Whiplash, sangue, sudore e talento

Da un corridoio corredato di specchi ai lati scorgiamo un ragazzo seduto sul suo sgabello di fronte allo strumento, grazie al quale mostra il suo talento. Rullate su cassa e tamburi, Tutto quello che serve per dare ritmo al film, in Whiplash dinamico come lo è il jazz e che in certi momenti tocca fisici limiti sfrenati. Andrew Neiman (Miles Teller) è il batterista protagonista del suo desiderio, ossia diventare uno dei grandi. Non a caso egli è iscritto al prestigioso conservatorio Sheffer, nel quale crescono ed escono solo dei “grandi”. Ma è necessario che il musicista che tenta il suo sogno sia già dotato di per sé di abbondante estro creativo, ma soprattutto di notevole personalità. Neiman capisce immediatamente che non sarà una passeggiata, poiché nel luogo silenzioso e poco luminoso dove si sta esercitando irrompe il rinomato maestro Terrence Fletcher (J.K. Simmons, fresco di Oscar come Miglior attore non protagonista), alla ricerca di musicisti. Alla vista di quest’ultimo, Neiman ferma il suo esercizio. Fletcher gli chiede il motivo della sua interruzione. Allora il batterista ricomincia, ma non è quello che intendeva dire il maestro, che lo etichetta come “scimmia irascibile”. Dopo essersi levato la giacca, Fletcher invita Andrew a mostrare cosa è capace di fare. La prova non è risultata positiva per il batterista, ma colui che si trova a dover affrontare è un uomo tutt’altro che amichevole. Fletcher ha notato però qualcosa nel ragazzo, tanto da inserirlo nella sua classe di aspiranti professionisti della musica.

WHIPLASH

Stanza B16, ore 9:00, puntualità cronometrica. Andrew si trova a ricoprire il ruolo di secondo batterista, con la funzione di voltare pagina al batterista titolare dell’orchestra di Fletcher. Non importa. Neiman avrà l’opportunità di farsi valere e di mostrare le sue capacità. Ma la disciplina ferrea, quasi militaresca, di Fletcher tende a spremere il corpo e la mente di ogni musicista in sala, a volere di più e sempre di più. Un maestro talmente aggressivo da scagliare una sedia verso Andrew mentre sta suonando per la prima volta il pezzo che dà il titolo al film, Whiplash, dopo aver sostituito il batterista titolare. Colpo mancato per fortuna, ma significativo della sua esigenza nel pretendere l’oltre dal suo allievo. Con la sua arroganza tipica di un sergente, Fletcher assomiglia al lontano Hartman di Kubrick, violento, spietato, quasi divertito nel vedere i suoi allievi (soldati) subire le percosse psicologiche che procura loro mentre tiene le lezioni. L’analogia col personaggio di Full Metal Jacket ci porta ad osservare anche un episodio estremo che li collega. Caratterizzato da un eccessivo sentimento sadico, Hartman porta addirittura un soldato del suo gruppo al suicidio, come difatto accade anche in Whiplash. Fletcher rimane sconvolto da una telefonata improvvisa che lo informa della morte di un suo ex allievo. Molto probabilmente portato alla morte a causa proprio dell’incredibile stress provocato dalle lezioni estreme del maestro. Stesso atteggiamento violento che ha portato Neiman a vedere le proprie mani insanguinarsi dopo una serie di esercizi sfiancanti.

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Damien Chazelle ci mostra un legame simbolico tra Neiman e Charlie Parker, mostrandoci una sedia lanciata da Fletcher che si riflette con il piatto che Jo Jones scaraventò in testa a The Bird, perché questo, si dice, aveva sbagliato l’entrata di una battuta. Da quel momento in poi, Parker è diventato il Parker che conosciamo. Da quanto detto possiamo quasi intravedere nella cattiveria del maestro della Sheffer un tentativo di estrapolazione del talento nascosto di Neiman. Un tentativo che si rivela spesso estremo, portando le mani dell’allievo a coprirsi di sangue. Un tentativo tanto rude quanto benefico per l’allievo, se egli, dopo aver subìto gli impeti verbali e psicologici del maestro, si distingue poi per una forza di volontà maggiore della durezza delle lezioni di Fletcher. Spronare a fare sempre meglio è ciò che vuole. Sentirsi dire “hai fatto un bel lavoro” o, peggio ancora, un “ottimo lavoro”, sono secondo il maestro delle frasi che possono bloccare la determinazione e smettere così esercitazione, allenamento e l’istinto creativo dell’allievo.

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Sudore e fatica sono elementi costanti del film di Chazelle, la volontà, o la costrizione da parte di un’altra persona, di passare il limite e quindi di vedere le proprie capacità elevarsi. La macchina da presa si sofferma spesso sui volti dei personaggi principali, dai tratti rudi e cinici del maestro alle gocce di sudore nel viso stravolto di Neiman, fino alle escoriazioni nelle sue mani. I movimenti di macchina sobri, mai pretenziosi, e il montaggio ritmico di Tom Cross (vincendo l’Oscar come Miglior montaggio) come il jazz suonato dalle orchestre di Fletcher creano un dinamismo che pare modulato secondo una tablatura invisibile che regge l’intero film, come se la successione delle inquadrature e l’energia che caratterizza alcune scene, in cui osserviamo gli enormi sforzi fisici di Andrew alle prese con uno strepitoso Caravan, fosse governata da un pentagramma immaginario in cui le note sono sostituite dai frame di Whiplash. Colpo di rullante, stacco. Serie di sax, stacco. Volto di Andrew, stacco. Mani di Fletcher, stacco. Ride, stacco.
Vincendo anche l’Oscar come Miglior sonoro, Chazelle, da buon conoscitore di musica jazz, insieme al responsabile della colonna sonora Justin Hurwitz e al compositore Tim Simonec, creano un’atmosfera in cui il grande protagonista musicale, costituito dalla musica jazz suonata sia dalla Big Band Jazz di Fletcher sia singolarmente da Neiman, è accompagnata dallo spirito di sacrificio di un ragazzo che non vuol esser solamente un batterista qualunque e vuol vedere il suo talento realmente apprezzato anche da direttori di alto livello come appunto Fletcher del prestigioso Sheffer. Ma è proprio quest’ultimo, un sergente Hartman versione jazz, che, con metodi poco ortodossi ed esercitazioni estenuanti che rischiano di portare una persona all’esaurimento psicofisico, tenta di estrapolare tutto il potenziale dal ragazzo, un talento che solo con traumi e violenze può essere manifestato e reso evidente.

Birdman, l’uomo che vola tra riconferma e ignoranza

Riff di batteria. Si parte. La giornata di Riggan Thomson (Michael Keaton), attore e regista teatrale pronto ad esibirsi nel suo riadattamento di un’opera dello scrittore Raymond Carver, incomincia meditando, nella calma più assoluta nel suo camerino, durante un atto di concentratissima levitazione a gambe incrociate, finché sua figlia Sam (Emma Stone) non lo contatta al pc ed egli è costretto a tornare letteralmente coi piedi per terra. Una chiamata veloce per sapere il tipo di fiori che egli voleva. Riggan si siede, stavolta su una sedia, di fronte al suo specchio dal quale intravediamo un poster dietro di lui in cui è ritratta una persona vestita con un bizzarro costume da uccello. È il famoso Birdman, personaggio che proprio Riggan ha interpretato in alcuni film, che tempo addietro lo avevano reso celebre. Tuttavia, adesso, da attore dimenticato, sente che la sua strada è il teatro, non più lo schermo cinematografico. Ma andiamo sul palco con Riggan, pronto per le prove. Entra nel palco, in un dialogo con altre tre persone sedute in un tavolo.

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La scena girava bene fino a che un altro attore non è stato colpito da quello che sembra essere un riflettore, caduto violentemente colpendo la testa. L’attore cade a terra sanguinante, mentre Riggan con disinvoltura decide di andarsene dal palco, seguito però dall’avvocato e manager Jake. Lo segue e scopre che l’incidente è stato architettato proprio da Riggan. Perché? Semplicemente perché, a quanto pare, secondo il nostro regista, quell’attore non era all’altezza della parte, quindi si è meritato quella botta in testa. Il problema è che ora la compagnia rischia una causa legale. Poco male, l’importante è che Riggan si sia levato di torno un attore mediocre. Chi chiameranno? Lo spettacolo non si può rimandare. Un attore di una scuola di teatro? No, non sarebbe all’altezza di Riggan, che vuole uno spettacolo eccezionale. La sorte gira a suo favore, perché si presenta Mike Shiner (Edward Norton), attore confermato e ricco di fan, con conseguente possibilità di sold out. Riggan si dirige sul palco, dove infatti si trova Mike, che senza perdere tempo si spoglia di cappotto, sciarpa e cappello ed inizia subito a recitare. Senza nemmeno leggere il copione? No, a quanto pare non serve. Mike sembra sapere la parte a menadito, persino le battute di Riggan. La prova è convincente. Tuttavia, quanto accade sulla scena nel giorno dello spettacolo darà da pensare a Riggan.

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Inarritu ci mostra un attore caduto nel dimenticatoio che cerca di risollevarsi e di trovare una riconferma che evidenzi i suoi valori. Dai fumetti con Birdman al teatro con Carver, Riggan tenta una strada alternativa a quella del cinema che, in tempi migliori, lo aveva reso un attore famoso e amato. Il periodo positivo in cui vestiva i panni di Birdman sono finiti ed egli è alla continua ricerca, tramite i suoi spettacoli, di un raggiungimento di un nuovo momento che sia in grado di farlo sentire ancora una volta un attore rilevante come un tempo. “C’è un intero mondo lì fuori dove la gente combatte per essere rilevante ogni giorno. E tu ti comporti come se non esistessero. Ci sono cose che accadono in un posto, che tu ignori.” È ciò che dice sua figlia Sam, un rimprovero che colpisce direttamente l’animo di Riggan, sempre ossessionato dalla riuscita del suo spettacolo e dalla conseguente desiderata riconferma e spaventato a morte da un mancato trionfo. Il solo pensiero di non essere amato dal pubblico sembra distruggerlo, il fatto di non importare a nessuno significherebbe non esistere, non esserci. È probabile che il segreto stia nel fatto di decidere se fingere o no, tra vivere la realtà e una commedia teatrale. Perché Shiner è a pagina 1 del giornale, mentre Riggan è relegato alla dodicesima? Forse perché egli non finge sul palco e, invece di bere acqua, beve vero gin come scritto nel copione, così da non rendere la scena irreale, bensì una vera esperienza, non una menzogna. L’intero set è finto, anche la frutta, tranne un succulento pollo, col quale Shiner decide scherzosamente di lavorare.

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Anche Inarritu si prende gioco di noi proponendoci un film simula una reale continuità lineare. Ossia egli finge di girare un lungo piano-sequenza in cui la macchina da presa segue ogni personaggio all’interno e all’esterno del teatro. Grazie ad essa percorriamo i corridoi del dietro le quinte, salutiamo i tecnici insieme a Riggan. Come fossimo un personaggio in più, un aiutante dell’attore-regista, un ulteriore elettricista, ci sentiamo parte integrante della compagnia. I fluidi movimenti della macchina da presa sono un dolce invito ad entrare nel teatro, nel luogo della possibile riconferma di Riggan. Senza sporcature anche le magnifiche interpretazioni dei membri del cast, da Michael Keaton, vincitore del Golden Globe come Miglior attore in un film commedia o musicale, a un Edward Norton, entrambi contraddistinti da una tale pregnante capacità attorica da far credere al pubblico di assistere ad una vera opera teatrale. Un copione, quello di Birdman, limpido e caratterizzato da una grande forza magnetica, vincitore del Golden Globe come Miglior sceneggiatura. Un grande testo che mostra un uomo alle prese con la sconfitta, con se stesso, stretto dallo sforzo di raggiungere la riconferma e la paura di essere ignorato.