Selma, la marcia morale celebra il coraggio della parola

1964. King si prepara accuratamente la cravatta mentre ripete davanti allo specchio il discorso che accompagnerà la celebrazione del premio Nobel per la pace ad Oslo. La tensione lo porta a cambiare le frasi, le parole, il tono di voce, testimoniandone l’importanza etica e vitale e quanto dietro tale discorso ci siano migliaia di vite di neri emarginati e vessati dallo Stato e dall’uomo bianco. Una tensione smorzata soltanto dai tentativi della moglie di rilassarlo, accarezzandogli le spalle, calmandolo. Ma benché Martin Luther King (David Oyelowo) abbia espresso il suo più intimo sogno, denso di parole d’amore e di rispetto per la gente che rappresenta, davanti ad una platea di uomini illustri quale è quella di Oslo, il pregiudizio nei confronti di persone diverse solamente per il colore della pelle caratterizza le azioni degli uomini e delle donne bianche, e la violenza cieca e ipocrita non cala. Vittima di tali azioni è Amy Lee, donna nera che esige il diritto di votare. Tuttavia, l’impiegato dell’ufficio pubblico non è d’accordo a concederle l’onore di nominare il candidato di preferenza repubblicano o democratico che sia, assolutamente contrario all’idea che un individuo di colore possa soltanto prendere in mano una penna per esprimere un parere politico. Dopo averle posto una serie di domande con fare intimidatorio riguardo i giudici dell’Alabama, Amy Lee non sapendo tutti i nomi precisi di questi si vede negato il concesso al voto.

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Intimidazione e paura sono le armi che più colpiscono la gente di King, aggredita fisicamente e moralmente dalle mani della società. La segregazione razziale non è giunta al termine con l’annunciazione del celeberrimo discorso, il quale sembra rappresentare solamente una flebile speranza incorniciata intorno da una serie di assurdi omicidi a sfondo razziale e da ripetute violazioni di libertà personali. Ava DuVernay dona uno scenario in cui il protagonista di colore sembra andare incontro a sole sconfitte, portandolo a confrontarsi più volte col presidente Lyndon Johnson (Tim Wilkinson), favorevole alla sua causa, ma non troppo. Una intrinseca diffidenza giace nel suo animo. Il duello dialettico tra King e Johnson riflette quello fisico tra gli agenti di polizia americani e la popolazione di Selma, in cui si manifesta l’incontrollata violenza dei bianchi nei confronti di neri impotenti durante le varie marce. Mentre il loro pastore vede le immagini dei massacri in televisione.La volontà di lottare per la libertà, per l’uguaglianza, semplicemente per la vita, e divenire una comunità unica, una nazione senza divisioni, la forza di farcela animano i cuori dei principali manifestanti che non si arrendono al primo pestaggio della marcia iniziale, ma continuano mentre anche le brutalità subite nelle loro pelli continuano. Tramutare il discorso di King per l’umanità intera in azione pacifica. Non rimanere in silenzio di fronte agli episodi, ma far sapere al mondo, tramite televisioni e giornali, il limite dell’ignoranza cosa è capace di compiere grazie alle mani e ai manganelli del potere.

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La crociata morale mostrata dalla DuVernay è accompagnata da una importante vena politica al suo interno, capace di penetrare sino all’interno del nucleo familiare e scombussolarlo, creando attriti. Secondo J. Edgar (Dylan Baker), “King è politicamente degenerato”. La sua ipocrita cecità lo porta ad entrare nell’intimità della famiglia King e creare tensione. Attaccare lì dentro, nel suo interno, è la tattica del massimo rappresentante del Federal Bureau, mano dello Stato, capace di manipolare le vite dei cittadini a proprio piacimento, che disarciona le pareti familiari per spingersi verso il nucleo della vita privata. DuVernay presenta uno scenario in cui una parziale ottusità politica tenta con ostinazione di allontanare il futuro prossimo e il progresso che ne deriva, il mondo che cambia, il miscuglio di razze tanto temuto dal governatore dell’Alabama, George Wallace (Tim Roth). Un panorama in cui la parola è l’arma più potente che il cittadino può impugnare nei confronti di uno Stato oppressore.

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In Selma si contano un maggior numero di dialoghi e discorsi rispetto a quello della visione di maltrattamenti e prepotenze, segno che la facoltà di parlare, di esprimersi, di enunciare le proprie sentenze supera la vigliaccheria dell’odio senza coscienza e motivato da futili cause. La parola contro la brutalità gratuita. DuVernay ci spinge ad entrare non tanto nella testa di King, ma in quella delle migliaia persone di colore vessate dal pregiudizio. I numerosi ed intensi primi piani che ci vengono forniti dalla sua regia ci presentano volti stanchi di stare in trincea a sopravvivere, rinchiusi in quella gabbia rappresentata dal braccio politico dell’uomo bianco stritolatore. “Un uomo si alza in piedi solo per esser buttato giù”. Ma l’invito di King, incorniciato spesso da una luce quasi angelica che lo eleva a qualcosa di più di un semplice uomo, aumentando la portata pastorale della sua posizione di predicatore, è quello di avanzare per i propri principi, passo dopo passo, mattone su mattone, fino a giungere all’obiettivo.
Ogni persona calpestata, malmenata è un pezzo di libertà che si allontana, ma anche un pezzo di ignoranza che si palesa. Il lontano Vietnam e la causa nera testimoniano due guerre ideologicamente ingiustificabili, simboli di sconfitte morali in cui le vittime inermi sono picchiate da odio iniquo. Fondamentali sono il dialogo, sempre libero da catene costrittrici, e l’informazione, anch’essa svincolata da amoralità di ogni sorta, di un giornalista che racconta con le lacrime agli occhi cosa sta accadendo.

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All the wilderness, in attesa di manifestarsi

Immerso nella verde tranquillità del bosco, James Charm (Kodi Smit-McPhee) si concede un momento di solitudine, accompagnato soltanto dal suo quaderno. Illuminate dai raggi del sole che trafiggono le chiome degli alberi, le pagine ci mostrano un elegante raffigurazione di un uccello con scritto accanto “causa di morte”. Inoltre, vediamo, in un’altra pagina, “William Charm”, suo padre. James decide di terminare la sua permanenza nel bosco, quando incontra un gruppo di ragazzi. Un po’ intimorito ma allo stesso tempo sicuro di sé, tramite un biglietto James dichiara la sua sentenza tanto dura quanto inaspettata, ossia uno dei ragazzi morirà. Detto ciò, scappa, corre tra gli alberi e le frasche, convinto di quale sia la sua meta. Appena uscito dal bosco, si ferma, più precisamente rimane immobilizzato di fronte alla vista di un ponte. La pausa dalla corsa permette all’altro ragazzo, di cui è stata predetta la futura morte, di giungere da james e di tirargli un pugno in pieno volto.

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È difficile che un occhio nero passi inosservato, soprattutto al cospetto della propria madre, che tra la quasi rassegnazione di avere un figlio che parla di argomenti strani e, allo stesso tempo, la forza e la volontà materna di aiutarlo, lo esorta a smettere di andare a dire alle persone che esse moriranno. E lo invita a seguire le sedute e i consigli del dottor Pembry (Danny DeVito). Malgrado la contrarietà, James è costretto a vedere il dottore. In sala d’attesa, coglie l’occasione per parlare con una ragazza intenta a leggere un libro, pure lei frequenta la clinica. Successivamente, il colloquio con Pembry non sembra portare proficui risultati e il ragazzo si prende una pausa andando in bagno. Momenti in cui ne approfitta per scappare dallo studio del medico. Passato l’angolo dell’edificio, la stessa ragazza conosciuta precedentemente, Val (Isabelle Fuhrman), dalla scala antincendio lo vede e gli chiede dove stia andando. James, senza tante alternative, risponde che sta tornando a casa. “Non è molto ambizioso”, dice Val.

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La selvaticità è un luogo di paura e meraviglia, dove tutte le cose vanno a vivere e dove tutte le cose vanno a morire, ed ogni uomo ha la sua. Così recita l’incipit di All the wilderness, parole di James, parole di suo padre. Tale selvaticità è un emozione che permea tutto il film e la stessa vita del protagonista, rispecchiata anche nelle sue letture di romanzi come Moby Dick o i poemi di Sandburg. Egli possiede una volpe, un babbuino, un lupo dentro di sé, con zanne affilate ed è la stessa selvaticità che glielo ha donato e deve saperlo domare, senza perderlo o manifestarlo troppo. Michael Johnson ci mostra la vita di James attraverso una macchina da presa che gli sta vicina, come se fosse la sua unica e vera amica. Lo accompagna nella sua passeggiata nel bosco. Scruta le pagine del suo quaderno. Gli sta dietro durante la sua fuga e immediatamente stacco in nero nel momento in cui gli viene sferrato il pugno. Il regista utilizza lo strumento cinematografico in modo da infondere alle vicende un intrinseco dinamismo, muovendosi intorno ai personaggi, retrocedendo per non esser troppo invadente, usando un leggero quanto gradevole e azzeccato effetto fuori fuoco, creando quella sorta di aria che distanzia pure noi dal soggetto ripreso. Un’aria intrisa di malinconia, come si percepisce durante l’intero lungometraggio, e una consapevolezza delle cose effimere, una sensazione che ci arriva anche grazie alla colonna sonora densa di una fragilità tangibile. Johnson presenta un pezzo di vita in cui un periodo caratterizzato da uno stato di precarietà stabile può essere portato ad uno stadio di decisionalità tanto improvvisa quanto benefica, sprigionando una vitalità nascosta, non conosciuta, che solo la “selvaticità inquieta, in attesa” può svelare.

Maraviglioso Boccaccio: storie di passato e contemporaneità

Nel 1348 la peste attanaglia Firenze con le sue vie lunghe e strette piene di silenziosa morte. Il solo rumore è quell’incessante calpestio di zoccoli trainanti carri di disperazione; sopra di essi decine e decine di corpi ammassati, dilaniati da quell’orribile malattia che fa mute le anime in pochi giorni. Una fastidiosa campanella annuncia l’arrivo dei monatti in ogni angolo di strada. Si fermano, prelevano una madre e sua figlia mentre il padre, osservando con gli occhi di chi non crede alla fine della propria vita, si butta su di loro a proteggere quei corpi puri di amore. Poche persone hanno il coraggio di camminare all’interno della città; nessuna si avvicina all’altra e con la testa china ognuna riprende la propria strada in fretta, come se anche il solo guardarsi negli occhi fosse contagioso, pauroso. All’improvviso un scia celeste di vesti ondulanti attraversa furtivamente e velocemente le stradine della Firenze antica, fino ad arrivare ad una chiesa; entrano, voltandosi indietro per evitare di essere viste. Sette ragazze si ritrovano insieme in quella chiesa buia e abbandonata, tremanti dalla paura anche della sola aria che respirano; qui alcune di loro abbracciano chi li stava aspettando: tre ragazzi sbucano dall’oscurità e baciano appassionatamente le rispettive fidanzate. Tra pianti di chi non ce la fa più a sopportare di sopravvivere tra la morte e la vita, decidono tutti insieme di partire il giorno seguente per andare a vivere in collina a respirare aria più pulita e distaccarsi dalla morsa letale che è diventata la loro amata città. Arrivati in quella bella villa di campagna subito i ragazzi decidono di darsi delle regole e incominciano a vivere i primi giorni in tranquillità, anche se in ognuno di loro aleggia ancora il ricordo di quella campanella incessante di morte, quello strepitio di carri, quei corpi abbandonati da Dio.

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Per passare il tempo i dieci ragazzi decidono di raccontarsi delle storie; ogni giorno infatti uno di loro prenderà la parola e racconterà agli altri le proprie novelle: storie di amore, passione, cieco divertimento, morte e disperazione; un riflesso incondizionato della loro esistenza. Vengono così alla luce le storie della bella Catalina e del Gentile Carisendi, del matto Calandrino, della tormentata Ghismunda e del suo Guiscardo, della badessa Usimbalda e dello sfortunato Federigo degli Alberighi. Passati dieci giorni, così come sono passate le loro dieci storie, la nostalgia dalla loro città arde nei loro cuori e improvvisamente sotto una pioggia purificatrice e salvifica salutano l’arrivo di una nuova vita.

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“Maraviglioso Boccaccio” è un meraviglioso dipinto di umanità al cui interno punteggiano i sentimenti di una vita intera. I protagonisti non sono quei ragazzi o i loro personaggi raccontati, bensì le loro paure, le loro ansie, le  loro speranze e i lori amori. Quei sentimenti, quelle sensazioni che accomunano i giovani di un tempo a quelli di oggi; quella paura di vacillare, di non farcela, ma anche quella grande voglia di vivere e di apprezzare lo stare insieme, vengono amplificati nel nostro tempo. Così quella Firenze pestilenziale ricorda l’Italia di oggi: gruppi di giovani che se ne vanno perché non vogliono sopravvivere, ma vivere, cercando tranquillità e serenità altrove, ma con la nostalgia di una terra amata e con la voglia matta di tornare per potersi dire: “rinizio da qui, da dove sono partito”.

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I fratelli Taviani hanno enfatizzato il valore stesso dei sentimenti espressi nel loro film, grazie all’uso di una fotografia particolarmente scenica: la macchina da presa si sofferma sempre a individuare il paesaggio che contorna le storie; un paesaggio che è sempre riflesso dell’intima sensazione umana provata in quell’istante. Inquadrature quindi che ricercano l’essenza ma che allo stesso tempo suggeriscono una potente visione del tutto. La luce poi, gioca un ruolo fondamentale: a metà tra la vita e la morte, si delineano gli oggetti, i visi, le azioni compiute dai personaggi richiamando così quel famoso gioco di ombre tipico di Caravaggio. I colori, come la luce, hanno un uso particolarmente metaforico: solo le vesti delle fanciulle nella villa di campagna, così vivide, incarnano quella speranza di vita che pulsa dentro i loro corpi. Come la natura, in questo caso, è portatrice di morte, la donna, alla stessa maniera, è portatrice di vita. Di notevole rilievo sono da citare quindi Simone Zampagni per la fotografia, Lina Nerli Taviani per i costumi e tra gli attori, Kim Rossi Stuart, per la sua strepitosa interpretazione teatrale di Calandrino, così come la regia dei Fratelli Taviani, che ha ricostruito e reinterpretato con originalità e semplicità la meravigliosa opera letteraria di Boccaccio: il Decameron.