Leviathan, lezione di immoralità, corruzione d’animo e d’azioni

Sotto una tenue nebbia, le ampie montagne in lontananza accompagnano lo sguardo intento ad ammirare il panorama naturale di quella zona nord della Russia. Le pendici attraversano silenziosi spazi formati da rocce e campi, sino a toccare l’acqua della spiaggia. Ad accarezzare la baia, il Mare di Barents. Quasi come se fossero la continuazione delle montagne stesse, pesanti ed immobili, le carcasse di navi arenate all’interno del golfo sembrano dare all’atmosfera del paesaggio un amaro tocco di desolazione, testimoniando una natura dura e cruda. Tra le abitazioni che colorano la baia, Nikolai vive con figlio e compagna nella dimora di sua proprietà, un grande terreno su cui un tempo lavoravano suo padre e, ancor prima di lui, suo nonno. Un terreno che è diventato l’oggetto protagonista di un processo legale tra Nikolai, che vuole difendere a tutti i costi ciò che le sue mani hanno costruito, la sua vita, la sua fortuna, e Vadim, un sindaco spietato che vede nel territorio conteso una interessante fonte di profitti economici. Un politico corrotto che utilizza illegalmente ogni suo potere pur di raggiungere lo scopo prefigurato. Un sindaco che dovrebbe essere sbattuto immediatamente in carcere. Ci sono delle carte, le prove della sua colpevolezza, i documenti validi. Ma il pignoramento della casa da parte dell’amministrazione cittadina arriva come un flagello divino.

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Zvjagincev disegna una drammatica lotta di un uomo che non vuol vedersi sottomesso alle azioni immorali di un primo cittadino che brutalmente tenta di estorcergli ogni cosa che lo lega al luogo di famiglia. Un uomo schiacciato e piegato dal volere altrui, logorato da una lotta impari, dalla quale non vede una semplice via d’uscita. Un terreno che si è costruito col sudore e le mani di un meccanico, che benché talvolta burbero, ama i suoi familiari. Tuttavia, nemmeno Dimitry, l’amico e avvocato di Nikolai, arrivato da Mosca, riesce a concepire fin dove il sindaco si vuole spingere pur di prendere possesso della residenza del meccanico. Ogni tentativo di cercare di farsi giustizia sembra vano. Una giustizia che,  lontana dall’essere vera e propria Giustizia, ostruisce le speranze di Nikolai e si accanisce spesso contro i più deboli, perché manovrata dai piani alti.
Il Leviathan , vincitore del Golden Globe per miglior film straniero e il Premio per la miglior sceneggiatura, scritta a due mani da Oleg Negin e dallo stesso  Zvjagincev, al Festival di Cannes, non è un’operazione di riscatto sanguinolenta e brutale. Anzi, la religione gioca un importante ruolo all’interno del film, che silenziosa e cauta dialoga da una parte con la corruzione materialistica e spregevole di una burocrazia marcia e dall’altra con gli sforzi di Nikolai di veder concretizzarsi la speranza di riappropriarsi della propria dimora.

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Le confessioni, tuttavia, non sono reali prove di colpevolezza. La dichiarazione di un peccato alle orecchie di un prete, quindi agli occhi di Dio, non produce pene tangibili. Al contrario, se colui a cui si svela un misfatto è un falso prete, allora falso sarà anche il suo Dio, e non vi sarà una vera e propria espiazione, bensì un’ipocrita consiglio simbolico che aiuterà ad alimentare la colpa, macchiando così il potere cittadino e quello divino di ingannevole frode.  Lo scontro tra Nikolai e Vadim rappresenta un diverbio drammaticamente profondo tra ragione e non–ragione in cui a primeggiare è la falsità di una giustizia egualitaria, l’illusione di un libero arbitrio, l’immoralità di scopi viscidi e azioni brutali. Vadim prende così le sembianze di quel leviatano di hobbesiana memoria che con una mano tiene stretta l’autorità cittadina e con l’altra il potere religioso, sporcando entrambi di corruzione e amoralità. Come si sconfigge il leviatano, il re di tutte le bestie feroci? Catturandolo con l’amo o legandogli la lingua?

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Giobbe, preoccupato del significato dell’esistenza, divenne burbero. Finché non scatenò l’ira di Dio, che apparve sottoforma di uragano, spiegando lui tutto con delle immagini. Giobbe visse sino a 140 anni, morì vecchio e contento. Pure Nikolai vorrebbe vivere questa ultima fortuna. Ed infine, assieme alle carcasse delle navi arenate, anche lo scheletro del leviatano poggia il suo peso nella baia, tinteggiando così lo scenario già di per sé desolante di una ulteriore punta di amaro.

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