Bekas, volare e sognare per sconfiggere la guerra

Kurdistan, Iraq. Il periodo è l’inizio degli anni Novanta, Guerra del Golfo. Zana e Dana, fratelli curdi, sono costretti a vivere in mezzo alla strada, senza fissa dimora, privi della protezione dei genitori, dato che sono orfani. Sopravvivono come possono, racimolando qualche soldo ogni giorno, lucidando scarpe ai passanti, attirati, o spinti, dalle urla di Zana, il fratello minore, che incoraggia ogni persona che attraversa la piazza a sostare per pochi minuti dai due bambini. Entrambi dotati di un innocente spirito di ottimismo, vogliono arrivare alla enorme, quasi impensabile cifra che permetterà loro di comprare due passaporti grazie ai quali poter andarsene dall’Iraq di Saddam. Poiché è l’evasione il loro obiettivo. Stufi di  vivere come bekas, sono decisi a raggiungere la tanto amata America e incontrare Superman, con l’aiuto del quale, dicono, i loro genitori potrebbero tornare in vita. Mito non tanto di potenza fisica e intelligenza oltre l’umano, ma soprattutto modello di evasione, Superman può quello che non può l’uomo, ossia volare. Immersi in un desolante scenario di guerra, i due fratelli curdi possono soltanto immaginare di volare via verso un sogno lontano, espatriare in America, fuggire da quei luoghi in cui rischi, durante un passeggiata, di incappare casualmente in una mina. Anche simbolo di finzione, Superman aiuta Zana e Dana ad avere una speranza per la quale credere, un modo per continuare a combattere.

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Animo puro e voglia di farcela si uniscono e rendono il legame fraterno incredibilmente ferreo, un rapporto così stretto ed energico quasi da compensare la mancanza genitoriale. Insieme, la famiglia è forte, ma singolarmente si può essere fragili. Il rischio di rimanere soli può portare i due fratelli a compiere azioni azzardate o ad inseguire traguardi troppo lontani dalla loro portata. Sentiti complimenti vanno a Karzan Kader per aver realizzato un lungometraggio dove ripercorre una parte importante della sua vita, quando ha lasciato il paese iracheno. Un film, Bekas, che è lo sviluppo di un precedente cortometraggio intitolato anch’esso Bekas. Kader disegna un commovente quadro di uno dei momenti drammatici per la gente in Iraq, quella Guerra del Golfo con sullo sfondo l’immagine di Saddam dalla quale Zana e Dana vogliono solo scappare e smettere di essere bekas. Commovente perché ciò che colpisce l’occhio e il cuore sono le azioni tanto disperate quanto inconsapevoli dei due bambini, che fanno di tutto per superare gli ostacoli che si presentano davanti, anche a costo di litigare e scontrarsi.

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Ma cosa significa bekas? È l’appellativo che i curdi danno a chi ha perso, durante la guerra, tutti i membri della famiglia. Quindi significa essere soli, come i due fratelli. Tra questi, Zana si distingue per grinta e animo battagliero. Quando parla con Dana, il più delle volte non utilizza un tono colloquiale, bensì urla, sfogando tutta la rabbia repressa, com’è naturale che sia, poiché proprio quelle grida sono caratterizzate da una naturalità realmente, tangibilmente spontanea, come se urlare fosse la sola forma di dialogo in mezzo al disagio e disastro della guerra. Osservando le corse e le gesta dei due, una tenera ignoranza ci tocca e ci spinge a credere nella volontà e nell’ottimismo che muove i fratelli, avvolti da un’innocenza genuina che li eleva a simbolo d’evasione, a dei superman curdi alla ricerca della felicità.

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