacoli, conosce Scott Thorson, giovane biondo dal fisico prestante che ha sempre vissuto in case adottive, e che su Liberace ha un effetto calamita. Inizia quindi una lunga e tormentata storia d’amore che dura sei anni; una storia d’amore fatta di passione, sesso, lusso, ma anche di tenerezza e dolcezza. L’uno riempie la vita dell’altro. Liberace, da una parte, sente sempre il bisogno di non sentirsi solo, di cercare un rifugio sicuro dietro l’apparente felicità del luccichio del mondo dello spettacolo e Scott, dall’altra, ha sempre, in tutta la sua giovane vita, sentito il bisogno di trovare una famiglia; quella famiglia, la sua, che in realtà non ha mai avuto, e che sente ora come primaria esigenza per potersi completare.

Una relazione, quella tra i due protagonisti, così morbosa, così totalizzante, che porta lo stesso Liberace a volere a sua immagine e somiglianza il giovane Scott che viene sottoposto ad una serie di interventi chirurgici per assomigliare all’eccentrico partner in giovane età. La promessa di essere adottato da Liberace, le prime apparizioni pubbliche al suo fianco una “dieta californiana” a base di pillole che lo porta a crearsi una vera e propria dipendenza anche dalla droga, e la gelosia, precipitano Scott nella realtà più oscura, più assordante; una realtà costruita sull’essere troppo parte integrante dell’altro. E allora c’è bisogno di uscire da questo logoramento, c’è bisogno di riprendere in mano le fila della propria vitae Liberace, un po’ perché obbligato, un po’ per amore, riesce a liberarsi di Scott, ma allo stesso tempo, a salvare il giovane da una fine amara.

La semplicità con cui è narrata la storia, la semplicità con cui essa è resa dal punto di vista registico e di scrittura, fa si che ci si possa concentrare solamente sui due protagonisti. Michael Douglas, che veste i panni di Liberace, è riuscito a non farlo diventare una macchietta ridicola, anzi, al contrario, gli ha dato potenza, lo ha fatto mostrare come un uomo dal grande senso dell’umorismo, generoso, mai volgare neanche nelle discussioni più efferate con Scott, dall’animo sensibile e innamorato, giusto con gli altri e con se stesso, mai privo di dignità.

Lo Scott di Matt Damon è un giovane estremamente affascinato dal mondo dello spettacolo e da tutto quel lusso che lui stesso si trova di fronte e che non riesce a gestire. Si innamora di Liberace, si innamora della sua voglia di protezione nei suoi confronti, si innamora di quel suo modo di parlare, di pensare e di amarlo e per questo è anche facilmente preso da impulsivi attacchi di gelosia. E’ un giovane che è già in partenza fragile, che riesce ad essere forte solo nei primi momenti della sua relazione con Liberace, quando anche lui si rende conto che ha una forte influenza sull’anziano pianista. Ma è un momento, basta poco per far riaffiorare tutta quellafragilità e ciò avviene inevitabilmentequando vede che il rapporto d’amore si sta incrinando.

Dietro i candelabri, dietro al luccichio delle apparenze, c’è una vita diversa, dove basta un attimo per sentirsi persi. Ma è probabilmente quella vita che aiuta a capire che con la genuinità dei sentimenti ci si può sempre salvare.  

 

Chan-wook Park e la famiglia (di Bram) Stoker.

La vendetta è un piatto che và servito freddo!E’ un detto popolare, che esorta alla pazienza per raggiungere la vetta di quella montagna fatta di rancore:la vendetta!

Se guardiamo alla trilogia della vendetta come alla vendetta personale di Park Chan-wook, nei confronti di quel pubblico che non lo ha amato abbastanza agli inizi della sua carriera, possiamo capire che abbia meditato il suo genio fino a farlo esplodere nel successo, per la sua personale vendetta, e quell’esplosione ha risuonato fino all’America con STOKER. La sceneggiatura di questo film appartiene al protagonista della serie Prison Break Wentwhort Miller, inizialmente nascosto dietro lo pseudonimno di Ted Foulk.

“Sia un granello di sabbia che una roccia,nell’acqua affondano allo stesso modo.” Parola di Old Boy. Così Chan-wook riesce a costruire delle immagini claustrofobiche anche con la sua prima produzione americana. E’ un regista che si è dovuto confrontare con molti problemi di finanziamenti per i suoi lavori, ma questa volta ha avuto a dispozione i budegt degli studios, senza vendere la sua integrità artistica.

India (Mia Wasikowska) è cresciuta sotto le attenzioni mirate del padre, non curante di avere uno zio, Charley (Mattew Goode) fratello del padre, che apparirà nella vita di India solo alla morte di questo, avvenuta il giorno del suo 18esimo compleanno. Neanche la madre di India, Evelyn (Nicole Kidman), si insospettisce sulla sua ricomparsa, anzi si farà sedurre dal suo fascino. Ciò che si nascondeva dietro l’apparenza della famiglia Stoker è riemerso quando Richard Stoker è morto in un “incidente che nessuno avrebbe potuto predire. Sarebbe stato impossibile, anche per un eminente architetto come Richard capire il disegno divino” e da questo momento in poi che il fratello Charly prenderà le redini di casa Stoker per intervenire su quel “disegno divino”.

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Lo zio Charley ha ponderato il suo piano durante il suo lungo periodo di assenza, e ha una forte sfumatura di vendetta: trasformare ciò che stato in quello che doveva essere, quello che rimane della famiglia Stoker in quello che ha sempre desiderato. Per consegnare la sua eredità alla nipote India agirà come un ragno, ambasciatore di Dracula, si insedierà nella vita di India e tesserà la sua tela intorno alla sua innocenza, una tela fitta in cui perdersi fino alla fine del film, perché solo in quel momento che Chan-wook scioglierà l’ordito della storia, mettendo ogni tassello al proprio posto. Il castello di Dracula, diventa una bellissima villa in stile decò, e solo la presenza della tecnologia ci fa capire che non siamo negli anni ’50, perché i vestiti, i colori, l’arredamento della casa, sembrano appartenere a quegli anni. La seduzione letale di 

stampo vampiresco diventa quasi incesto, e il rapporto già incrinato tra India e la madre si inasprisce ancora di più con una rivalità alla Lolita.

“Propio come un fiore non sceglie il suo colore, noi non siamo responsabili di ciò che diventiamo”. La presa di coscienza di India, nel riconoscere di essere l’esito di un percorso genetico, di avere la freddezza eterea della madre, l’integrità del padre e l’indole dello zio. Se nella trilogia della vendetta Chan-wook aveva mostrato dei genitori pronti ad uccidere per i figli, in Stoker vediamo una figlia pronta ad uccidere per i suoi genitori, non solo per vendetta ma per una rivendicazione di se stessa, rivendicare i suoi “desideri irrealizzati” e repressi dalla guida dei personaggi “buoni”, intendiamo che forse c’è una possibilità di non cedere al male con l’aiuto di un controllo, ma anche che questo controllo può renderci frustrati “solo dopo averlo realizzato saremo liberi, diventare adulti e essere liberi” ed è qui che si realizza la vendetta di India, contro un destino che non era il suo.

“The Wholly Family”: Gilliam e la sua didattica

Quelli sconosciuti che fanno il Grande Fratello ti trattano di merda. Questi qui, i vip veri, invece non se la tirano, parlano con i giovani.. Ho visto De Niro dalla De Filippi ed è una persona squisita.

Solitamente si citano studiosi, letterati, scienziati. Eppure certe perle di saggezza non serve cercarle sui libri: basta andare a trovare la nonna di turno. Per esempio, questa frase me l’ha detta la mia, di nonna. Le spiegavo che avrei parlato con Terry Gilliam in persona, e di quanto ero emozionato. Eppure aveva ragione lei. Sarà banale dirlo, ma i vecchi molto spesso hanno ragione.

Si, Terry Gilliam è davvero una bella persona. Molto attento ai giovani e alla direzione che prende il loro cammino di maturazione del pensiero, degli atteggiamenti verso la vita. Si pone sullo stesso livello, complimentandosi per la camicia indossata o il pennino datogli per l’autografo con l’entusiasmo di un amico coetaneo.

È la stessa mentalità che pervade la sua filmografia: dare sfogo ad una creatività e ad una fantasia fuori da ogni schema dettato dalla discrezione, sia da un punto di vista tecnico che di contenuti. Anche nel suo ultimo cortometraggio, “The Wholly Family”, non manca di marcare aspetti estetici come in sede di saturazione dei colori, persino filtrandoli col seppia più artificioso nei momenti in cui il protagonista rivive i momenti del suo passato in una specie di “A Christmas Carol” rivisitato.

Difatti la storia si svolge proprio così: un ragazzino, Jack (ogni collegamento con Time Bandits è puramente casuale) si trova con la sua famiglia in vacanza a Napoli, dove viene colpito dalle particolari miniature del Pulcinella. Dopo aver scoperto che porta fortuna se rubato e averci provato diverse volte riesce ad accaparrarselo, di nascosto ai genitori che litigano ferocemente ad ogni suo capriccio. Aspettando la fortuna che gli dovrebbe spettare di diritto, viene invece trasportato in una dimensione onirica tutta “pulcinelli-forme”, dove una moltitudine di odiosi zanni gli fanno passare diverse spiacevoli situazioni. Alla fine di tale scioccante esperienza, il giovane protagonista ne uscirà maturo, conscio di quanto la fortuna che ha sempre cercato di ottenere sia molto più a portata di mano di quanto non credesse.

Ma dopo avergli (e averci) propinato una lunga serie di immagini crude, forti, dissacranti, Terry Gilliam ci spiazza ancora un’ultima volta, rivelando la vera natura dei personaggi e delle loro vicende. Ci riesce con grande forza evocativa, ma non sarebbe la stessa cosa se lo leggeste qui.

Vedetevi “The Wholly Family” e scopritelo. Vi prenderà pochissimo tempo, giusto venti minuti. Venti minuti di respiro per la fantasia, che questa vita a volte soffoca un pochino. Venti minuti di allenamento, che attraverso punti di vista angolati e movimenti di cinepresa un po’ eccessivi ci aiuta a mettere un po’ di sana follia nella nostra visione del mondo. Perché è questo quello che conta: vedere il mondo e vivere la vita in modo più folle, eccessivo, forse anche un po’ ridicolo, come ha detto Terry Gilliam in quel soleggiato dì di lunedì 15 Luglio 2013, Teatro Romano di Fiesole. Il giorno in cui ho conosciuto un grande personaggio. E quindi dico venti minuti anche per questo grande uomo. Direi che se li merita ampiamente, questi benedetti venti minuti del vostro tempo.

Poi ve lo potete vedere pure a gratis, che volete di più ;)???

Voglio comprarmi l’Enterprise a rate!

E non sarà diverso da quello che J.J. Abrams sta facendo con Star Trek, inquadratura dopo inquadratura acquista un pezzo dell’ U.S.S. Enterprise e lo rende suo…Anzi nostro: infatti il nuovo film si svolge in una linea temporale parallela,fatta apposta per noi, riprende i legami con il passato per svincolarsi verso nuovi significati. Un esempio di questo processo, è la presenza di Leonard Nimoy (lo Spock originale!) nel ruolo dello Spock del futuro, diventerà consigliere occasionale dello Spock del presente, Zachary Quinto che ha bisogno di confrontarsi con lui prima di proseguire e andare avanti verso il finale del film.
“Spazio, ultima frontiera”, lo spazio cinematografico del passato in questo caso diventa l’ultima frontiera: da un mercato di storie insipide si ricerca lo stupore che si è provato nel passato, ripescando storie e mostri sacri, ma ci si trova davanti a un grande problema: qual’è il modo giusto di farlo? Ed è intorno a questo che ruotano le critiche a INTO DARKNESS. In Star Trek Il futuro ha inizio del 2009 J.J. ha rispolverato i personaggi per coloro che per via di motivi anagrafici non li conoscevano, ha ri-azionato l’USS ENTERPRISE per metterci a bordo un equipaggio di nuove generazioni, e visti gli incassi potremmo considerare la missione riuscita. Ma molti trekkies a quanto pare non sono saliti a bordo, non è bastato sfoderare Khan e ricreare nella seconda parte del film una versione speculare dell’ Ira di Khan(Star Trek II) e altre citazioni e omaggi alla serie classica (l’incidente Mudd, l’infermiera Cristine Chapel, i Klingon, i Triboli) che hanno creato una “continuity” ma anche possibili sbocchi per un terzo film, percepibili solo ai trekkies di alto rango.
“Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise “dal 1966 (debutto della prima serie tv Star Trek di Gene Roddenberry negli USA mentre in Italia nel 1980) al 2013. Le Treknologie si sono evolute, negli 70 anticipavano perfino la realtà ed erano fonte di ispirazione per gli scienziati, oggi in Into Darkness il 3D ha offerto molte possibilità per stupire gli spettatori di concerto con le nuove equazioni sul teletrasporto, ma non si può spoilerare troppo!
In questo film assistiamo alla crescita del capitano Kirk d bullo ribelle a figura degna di sedere sulla poltrona del capitano, ma come in tutti i percorsi di crescita affronterà degli ostacoli primo fra tutti le regole della Federazione “Credi che le regole non si applichino a te solo perché non le approvi?”. I conflitti avvengono tra legami personali e gerarchie,tra il capitano Kirk e il tenente comandante Spock, tra Kirk e il suo superiore l’ammiraglio Pike ma anche sua unica figura paterna, l’ammiraglio Marcus e sua figlia Carol. Mettere in discussione le regole della Federazione per salvare ciò che si ama, contrapposizione tra i doveri imposti dalla missione e il senso della solidarietà, gli scontri fra la logica di Spock e l’indole “passionale” di Kirk trovano un equilibrio nel contrastare le scelte militariste della Federazione contro Khan, rispetto alle quali unendo le forze riusciranno a trovare un compromesso dal sapore pacifista, vero ideale di fondo che muove la saga fin dal suo esordio. Come disse il teorico della fantascienza e dei media Alan N. Shapiro “i principi base di Star Trek sono una summa della filosofia, della letteratura, delle teorie politiche e scientifiche degli ultimi 250 anni a partire dalle rivoluzioni francesi e americane. Io definisco Star Trek l’erede e il protettore delle nostre migliori tradizioni intellettuali e dei nostri tesori culturali.” Pur rimanendo una serie d’intrattenimento, ha proposto temi importanti dal punto di vista sociale, etico e politico. Per la prima volta nella storia della televisione un giapponese, una donna di origine africana, diversi americani, uno scozzese, un alieno e un russo, si trovavano a lavorare insieme nello stesso equipaggio, ad esplorare l’universo alla ricerca di nuove culture in nome dell’uguaglianza e della pace e tutto questo in piena Guerra Fredda! In un episodio del 1968, si vide il primo bacio interrazziale della storia della televisione, tra Uhura, l’ufficiale alle comunicazioni, e il capitano Kirk. Il personaggio di Uhura (prima persona a mostrare l’ombelico in una fiction televisiva) divenne molto caro anche a Martin Luther King che intervenne personalmente affinché l’attrice Nichelle Nichols, non abbandonasse la serie. Anche nel 2013 si propongono temi importanti, il divieto di interferire con il processo evolutivo di una civiltà (la Prima Direttiva), la paura di far scoppiare una guerra (tra i Klingon e la Federazione) con i disastri e le perdite che comporta, la pietà verso il nemico ma soprattutto l’uso immorale delle armi: “Quest’azione può portare a una guerra con i Klingon ed è per definizione immorale”, un messaggio importante visti i venti di guerra tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord e la promessa di Obama di intraprendere negoziati con il governo afghano, di ritirare le truppe americane, spiraglio di luce dopo l’ombra degli ultimi dodici anni. Star Trek adattato ai nostri tempi e al nostro modo di guardare i film fantascientifici, rispettando 50 anni di intrecci e di messaggi verso il grande pubblico, cercando di “arruolare nella Flotta” il maggior numero di persone, possiamo dire che J.J. Abrams e gli sceneggiatori Alex Kurtzman, Roberto Orci, Damon Lindelof abbiano compiuto un viaggio dal passato al presente, creando un sequel degno del nome Star Trek, che accompegnerà nuove generazioni “Fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima.”

Diario minimissimo fiore-coreano: “The Doomsday Book”

Solitamente, chi lavora presso un festival dovrebbe essere avvantaggiato nella visione dei film in programma. In realtà, tutto dipende dai turni. Nel mio caso, al Florence Korean Film Festival non è andata bene: delle tantissime pellicole in programma, di cui molte veramente degne di attenzione per particolarità e stravaganza, sono riuscito a vedere due soli film. Uno, “Masquerade” di Choo Chang-Woon (vincitore della passata edizione con “Late Blossom”), in modo decisamente frammentato. Un peccato. Fortuna vuole, almeno, che sia riuscito a vedere quello che più mi interessava: “Doomsday Book”, un’opera a direzione corale (pratica diffusa in Corea) dove compare il nome di un promettente attore/regista, Lim Pil-Seong (The Antarctic Journal, 2005) e un ben più noto Kim Ji-Woon.

Come ben si sa, il regista si differenzia nel generale panorama coreano per una maggiore leggerezza nei contenuti: uno dei suoi più grandi successi, “Bittersweet Life”, stupisce molto spesso per una velata banalità. Forse non è che una provocazione, o comunque un modo meno autoriale di pensare al cinema. Un cinema che preferisce fare del divertissement arguto piuttosto che della pesante demagogia. Prende le distanze così dalla tradizione coreana per abbracciarne una più “terrestre”, prima appropriandosi del classico spaghetti western “Il buono, il brutto e il cattivo” (sulla falsa riga di quanto fatto da Miike in “Sukiyaki Western Django”), e poi dell’action americano, divo “muscolare” incluso (The last stand, con Arnold Schwarzenegger). Si potrebbe quasi pensare ad un regista di contenuto pop, dalla produzione un po’ easy-watching.

E invece boom, ti tira fuori non si sa da dove questa riflessione profonda e intelligente sull’inconsapevolezza dell’uomo e sulla società che questi ha creato. L’episodio di cui si è occupato personalmente, “Heavenly Creature”, è il più complesso, introspettivo e arcano del lotto. Strano che l’abbia diretto proprio lo stesso uomo di “Il buono, il matto e il cattivo” o “The last stand”. Ciò ci fa capire quanto sia poliedrico questo professionista, capace di inserire il proprio senso dell’entertainment in qualsiasi genere, senza risultare fuori luogo: le riprese estremamente angolate o dalle prospettive un vagamente kubrickiane instillano nello spettatore straniamento e dinamismo visivi, pur rimanendo all’interno della fluida staticità “zen” del validissimo episodio. Inoltre lo sbandierato omaggio al maestro impressionista Gauguin dimostra ancora quanta cultura questo regista nasconda dietro scelte produttive che ad una prima occhiata potrebbero essere facilmente criticabili.

Ogni episodio si sviluppa in un proprio spazio-tempo indipendente da quello delle altre due storie, ma sempre e comunque sulla base di estremizzazioni di alcuni elementi imprescindibili della nostra realtà, affrontati con fantasia e genuinità: capitalismo industrializzato; inquinamento e raccolta differenziata; robotica e intelligenze artificiali; internet. Creazioni sopraffine i plot degli episodi: in “Brave New World” una mela rossa e ammuffita viene reinserita nel processo industriale ed è la causa della trasformazione in zombie della popolazione coreana, con un astuto richiamo alla mela avvelenata di Biancaneve; in “Heavenly Creature”, un robot di servizio in un monastero buddhista raggiunge l’illuminazione prima di ogni altro monaco umano, e per questo la società che l’ha messo in funzione vuole smantellarlo; in “Happy Birthday” (il più folle del trittico), una bambina ordina su uno strano sito una palla da biliardo nuova per il padre e, per tutta risposta, due anni dopo, un asteroide dalla forma molto simile a quella palla si sta pericolosamente dirigendo a velocità smodata contro la Terra.

Ogni tema viene affrontato con registri ben definiti: il primo episodio, nonostante il finale apocalittico, mantiene un’ironia di fondo, tanto nella scelta delle musiche che nelle espressioni del protagonista, che si scurisce sempre più insieme alla fotografia col dilagare del virus; nel secondo, di cui si è già ampiamente detto, assistiamo al fluido equilibrio tra dinamismo registico e staticità di linea e ambientazione narrative; nel terzo ed ultimo, infine, ci troviamo a vivere un caos emotivo senza precedenti, un’altalena che volteggia dall’ansia per il conto alla rovescia sempre più veloce, all’affetto verso la famiglia della protagonista, dallo sbigottimento per la mancanza di senso degli avvenimenti al divertimento per gli atteggiamenti al limite dell’assurdo dello staff giornalistico, ormai all’inevitabile ultima puntata.

Inutile approfondire le tematiche ricorrenti in modo piuttosto evidente, come l’utilizzo di altri linguaggi mediali (giornalistico classico o di approfondimento, toon..) o la ricorrenza del fattore tempo e dei numeri, tipici del genere fantascientifico. La cosa importante da dire è che i due registi, con grande professionalità, riescono a insegnare qualcosa, anche di molto profondo, nel modo più democratico ed accessibile: in pratica, riescono ad insegnare divertendo. In una società dove si riesce a malapena a fare anche solo una delle due cose, è bello sapere che c’è un qualche modo di raggiungere entrambi gli scopi.

Trailer time :)!

Les Mis…amables!

In un commento ad un post su Facebook, ho scritto: il teatro che entra nel cinema e il cinema che omaggia il teatro.
Les Miserables è senza dubbio l’evento teatral-cinematografico dell’anno per tutti gli amanti del musical. Ed io, rientrando nella categoria, sono andato al cinema colmo di aspettative, reduce da un combattimento interiore che mi ha impedito di guardare e curiosare nella rete le varie preview diffuse. La sala praticamente vuota ha sottolineato maggiormente l’intimità che il quadro cinematografico, mai stato così grande, era pronto a regalare. Lock Down, Lock Down, anzi: guardami, ascoltami, vivimi. Tutto è teatralmente efficace, quasi a voler nascondere la costruzione cinematografica. Il cinema, questa volta, restituisce agli spettatori quello che non possono vedere esplicitamente a teatro: il sudore nei visi, le lacrime mai state così pungenti e gli sguardi che gridano ribellione e libertà. La macchina da presa trasporta lo spettatore a stretto contatto con Fantine, Valjan, Javert; lo trascina sul palco del set. Un set dichiaratamente finto, costruito, come lo è in teatro: del resto sono queste le regole, l’accettazione di una convenzione che va avanti da secoli, dove attore e spettatore accettano di vivere una finzione che, a volte, si dimostra più vera della realtà. E le convenzioni, in questo lavoro di Hooper, vengono scardinate, per non tradire la verità del canto, delle emozioni, della vocazione teatrale. Non si registra in studio, ma si canta dal vivo sul set. Si canta dal vivo perchè è così che si fa in teatro ed è dal teatro che il cinema prende in prestito questo kolossal musicale che rinasce ogni sera, ogni replica, in ogni paese in cui è rappresentato, da ormai 28 anni. Il cast è superlativo, giusto, puntuale e allo stesso tempo intimo, delicato e poetico. Ed anche Crow, il Russel “gladiatore”, ritenuto non idoneo dalla critica del web, mi è parso giusto, tanto potente quanto intimo, insicuro e combattuto.

Anne Hathaway, nella scena I Dreamed a Dream

Non voglio dilungarmi su ognuno del cast, ma un plauso particolare lo devo all’ Hathaway, che ha interpretato in modo superlativo il dolore umano, che non smette di credere nella speranza, nei desideri di riscatto, di sognare un sogno…
Certo, è un azzardo chiamare questo Les Miserables un musical cinematografico. E chi è acerbo ad emozionarsi dopo aver sentito l’impeto di brani come One Day More o la raffinatezza di On my own scandita dallo scrosciare di una pioggia che sembrava interminabile, non può godere della poeticità di uno spettacolo che passa da un boccascena ad un quadro cinematografico. Se invece si vuole vivere un’esperienza insolita, e gustare la contaminazione così delicata tra cinema e teatro, questo Les Mis è praticamente d’obbligo.