Big Eyes, riscatto d’arte e d’orgoglio

Senza una metà ben precisa e dopo aver preparato un paio di valige con la rapidità di un evaso di prigione, Margaret Ulbrich fugge in effetti insieme a sua figlia in auto alla volta di San Francisco per lasciare alle spalle il passato, una relazione conclusa e giunta al limite della tollerabilità con l’ex marito. Accompagnata dalla sua unica figlia, Margaret inizia a cercare lavoro esponendo le sue opere di pittrice talentuosa all’interno di un parco in mezzo a numerosi artisti di strada, racimolando pochissimo. Una famiglia felice si avvicina alla sua postazione e il padre decide di far disegnare alla Ulbrich il ritratto di suo figlio secondo lo strano stile della pittrice. Figure di fanciulle con visi dagli occhioni enormi, colmi di profondità con l’aggiunta di un pizzico di malinconia. Il prezzo di partenza è un’offerta speciale, 2 dollari, che il padre di famiglia riduce ad uno solo.

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Margaret, dal volto rassegnato, è costretta ad accettare se vuole ricevere un guadagno a fine giornata. Vicino alla sua postazione, il pittore Walter Keane osserva la scena mentre, con fare esuberante e appassionato, tenta di vendere uno dei suoi dipinti alla bellezza di 35 dollari. Orgoglioso e spavaldo, spiega anche che la sua opera d’arte si può toccare, poiché applica strati densi di colore. Decide di lasciare le signorine, che intanto pensano all’offerta, mentre lui si reca dalla Ulbrich. È l’incontro che segnerà la vita dei due pittori. Margaret diventa la signora Keane. Avendo già notato la grande maestria e lo stile particolare della sua nuova moglie, Walter si improvvisa manager di Margaret. L’attività inizia positivamente: le opere vengono esposte in un importante locale della città. Le opere riscuotono successo anche se sfortunatamente non è la pittrice dagli occhioni blu a ricevere i complimenti; infatti è il signor Keane che si prende tutto il merito, attribuendosi il titolo di realizzatore di quei quadri poiché un nome maschile vende più facilmente di uno femminile. La vita di Margaret cambierà radicalmente e sarà minacciata da un Walter assetato di fama e danaro. Alla fine si deciderà chi sarà il pittore di quelle opere grazie ad una sfida, armati entrambi di pennello e colori.

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Big Eyes, il nuovo film di Tim Burton, ha poco della vena surreale e gotica che caratterizza la maggior parte del suo repertorio cinematografico, ispirandosi ad un fatto vero accaduto negli anni Cinquanta e Sessanta in America. Amore improvviso, casa di lusso, ma evidente malinconia. Margaret non si aspettava di certo che suo marito avrebbe abusato dei suoi quadri, appropriandosi di stile e storia di ciò che è raffigurato. Il nome “Keane” è su tutti i giornali, la gente va pazza per le figure dagli occhioni blu denso, la galleria dove sono tenute è piena di ammiratori che comprano copie su copie. Ma il nome si riferisce al marito, perché una donna che fa arte non viene presa in considerazione, mentre Walter sembra rapidamente farsi strada all’interno dell’arte riconosciuta, come un grande intenditore di acquerelli e tempere, un eccentrico pittore dai particolari quadri a cui piace stare sotto i riflettori e dai tratti caratteriali stilizzati da un altrettanto eccentrico Christoph Waltz. L’arte ormai diventata del signor Keane ossessiona però Margaret. Perché quell’arte è sua, è lei che dipinge le fanciulle dagli occhi grandi, ma il compagno la minaccia, perché se lei dicesse la verità probabilmente l’impero lussuoso che egli ha creato morirebbe. Ma lei non sa decidersi, non sa se dire la verità oppure continuare a negare al mondo, a se stessa, e quindi tacere sul fatto che lei è la vera pittrice.

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La Margaret di Amy Adams, fresca di vittoria del Golden Globe come migliore attrice in un film commedia o musicale, osserva i dipinti con profonda malinconia, pensando che non mente soltanto a se stessa, ma anche a sua figlia, l’innocente fanciulla che spesso è presa come soggetto per i quadri dell’artista. È così ossessionata che vede addirittura gli occhioni blu sul volto delle persone, occhi colmi di amarezza come i suoi, come pure amara e malinconica è l’aura che avvolge sua figlia. Perché l’arte che dipinge con grande passione è anche un mezzo capace di comunicare le proprie emozioni, dopotutto gli occhi sono lo specchio dell’anima, si possono vedere tante cose, sono il modo in cui si esprimono i sentimenti. L’arte rubata da Walter Keane rappresenta un crimine, una frode nei confronti di Margaret, la quale però contribuisce ad aumentare a causa del suo silenzio, delle bugie che favoriscono il marito. Menzogna o verità è il dubbio che attanaglia Margaret. Un dubbio che avrà fine soltanto con un duello all’ultima pennellata, dove sarà deciso a chi saranno attribuite le opere, recuperando così l’orgoglio messo da parte e smascherando il truffatore.

The Imitation Game: Il grande “gioco” della Seconda Guerra Mondiale

Anni 50, Manchester. E’ finita da poco la seconda guerra mondiale e un uomo si ritrova a sedere con la testa china su di sé aspettando di essere interrogato dalla polizia. Quell’uomo è Alan Turing, uno dei matematici e crittografi più brillanti del XX secolo nonché padre della moderna informatica. E’ stato arrestato dopo che è stata riaperta un’indagine su di lui, sul suo passato “militare” mancante, ma soprattutto sull’essere un’omosessuale, che per lo stato inglese di quel tempo era considerato un vero e proprio reato punibile con la reclusione. All’agente che lo interroga non importa molto se sia omosessuale o meno, a lui interessa sapere la verità sulla sparizione dei suoi dati militari dagli archivi di stato. Così, Alan, con  occhi calmi e con voce sicura e ferma, incomincia a raccontare quel pesante passato iniziato a Bletchley Park, chiamata anche Stazione X, che fu il più importante luogo, durante la seconda guerra mondiale, per la crittoanalisi dei codici e di messaggi cifrati degli avversari tedeschi.

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Un gruppo di matematici tra i quali anche Joan, una giovane ragazza laureatasi in aritmetica e logica, sfidano il tempo tra migliaia di carte, conti che non tornano, codici segreti, matite che si consumano, cercando di decifrare il più grande e complesso sistema di scrittura crittografata tedesca chiamata dagli inglesi “Enigma”. Questa macchina, ogni mezzanotte cambia le sue impostazioni non facendo capire quali siano le regole del gioco da usare per poterla decifrare. Alan, tra tutti il più geniale ma anche il più scontroso, cerca di portare avanti un proprio progetto da solo, senza l’aiuto degli altri matematici, considerati da lui “solo un peso”. Presto però si rende conto, anche grazie ai saggi consigli di Joan, con la quale nascerà poi un legame profondo, di dover accettare il fatto che da solo non può riuscire a costruire la sua macchina, che secondo lui, permetterà poi di decifrare “Enigma”. Il gruppo di matematici, diventa presto un gruppo di lavoro unito capace di giungere alla fine alla costruzione della macchina di Alan che lui ha chiamato Christopher. Questo nome ha un valore speciale ed autentico per il geniale matematico e lo si capisce dai numerosi flashback che ci vengono proposti: Christopher infatti è stato nella sua adolescenza l’unico amico della sua vita. Alan, infatti, ha sempre avuto problemi a rapportarsi con gli altri per la sua natura un po’ particolare che egli stesso definisce “strana”. E’ stato oggetto di violenze da parte di suoi compagni di collegio, ma l’unico capace di stargli accanto e di farlo sentire “normale” è stato Christopher che nelle lunghe chiacchierate serali prima di tornare nei propri alloggi gli insegnava a crittografare i messaggi. Da lì è nata la sua passione, da lì è nato il suo profondo riconoscimento per l’unica persona che gli ricordava sempre che:  “Sono le persone che nessuno immagina che possono fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare”, ed è proprio quello che Alan riuscirà a fare, restando però nell’anonimato per oltre 50 anni. Lo Stato inglese, non ha mai riconosciuto ad Alan Turing l’importanza delle sue azioni visto che, lavorando per i servizi segreti, nulla poteva essere detto successivamente. Il matematico inglese, dopo la fine della seconda guerra mondiale, ha continuato a vivere come un semplice cittadino fino al giorno del suo interrogatorio nella centrale di polizia a Manchester, fino a che non è stato arrestato e condannato per “atti osceni”, ossia per essere semplicemente omosessuale. La controversia di uno stato che solo grazie alla genialità di Turing e del suo gruppo di matematici ha potuto vincere la guerra insieme agli altri paesi alleati, non ha solo cancellato la sua figura di “eroe della nazione” privandogli qualsiasi riconoscimento, ma ha infangato il suo nome pochi anni dopo, come se l’ideazione di Christopher non fosse servito a far vincere la guerra, come se niente fosse successo. “The Imitation Game” è proprio questo: un grande gioco nel quale chi vince, perde, e chi crede di vincere ha in realtà perso.

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La strepitosa immagine che ci viene data di questo geniale matematico inglese, è dovuta all’eccellente interpretazione di Benedict Cumberbatch, attore conosciuto da Hollywood solo poco tempo fa, ma già sull’onda del successo da parecchi anni in Inghilterra, prima come attore teatrale poi come attore cine-televisivo (il suo exploit lo ha avuto con la serie televisiva Sherlock Holmes arrivata anche in Italia).  Benedict racconta e mostra, un uomo fragile, sconvolto da un passato adolescenziale problematico, ma allo stesso tempo ricco di forza e di ingegno. I mille volti di Alan/Benedict vengono seguiti con spasmodica attenzione dalla macchina da presa che incornicia ogni suo respiro, tremolio o esitazione mostrandolo come un uomo che ha saputo condurre “il gioco imitativo” della sua vita con coraggio e determinazione, nascondendo la sua natura omosessuale, “inghiottendo” tante umiliazioni e violenze subite, ma non rinunciando mai a quello che amava di più: il suo lavoro.

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Questo ritratto cinematografico è del regista norvegese Morten Tyldum, fresco di nomination ai Golden Globes e già titolato come Miglior Film dal Toronto International Film Festival del 2014.

The Rover, una sola cosa vitale

“Australia: 10 anni dopo il collasso”. Un automobile, coperta da un sottile ma vistoso strato di polvere, si ferma sul bordo della strada, immersa in uno scenario desertico e spoglio. L’uomo (Eric) che ne esce, vestito con abiti malmessi, entra nel bar e si siede a bere qualcosa. Con lo sguardo perso nel vuoto, non vede, fuori dalla finestra alla sua sinistra, arrivare un fuoristrada a gran velocità, con tre persone all’interno, e capovolgersi violentemente. Il gestore del bar esce per vedere cosa è successo e, senza però dare alcun aiuto a chi vi è dentro, rimane in piedi di fronte all’entrata. A questo punto anche Eric, che era a bere, esce e, immobile, osserva come i tre che sono usciti dal fuoristrada, rimasto impigliato in dei tubi, rubano la sua automobile parcheggiata sul bordo della strada. Dopo esser riuscito a rimuovere il loro mezzo dall’ostacolo che lo bloccava, decide di seguirli, per riprendersi la sua macchina. Il tutto senza dire una parola, né imprecazioni né sfuriate di alcun genere, freddo e in silenzio, senza lasciar quasi trasparire un’emozione. Li raggiunge. Dall’auto escono due uomini, giovane e ferito il primo, più anziano il secondo, entrambi armati. In macchina rimane il terzo. Nello scontro però i tre avranno la meglio e l’uomo, che si è visto ancora una volta portar via la sua auto, si ritroverà successivamente disteso per terra tra le erbacce accanto al fuoristrada. Sarà un risveglio tanto drastico quanto fortunato, poiché si imbatterà con il quarto membro del gruppo (Rey) da cui è stato derubato, sanguinante e fratello di quello ferito.

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Eric e Rey iniziano un viaggio in macchina entrambi verso lo stesso luogo ma con finalità diverse. Tanto silenzioso quanto deciso nel raggiungere il suo obiettivo, il primo è intenzionato a dare tutto pur di tornare a guidare la sua auto. Il mondo ha subito un grande collasso del sistema, la vita non è più quella di una volta ed Eric possiede solo una cosa importante e vitale. E’ legato solo ad una cosa e vuole ritrovare solo una cosa: la sua automobile, quello è il suo obiettivo. Non ci sono tante parole per descrivere i fatti, poiché essi parlano tramite le immagini. Anche i dialoghi, spesso, sono ridotti all’essenziale, costruiti con battute secche, limitati scambi di parole e frasi serrate. Il discorso arriva al sodo, spinto dalle minacce di morte, tramite pistole e fucili. Uno schema che riflette con dura chiarezza l’ambiente ostile e solitario dove i personaggi si trovano immersi, costituito da lande desolate ed edifici sporchi e scuri.

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Anche l’intensità aspra dei colori del film, che notiamo sia nell’ambiente che negli stessi vestiti delle persone, spenti come il cielo nuvoloso sopra le loro teste, descrive uno scenario di vita ostile; e la colonna sonora che accompagna il viaggio rende magnificamente la sensazione di desolazione, aiutando a penetrare all’interno dell’atmosfera desertica e dell’aria di enorme spazialità che ne deriva. In un mondo senza regole, in cui non si incontra il pericolo di scontrarsi con la legge, un uomo è capace di uccidere senza nemmeno passare una notte dietro le sbarre. La morte, il gesto, l’azione in sé non ha bisogno di giustificarsi di fronte ad un giudice. L’assassino è anche capace di raccontare la sua storia, il suo omicidio con sconcertante sincerità e senza essere considerato una preda della legge. Lui ha ucciso, non ha mai mentito e nessuno gli ha dato la caccia.

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Il panorama descritto dal regista David Michod, presentato al Festival di Cannes 2014 all’interno della categoria fuori concorso, mostra il viaggio in fuoristrada, attraverso un deserto di silenziosa violenza, di un uomo alla ricerca dell’unica cosa che lo tiene in vita, il suo obiettivo finale, la sua automobile. Tre sono i personaggi principali: Eric, Rey e l’ambiente stesso. Eric, interpretato da Guy Pearce alla sua seconda collaborazione con Michod dopo Animal Kingdom, ha presentato in maniera nitida e impeccabile la vita di un uomo, vuota come i suoi dialoghi e come il deserto intorno a lui. Una domanda deve essere seguita da una risposta e, se non è quella giusta, la domanda viene ripetuta identica a prima volta. Parla solo quando è necessario, non spreca parole né fiato. Questo il comportamento di Eric. Rey, retto da una magistrale interpretazione di Robert Pattinson, vive nell’indecisione di chi non riesce a scegliere la strada giusta. È lui che spinge una persona taciturna come Eric a parlare di qualcosa, qualsiasi cosa, un ricordo o un evento, andando spesso incontro ad un muro di carne. Deciso il primo, incerto il secondo; silenzioso il primo, loquace il secondo. L’ambiente è il grande tramite che lega i due. Il suo essere desertico rispecchia la poca quantità di discorsi che costella il film, in alcuni dei quali si arriva immediatamente al succo, alla risposta finale, all’obiettivo, senza tante digressioni o distrazioni, proprio come il viaggio di Eric, indirizzato solo a recuperare la propria automobile. Un vuoto che si riverbera nella vita dei personaggi e nelle loro anime.