“Wolf Children” di Mamoru Hosoda, la differenza tra animatore e artista

Mamoru Hosoda nasce nel ’67. Il caso vuole che lo stesso anno nasca anche un suo rivale naturale, Goro Miyazaki. Si, proprio lui, il figlio del celeberrimo Hayao Miyazaki presso il quale Mamoru stesso lavora fino a “Il Castello Errante di Howl”. Eppure nello stesso arco di tempo i due quarantaseienni hanno alle spalle una carriera ben diversa: il primo si fa una gavetta di dieci anni circa come animatore, per poi sfornare in media quasi un film all’anno; il secondo è arrivato l’anno scorso alla sua seconda pellicola, “La collina dei papaveri” (ben recensita più in basso da Elizabeth). Per carità di Dio, il “giovane” figlio d’arte talento ne ha, e mi ha strappato più di una lacrima con la storia di Umi. Ma se guardiamo all’ultimo lavoro del più navigato Hosoda, paragoni non se ne possono proprio fare: “Wolf Children” (2012) è qualcosa di più di un cartone animato ben fatto, e non mi stupisce che ora venga quantomeno insignito dello stesso status di grande maestro dell’animazione giapponese che già possiede il leggendario Hayao Miyazaki.

Inizialmente si potrebbe pensare il contrario: il tratto del disegno animato (tipico delle nuove animazioni, un po’ più digitali rispetto al passato) non si denota di una grande ricchezza di particolari e di grandi gamme di colori. Mamoru Hosoda non sovrastimola l’occhio osservatore con immagini estrose, particolareggiate, dalle livree esotiche. Mamoru Hosoda non cerca di stupire e direzionare la fantasia verso lidi chiari e predefiniti. Nel suo racconto non ci sono nemmeno grandi colpi di scena. Ma questa è evidentemente una scelta studiata per dirigere l’attenzione dello spettatore su ben altro.
Viene per esempio chiarito sin da subito che colui da cui Hana, la protagonista, avrà dei figli è un licantropo. Lupi di una stirpe antica e quasi estinta, dice lui. Ma tutto ciò è costruito in modo che lo spettatore venga impressionato, così come non si impressiona (più di tanto) Hana. Non è un tentativo di sorprendere, bensì di introdurre e abituare gli astanti alle situazioni che si creeranno. La storia non è un fantasy su lupi mannari, bensì semplicemente la vita di una madre e dei suoi due figli, diversi dal resto della gente, e per questo costretti a trasferirsi in un posto più adatto alle loro esigenze. E non potete immaginare quanto poco basti per rendere meravigliosa una storia così semplice. Certo, la presenza dei due figli licantropo aiuta ad alleggerire il film grazie a scene estremamente dinamiche di corsa nella foresta e sulla neve, donando allo spettatore comunque ampi squarci paesaggistici di incomparabile bellezza. Esemplare in questo caso il lago raggiunto da Ame e dalla volpe che gli fa da mentore: meraviglioso al punto da mozzare il fiato. Ugualmente i problemi a scuola di Yuki, che spesso per la sua vita di lupo si accorge con risultati estremamente divertenti delle molte differenze rispetto alle abitudini delle bambine normali. Tutto ciò aiuta il film a mantenere un ritmo equilibrato tra parti più riflessive dove regnano i piani sequenza e parti di azione e dal montaggio più rapido; inoltre lo caratterizza di diversi linguaggi, in modo che diventi un’esperienza narrativa completa, effettivamente come è la vita: momenti di gioia, di avventura, di tristezza. Ma per riportare la vita su pellicola e renderla realmente vera e sensitivamente vivibile ci vogliono scelte precise che non sono certamente tipiche del genere del film d’animazione. Forse è proprio in questo che Hosoda si differenzia dal resto: le sue sono scelte visive di regista e artista, ma quel tipo di artista contemporaneo che lascia a chi assiste all’opera il compito di riempirla di ciò che volutamente egli la fa mancare.

L’importanza e il successo del film, difatti, stanno nell’approccio registico e nelle piccole ma coraggiose scelte visive, il tutto riassumibile in una in particolare: trasformare lo spettatore in colui che completa il cartone animato. Chi guarda “Wolf Children” è spesso costretto a immaginare le espressioni dei personaggi ripresi di spalle o troppo lontani, in campi medi che enfatizzano spesso una distanza tra quegli stessi personaggi che va colmata, perché ognuno di loro è solo visivamente distante dall’altro, ma effettivamente vicinissimo, nel cuore e nella mente. E così si descrive una delle scene più potenti del film: il padre di Yuki e Ame (di cui non verrà mai detto il nome) cerca di dire il proprio segreto ad Hana, ma non ci riesce. Un piano sequenza dove per almeno il 60% del tempo i due personaggi sono in silenzio, e di cui mai lo spettatore vede una singola espressione facciale. Mamoru Hosoda decide che la storia di Hana si può comprendere e vivere a pieno senza facili primi piani dei personaggi, come se ci volesse dire: <<E che diavolo, in una situazione del genere, dovrei pure disegnarti l’espressione del volto?!>>.
Decide invece di farci vedere chiaramente la parte cruda della storia: vomito, sangue, morte non sono nascosti o tragicizzati e anzi vengono mostrati con grande cattiveria, che però è la cattiveria della vita vera. Ma la vita vera è anche quella in cui si cresce: Hana scoprirà infatti insieme ai suoi figli che è solo col tempo che si diventa adulti, che è solo col tempo le ferite dell’anima si rimarginano, e che è solo col tempo che si impara a sorridere davvero alla vita, con la solarità dei fiori del giardino dove lei nacque.
Partecipate alla sua vita, diventatene anche voi creatori e vivetela con lei, Yuki, Ame, Soher, il vecchio agricoltore che aiuta la giovane mamma a piantare un orto. Ognuno di loro vi ricompenserà con una foto nel cuore, e una lacrima a rigare la guancia.

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“The Wholly Family”: Gilliam e la sua didattica

Quelli sconosciuti che fanno il Grande Fratello ti trattano di merda. Questi qui, i vip veri, invece non se la tirano, parlano con i giovani.. Ho visto De Niro dalla De Filippi ed è una persona squisita.

Solitamente si citano studiosi, letterati, scienziati. Eppure certe perle di saggezza non serve cercarle sui libri: basta andare a trovare la nonna di turno. Per esempio, questa frase me l’ha detta la mia, di nonna. Le spiegavo che avrei parlato con Terry Gilliam in persona, e di quanto ero emozionato. Eppure aveva ragione lei. Sarà banale dirlo, ma i vecchi molto spesso hanno ragione.

Si, Terry Gilliam è davvero una bella persona. Molto attento ai giovani e alla direzione che prende il loro cammino di maturazione del pensiero, degli atteggiamenti verso la vita. Si pone sullo stesso livello, complimentandosi per la camicia indossata o il pennino datogli per l’autografo con l’entusiasmo di un amico coetaneo.

È la stessa mentalità che pervade la sua filmografia: dare sfogo ad una creatività e ad una fantasia fuori da ogni schema dettato dalla discrezione, sia da un punto di vista tecnico che di contenuti. Anche nel suo ultimo cortometraggio, “The Wholly Family”, non manca di marcare aspetti estetici come in sede di saturazione dei colori, persino filtrandoli col seppia più artificioso nei momenti in cui il protagonista rivive i momenti del suo passato in una specie di “A Christmas Carol” rivisitato.

Difatti la storia si svolge proprio così: un ragazzino, Jack (ogni collegamento con Time Bandits è puramente casuale) si trova con la sua famiglia in vacanza a Napoli, dove viene colpito dalle particolari miniature del Pulcinella. Dopo aver scoperto che porta fortuna se rubato e averci provato diverse volte riesce ad accaparrarselo, di nascosto ai genitori che litigano ferocemente ad ogni suo capriccio. Aspettando la fortuna che gli dovrebbe spettare di diritto, viene invece trasportato in una dimensione onirica tutta “pulcinelli-forme”, dove una moltitudine di odiosi zanni gli fanno passare diverse spiacevoli situazioni. Alla fine di tale scioccante esperienza, il giovane protagonista ne uscirà maturo, conscio di quanto la fortuna che ha sempre cercato di ottenere sia molto più a portata di mano di quanto non credesse.

Ma dopo avergli (e averci) propinato una lunga serie di immagini crude, forti, dissacranti, Terry Gilliam ci spiazza ancora un’ultima volta, rivelando la vera natura dei personaggi e delle loro vicende. Ci riesce con grande forza evocativa, ma non sarebbe la stessa cosa se lo leggeste qui.

Vedetevi “The Wholly Family” e scopritelo. Vi prenderà pochissimo tempo, giusto venti minuti. Venti minuti di respiro per la fantasia, che questa vita a volte soffoca un pochino. Venti minuti di allenamento, che attraverso punti di vista angolati e movimenti di cinepresa un po’ eccessivi ci aiuta a mettere un po’ di sana follia nella nostra visione del mondo. Perché è questo quello che conta: vedere il mondo e vivere la vita in modo più folle, eccessivo, forse anche un po’ ridicolo, come ha detto Terry Gilliam in quel soleggiato dì di lunedì 15 Luglio 2013, Teatro Romano di Fiesole. Il giorno in cui ho conosciuto un grande personaggio. E quindi dico venti minuti anche per questo grande uomo. Direi che se li merita ampiamente, questi benedetti venti minuti del vostro tempo.

Poi ve lo potete vedere pure a gratis, che volete di più ;)???

Diario minimissimo fiore-coreano: “The Doomsday Book”

Solitamente, chi lavora presso un festival dovrebbe essere avvantaggiato nella visione dei film in programma. In realtà, tutto dipende dai turni. Nel mio caso, al Florence Korean Film Festival non è andata bene: delle tantissime pellicole in programma, di cui molte veramente degne di attenzione per particolarità e stravaganza, sono riuscito a vedere due soli film. Uno, “Masquerade” di Choo Chang-Woon (vincitore della passata edizione con “Late Blossom”), in modo decisamente frammentato. Un peccato. Fortuna vuole, almeno, che sia riuscito a vedere quello che più mi interessava: “Doomsday Book”, un’opera a direzione corale (pratica diffusa in Corea) dove compare il nome di un promettente attore/regista, Lim Pil-Seong (The Antarctic Journal, 2005) e un ben più noto Kim Ji-Woon.

Come ben si sa, il regista si differenzia nel generale panorama coreano per una maggiore leggerezza nei contenuti: uno dei suoi più grandi successi, “Bittersweet Life”, stupisce molto spesso per una velata banalità. Forse non è che una provocazione, o comunque un modo meno autoriale di pensare al cinema. Un cinema che preferisce fare del divertissement arguto piuttosto che della pesante demagogia. Prende le distanze così dalla tradizione coreana per abbracciarne una più “terrestre”, prima appropriandosi del classico spaghetti western “Il buono, il brutto e il cattivo” (sulla falsa riga di quanto fatto da Miike in “Sukiyaki Western Django”), e poi dell’action americano, divo “muscolare” incluso (The last stand, con Arnold Schwarzenegger). Si potrebbe quasi pensare ad un regista di contenuto pop, dalla produzione un po’ easy-watching.

E invece boom, ti tira fuori non si sa da dove questa riflessione profonda e intelligente sull’inconsapevolezza dell’uomo e sulla società che questi ha creato. L’episodio di cui si è occupato personalmente, “Heavenly Creature”, è il più complesso, introspettivo e arcano del lotto. Strano che l’abbia diretto proprio lo stesso uomo di “Il buono, il matto e il cattivo” o “The last stand”. Ciò ci fa capire quanto sia poliedrico questo professionista, capace di inserire il proprio senso dell’entertainment in qualsiasi genere, senza risultare fuori luogo: le riprese estremamente angolate o dalle prospettive un vagamente kubrickiane instillano nello spettatore straniamento e dinamismo visivi, pur rimanendo all’interno della fluida staticità “zen” del validissimo episodio. Inoltre lo sbandierato omaggio al maestro impressionista Gauguin dimostra ancora quanta cultura questo regista nasconda dietro scelte produttive che ad una prima occhiata potrebbero essere facilmente criticabili.

Ogni episodio si sviluppa in un proprio spazio-tempo indipendente da quello delle altre due storie, ma sempre e comunque sulla base di estremizzazioni di alcuni elementi imprescindibili della nostra realtà, affrontati con fantasia e genuinità: capitalismo industrializzato; inquinamento e raccolta differenziata; robotica e intelligenze artificiali; internet. Creazioni sopraffine i plot degli episodi: in “Brave New World” una mela rossa e ammuffita viene reinserita nel processo industriale ed è la causa della trasformazione in zombie della popolazione coreana, con un astuto richiamo alla mela avvelenata di Biancaneve; in “Heavenly Creature”, un robot di servizio in un monastero buddhista raggiunge l’illuminazione prima di ogni altro monaco umano, e per questo la società che l’ha messo in funzione vuole smantellarlo; in “Happy Birthday” (il più folle del trittico), una bambina ordina su uno strano sito una palla da biliardo nuova per il padre e, per tutta risposta, due anni dopo, un asteroide dalla forma molto simile a quella palla si sta pericolosamente dirigendo a velocità smodata contro la Terra.

Ogni tema viene affrontato con registri ben definiti: il primo episodio, nonostante il finale apocalittico, mantiene un’ironia di fondo, tanto nella scelta delle musiche che nelle espressioni del protagonista, che si scurisce sempre più insieme alla fotografia col dilagare del virus; nel secondo, di cui si è già ampiamente detto, assistiamo al fluido equilibrio tra dinamismo registico e staticità di linea e ambientazione narrative; nel terzo ed ultimo, infine, ci troviamo a vivere un caos emotivo senza precedenti, un’altalena che volteggia dall’ansia per il conto alla rovescia sempre più veloce, all’affetto verso la famiglia della protagonista, dallo sbigottimento per la mancanza di senso degli avvenimenti al divertimento per gli atteggiamenti al limite dell’assurdo dello staff giornalistico, ormai all’inevitabile ultima puntata.

Inutile approfondire le tematiche ricorrenti in modo piuttosto evidente, come l’utilizzo di altri linguaggi mediali (giornalistico classico o di approfondimento, toon..) o la ricorrenza del fattore tempo e dei numeri, tipici del genere fantascientifico. La cosa importante da dire è che i due registi, con grande professionalità, riescono a insegnare qualcosa, anche di molto profondo, nel modo più democratico ed accessibile: in pratica, riescono ad insegnare divertendo. In una società dove si riesce a malapena a fare anche solo una delle due cose, è bello sapere che c’è un qualche modo di raggiungere entrambi gli scopi.

Trailer time :)!

La migliore offerta. Orgoglio italiano!

In quest’ultimo periodo le industrie cinematografiche sono in gran fermento: al cinema autori noti si cimentano in grosse produzioni, di varia natura geografica. L’Italia non è da meno: nei meandri del mercato stagionale trova spazio il nuovo film di Giuseppe Tornatore (non dovrebbe esserci bisogno di ricordare “Baaria”, tanto è stato il successo soprattutto al di fuori dei nostri confini), “La migliore offerta”. Sebbene il cast sia tutto d’oltralpe (si ritornerà a parlarne più avanti), il giovane regista si fregia di un team tecnico completamente italiano. Ci si potrebbe chiedere allora come sia possibile raggiungere un tale grado di eccellenza, tanto visiva quanto narrativa, in una produzione autoctona: forse la capacità del giovane talento nel dirigere le varie parti o forse nel comporre l’equipe con esperti passati inosservati agli occhi di altri colleghi connazionali; forse il coraggio di svecchiare e, al contempo, maturare l’arte cinematografica italiana, operarvi un cambiamento profondo che la elevi dalla crisi che le impedisce di sfondare i confini nazionali. “La migliore offerta” non ha infatti niente da invidiare, visivamente parlando, a pellicole come il pluripremiato “Il discorso del re”: le lame di luce, le prospettive ardite, le ambientazioni ampie e gotiche sono riprese con la stessa perizia e gusto estetici, attuando in modo egualmente efficace il rimando al primo cinema fantastico tedesco.

Anche il genere si discosta di molto dalla tradizione italica, prendendo la forma di un dramma a tinte thriller di matrice ben più internazionale: Virgil Oldman (Geoffrey Rush; ulteriore parallelismo con “Il discorso del re”) è un noto battitore d’aste nonché esperto d’arte. Un giorno viene contattato da una singolare cliente, tale Miss Ibbetson, tanto restìa a incontrarlo di persona quanto desiderosa di farsi valutare e vendere i beni di famiglia. Sebbene sia inizialmente insofferente agli atteggiamenti agoròfobi della cliente (che vive da una vita chiusa in una stanza segreta nelle pareti della casa), decide di continuare il lavoro richiestogli incuriosito da un meccanismo trovato per caso nelle cantine della grande villa. In poco tempo il suo giovane amico Robert (Jim Sturgess; si è triplicato per caso? Anche Upside Down lo vedrà come protagonista ndr), esperto di ingranaggi, lo scoprirà parte di un pezzo rarissimo, un automa parlante del 18° secolo il cui costruttore era stato oggetto della tesi di laurea dell’anziano antiquario. Continuando quindi le commissioni finalizzate alla vendita delle proprietà Ibbetson, Oldman finisce per innamorarsi della ragazza (Silvya Hoekes; ottima prova, a quanto pare la prima nella quale abbia superato i confini della produzione norvegese). Uno dei punti forti del film sta proprio in questa assurda storia d’amore, raccontata con una sincerità disarmante (al contrario di altre dal dubbio risultato, come in “Scusa ma ti chiamo amore” di Moccia dove il “vecchio” partner della protagonista è Raoul Bova): la scelta responsabile di mostrare con evidenza la differenza estetica dei due amanti rende più credibile il film, unendolo strettamente alla realtà sociale del giorno d’oggi senza – parere strettamente personale – scadere troppo nel grottesco, e quasi suscitando una certa tenerezza.

A favore di “La migliore offerta” troviamo comunque ben altri meriti, come la ricchezza delle linee narrative, che alleggeriscono abilmente il tiro della storia, nelle quali il protagonista si rapporta con tre personaggi distinti: Claire Ibbetson; Robert che, oltre che della ricostruzione dell’automa, si occupa di insegnargli la pratica dell’amore; Billy (Donald Sutherland, il Giacomo Casanova di Federico Fellini del 1976), l’amico pittore che lo aiuta strenuamente alle aste cui lui non può partecipare in quanto battitore per completare la collezione di ritratti femminili durata un’intera vita. Tre linee tanto astutamente separate quanto in realtà unite da un oscuro elemento. Lo stesso oscuro elemento che porterà la storia ad un agghiacciante finale, inaspettato e impopolare, che fa da eco alle storie di molti sfortunati coetanei italiani di Mr Oldman. Sebbene il mio cuore non possa trovarsi in accordo con delle scelte di trama tanto diaboliche, e nel profondo provi ribrezzo per un finale nel quale la dignità della vita umana viene derisa e ridotta alla cenere, il coraggio e il talento di questo nostro giovane connazionale è indubbio. Andate a vedere “La migliore offerta”. Per me, non è stata pessima. Non la migliore (il doppiaggio di Geoffrey Rush in certi momenti era poco incisivo), ma certamente validissima.

Persepolis, un po’ in ritardo =P

Di recente devo dire di aver visto un discreto numero di film. Più del solito. Eppure nessuno mi ha spinto così tanto a scrivere come questo gioiellino di Marjane Satrapi, che è contemporaneamente regista del film, creatrice della graphic novel da cui è tratto e protagonista della storia. Non sono certo il primo a tesserne le lodi: è un “Premio della Giuria” al Cannes del 2007. Mica noccioline. Eppure la mia pigrizia mi ha impedito di vederlo un anno più tardi nelle sale italiane nonostante la (superficiale, lo ammetto) curiosità. Chiedo venia a me stesso per avere ritardato così tanto.

Marjane Satrapi, figlia unica di una coppia iraniana dalle ideologie molto aperte, vive l’età che dovrebbe essere la più serena della sua vita a contatto con i più grandi problemi del secolo, quasi che la sua storia fosse una critica alla società di quegli anni: non soltanto le dittature (prima dello shah, poi dei fondamentalisti islamici), o la guerra, ma anche la questione degli odierni psicofarmaci, della crisi d’identità patriottica e ideologica, del socio-isolamento in terra straniera (l’Austria), della perdita dei valori nel corso del tempo e delle generazioni. Ma grazie al supporto della famiglia, e soprattutto della nonna sapiente ed apprensiva, riuscirà a capire quale direzione prendere per dare un senso alla propria vita.

La trama, sebbene sia la “semplice” biografia dell’autrice, una persona forse come molte altre nell’Iran fondamentalista, diventa qualcosa di unico per come si viene resi partecipi delle emozioni che lei stessa ha provato: il cambio repentino dell’immagine che ha di Marcus dopo che questi la tradisce (una specie di inverso del Massimo Troisi di “Pensavo fosse amore.. invece era un calesse”); “Eye of the Tiger” immaginata come sottofondo musicale per darsi la carica, come alla maggior parte dei giovani capita almeno una volta nella vita; quei piccoli luoghi comuni sulle coppie e sull’amore dispensati dalla saggia nonna. Tutti piccoli elementi che rendono genuini e sinceri la storia e i personaggi, ancor prima che si scopra che si tratti di una vita vera. E così le sue sensazioni, le sue visioni, ci sembrano più credibili, più vere, più vissute.

Ma la cosa che più impressiona di più è, tuttavia, come viene reso credibile e soprattutto potente il concetto di formazione attraverso il movimento dei tratti dei disegni: inizialmente fluido e metamorfico come l’animo di una bambina che deve ancora crescere, acquisisce poi la solidità di una donna oramai grande verso la fine del film, esprimendo anche a tale livello quella maturazione che porterà Marjane alla vera età adulta, quella della coscienza.

In sostanza Marjane Satrapi, con questa splendida perla bianca e nera, ci aiuta a vedere quanto può essere emozionante la vita vera, portando ad un livello nuovo il film d’animazione, quello del film d’ANIMAzione.

Ecco il trailer ;)!

Francis Ford Coppola, TWIXT

Terza pellicola del secondo millennio di Francis Ford Coppola, il quale rivela a Dave Itzkoff del New York Times che l’idea è scaturita, per l’appunto, proprio da un incubo (si potrebbe quindi parlare di film autobiografico, come detto più avanti), Twixt è stato decisamente poco distribuito: presentato in svariati eventi mondani sparsi per tutto il globo, il primo dei quali a Toronto, ne è stata trasmessa una proiezione in Italia per la sola occasione del Torino Film Festival. Poi più niente. Sparito.

Proprio come il libro che lo scrittore Hall Baltimore (Val Kilmer) dovrebbe presentare nella Swan Valley (presentataci con una spettacolare e dinamica carrellata nell’introduzione del film, correlata di scorci dalla fotografia vagamente sporca di piacevole sapore eighty’s). Il film gira invece intorno alla ricerca di un finale per un’altra storia che questi, stufo di sottostare a moglie ed editore che con insistenza lo pressano per sfornare l’ennesimo romanzo sulla stregoneria, ha deciso di mettere su carta. L’idea gliel’ha data lo stravagante sceriffo della città, tale Bobby LaGrange, costruttore di casette per pipistrelli con l’hobby per la scrittura di racconti gialli, in verità ben più soporiferi degli svariati Sleepall e Fallsleep che il protagonista ingurgita per conciliare il sonno ed entrare nella dimensione del sogno dove cerca l’ispirazione (proprio, come già detto sopra, ciò che è successo a Coppola). Menzione d’onore per l’attore Bruce Dern, molto convincente in tutta la sua patetica teatralità, e il grande cineasta per la creazione di questo personaggio, probabilmente il più carismatico e meglio caratterizzato di tutto l’intreccio. Uno dei punti di forza di Twixt è per altro la totale assenza di personaggi sottotono: il vicesceriffo è un inetto scansafatiche con la coperta sempre poggiata sulle spalle; il ragazzino con cui passa il pomeriggio a giocare lo demolisce in scaltrezza e senso di responsabilità; il capo dei satanisti è carismatico già dal nome (Flamingo) e non manca di elargire perle di cultura boudeleriana; l’editore che con parlata affrettatissima da uomo di mercato avverte Baltimore di non voler sentire parlare di “nebbia sul lago”; e ancora Baltimore stesso, che subito dopo disattende le richieste dell’editore (riflettendo su come poter inserire la nebbia sul lago come incipit del libro) e che scrive solo sotto l’effetto di pesanti quantità di superalcolici. E poi i vari fantasmi (non si dimentichi che il film è praticamente un ghost-thriller): i diabolici vecchi proprietari del motel, l’una che con funerea tranquillità spiega che sotto il pavimento è pieno di cadaveri di infanti e subito dopo si mette a cantare “The Big Rock Candy Mountain”, e l’altro che, ossessionato dagli orologi, afferma che nella torre della città il tempo è stato distorto da Hitler in persona; il pazzo uomo di chiesa e l’orfana “vampira”; ma soprattutto Edgar Allan Poe (torna infatti il tema del rapporto coi grandi uomini del passato, come recentemente Allen ha già tracciato in “Midnight in Paris”) che discute col protagonista sulle tecniche di redazione di un romanzo a partire dal finale bevendoci insieme del whiskey.

Questo gran poutpurri di personaggi veramente ben fatti per la verità riesce ad offuscare alcune scelte discutibili nello sviluppo narrativo (non sperate di vedere il tanto annunciato diavolo che vive nella torre: rimarrete delusi; così come dal personaggio di Flamingo, che difatti nonostante abbia grande importanza nello svolgimento verrà liquidato in quattro e quatr’otto). Forse mancava lo spazio in pellicola, misurabile in poco più di 80 minuti. Ma certo c’è stato del voluto: come si è già detto prima, il fulcro del film è la ricerca di ciò che Baltimore decide di voler scrivere, ovvero la storia del libro “Vampire Executions”. Proprio per questo (come in una partita di Twixt, per l’appunto), lo scrittore viaggia “a turni” tra le due dimensioni per trovare la linea di congiunzione che ne dovrebbe consacrare il successo, e che indirettamente lo libererà dai suoi demoni. E se ciò potrebbe causare confusione in noi spettatori (ciò che viene fatto vedere fino alla fine del film è stato veramente vissuto dal protagonista, o Coppola ci mette in scena la storia di Baltimore come il suo editore la sta leggendo?) poco importa: ci si potrà divertire dopo la visione riflettendoci e discutendone, parte essenziale del pieno godimento cinematografico (e anche dell’arte in generale), a mio avviso.
Tutti questi elementi, insieme alla fotografia digitale che aumenta la sensazione di fantasmagoria nello stato di trance onirica del protagonista e le inquadrature tanto ardite (dall’alto, panoramiche angolate, primi piani con smorfie facciali ad opera del bravissimo Kilmer) quanto dinamiche fanno del film una perla vintage, che ci dimostra che ancora oggi, nell’era del digitale, è possibile affrontare temi, inserire oggetti e utilizzare linguaggi e strumenti moderni (si vedano il non troppo velato computer Mac e le continue videochiamate tra i vari personaggi) alla maniera dei grandi cineasti dell’analogico. Coppola ci insegna che le grandi storie nascono dal rapporto e l’armonia di elementi tecnici e teorici di passato e futuro, così come Baltimore imparerà a trovare la propria storia (e a trovare la pace interiore) nell’equilibro tra esperienza vissuta nella realtà e nel proprio subconscio.

Scusate ma non sono riuscito a trovare un trailer sottotitolato in italiano, ma da questo video potrete comunque rendervi conto della qualità visiva del film ;)!

Buona Visione!

Diaz, un Vicari equilibrista

21 luglio 2001. Il G8 di Genova giunge al termine. La protesta No Global, invece, perdura ancora. Si esagera pure una volta di troppo: una bottiglia vagante non colpisce di poco un automezzo degli organi di Pubblica Sicurezza. È così che i vertici optano per un’azione decisiva. Così si riuscirà anche a raffreddare un po’ gli animi nei reparti operativi: troppo stanchi, troppo stressati, troppo nervosi. Il bersaglio scelto è la scuola Diaz, un dormitorio improvvisato dal Comune per dare alloggio ai manifestanti che non riescono a trovare alloggio nell’empia Genova di quei giorni.

Questo episodio nero non solo per la storia del nostro Paese, ma in generale per la storia della democrazia nel mondo, Daniele Vicari ce lo racconta in modo onesto e integrale, seconda l’italica tradizione neorealista. Sebbene siano numerosi i trucchi di cui il regista si avvale per spettacolarizzare il fattaccio (le grida provenienti da altre stanze della scuola, le atmosfere e le ambientazioni fredde e tetre), il risultato visivo finale è assolutamente credibile: si pensi che molti sopravvisuti hanno definito la violenza della pellicola molto più misurata rispetto a quella vissuta nella notte del 21 luglio. E nonostante si possano e vogliano accendere numerose polemiche a riguardo, è mio unico compito parlare del film. E il film funziona: ci sono le storie dell’ufficiale di polizia e della cadetta, le uniche voci fuori dal coro marcissimo dei reparti delle Forze dell’Ordine; quelle un po’ meno interessanti (ma funzionali allo spirito didattico del film) dei manifestanti che vivono una notte che non è meno di un incubo; c’è la recitazione più genuina, quasi fossero tutti sopravvissuti del 21 luglio; ci sono i filmati registrati quella notte, che ci richiamano alla realtà, che ci dicono che i fatti di Diaz sono accaduti davvero. Il gran risultato è stato raggiunto grazie alla maestria nell’equilibrare elementi cinematografici (che avrebbero reso poco credibili gli avvenimenti) e realistici (che ne avrebbero fatto un documentario dall’impatto scenico troppo debole).

In fin dei conti, anche se tutto questo non fosse accaduto, Diaz sarebbe comunque stata una lodevole pellicola. E invece, duole dirlo, la democrazia è morta un’altra volta, sotto i colpi duri dei manganelli.

Le cose da fare, inevitabilmente, sono poche: osservare, riflettere, ma soprattutto ricordare.