La Spia – A Most Wanted Man, una faticosa ricerca del sé

In 2001 Mohammed Atta conceived and planned the 9/11 attacks from the port city of Hamburg, Germany. Intelligence failures and interdepartmental rivalries allowed him and his team to prepare for the attacks without discovery or interference. Today Hamburg remains a city on high alert, the focus of both German and international intelligence services, determined never repeated the mistakes of 2001. Così recita l’incipit de La Spia – A Most Wanted Man

A Most Wanted Man

E’ notte fonda e l’agente segreto Gunther Bachmann è di fronte al suo tavolo di lavoro cosparso di fogli, documenti e fotografie. Con sigaretta alla mano, risponde al cellulare. La sua squadra antiterrorismo si prepara ad indagare su un pericoloso uomo: l’arrivo di un militante jihadista, Yssa Karpov, ad Amburgo fa immediatamente scattare massima allerta. Munito di una serie di indizi, Gunther deve trasformare ciò che ha in mano in prova certa e sicura per riuscire a sventare in ogni maniera un possibile colpo terroristico. Tuttavia la strada di fronte a lui è tortuosa, dato il poco tempo a disposizione concessogli per procurarsi delle prove determinanti. Non solo. La pressione degli Stati Uniti si fa sempre più pesante e l’agente Marta, arrivata ad Amburgo dall’ambasciata americana di Berlino, fa sentire la sua presenza sul collo di Gunther. Non è solo il caso Karpov a tenere impegnato il team antiterrorismo. Infatti quest’ultimo indaga anche sul conto del dottor Faisal Abdullah, individuo sospetto per i suoi misteriosi contatti con alcune organizzazioni benefiche. Da un lato Karpov sembra avvicinare la minaccia di un attentato terroristico jihadista, dall’altra l’aura di mistero di Abdullah infonde quella diffidenza e paura nei confronti dell’Islam che lo scenario mondiale ci mostra ormai da anni. I comportamenti di Faisal non convincono, poiché sebbene sia considerato un illuminato ed abbia a che fare con l’Occidente, dietro ogni persona con indosso distinti vestiti eleganti c’è qualcosa di oscuro, un po’ di malvagità, quella subdola e nascosta malignità che può uccidere. Cos’è che porta un militante jihadista dalla Russia ad Amburgo? Una enorme somma di denaro. Karpov deve contattare un banchiere, Tommy Brue, e prelevare ciò che suo padre gli lasciò come eredità. Ma sono soldi sporchi, di sangue.

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Il caso Karpov e il misterioso Abdullah fanno lavorare il cervello di Gunther senza sosta. Il suo è un viaggio di introspezione e la risoluzione delle delicate questioni che gli si pongono davanti rappresentano un obiettivo fondamentale, ciò che lo fa sentire vivo. Perché lui, Gunther Bachmann, è un uomo serio, così dedito al suo lavoro da non avere un po’ di tempo per sé stesso o per instaurare legami d’amicizia duraturi. “Seven friends”, “Così pochi?”, “Magari”. Già da questa serie di battute capiamo che uomo solitario e intellettuale Seymour Hoffmann ha voluto interpretare, con la grande maestria che abbiamo già visto in altri film come Synecdoche di Kaufman. Il poco tempo che ha a disposizione per evitare il disastro non gli consente di andarci piano, deve agire con decisione e fermezza. Bachmann-Hoffmann attira su di sé l’attenzione dello spettatore, grazie soprattutto ad una regia incentrata totalmente sul suo personaggio, sulle sue azioni, su ciò che pensa. Egli si muove e noi ci muoviamo con lui, egli pensa e noi riflettiamo con lui. Siamo allo stesso tempo spettatori e compagni invisibili dei suoi ragionamenti, vicini alle indagini che scuotono l’animo dell’investigatore antiterrorismo, che alimentano la sua voglia di mettersi in gioco così da valutare veramente chi è.

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Ciò che Corbjin ci propone non è solamente il percorso interiore e intenso che il grande fumatore Gunther si accinge a vivere, tra tensioni sempre crescenti e pressioni esterne che lo stringono quasi a soffocarlo nel suo lavoro. Un lavoro che riflette l’intenzione di raggiungere una completa esplorazione di sé stesso, utilizzando le complicate questioni, Karpov e Abdullah, per mettersi alla prova e per rispondere alla domanda “Perché lo facciamo?”. C’è di più. Riprendendo il soggetto del film dal romanzo di John Le Carré Yssa il buono, Corbjin dipinge uno scenario politico complesso, colorato di segreti internazionali tra Germania e Stati Uniti. Se ci concentriamo, per un momento, sul nome del militante jihadista, Yssa Karpov, scopriremo delle finezze politiche argute. Yssa è un nome musulmano, Karpov è un cognome russo. Egli proviene dalla Cecenia ed è stato torturato in diverse prigioni in Turchia e in Russia. È il primo personaggio che vediamo nel film ed è l’uomo a cui servizi segreti tedeschi prima e Stati Uniti poi danno la caccia. In un corpo solo sono presenti più nazionalità che ci spingono a ricordare eventi storici importanti come la guerra in Cecenia iniziata nel 1994 e protrattasi sino a cinque anni fa. Il personaggio di Yssa porta con sé qualcosa di russo, il cognome, tanto basta a farci tornare alla mente i duri rapporti URSS-USA che la Guerra Fredda ci ha mostrato. Infine egli è musulmano, appartenente a quel mondo di cui anche Faisal Abdullah fa parte e che incute timore e sospetto, quanto basta da mobilitare agenzie segrete di spionaggio e porre lo stato di allerta. Gunther, Marta, Abdullah e Yssa non sono solo i protagonisti di questo intrigante quanto introspettivo panorama, ma rappresentano anche dei simboli politici internazionali.

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