Di cuore e arte, Words and pictures

Sembra un dibattito mai chiuso totalmente quello che vede protagonisti la parola e l’immagine, entrambi elementi fondamentali del nostro linguaggio umano, l’una ascrivibile al genere letterario e romanzato, l’altra inseribile nella sfera della pittura e delle decorazioni artistiche. Entrambi i modi di comunicare si sono sviluppati nel tempo, partendo da una forma primitiva e rudimentale fino a giungere a modelli stabili. E chi potevano prendersi la responsabilità di difendere ognuno la loro parte se non un professore di letteratura (inglese) e una di arte avanzata?

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Jack Marcus è insegnante di letteratura inglese, fondatore della rivista del Croyden Lion, presso la scuola dove è dipendente. Tuttavia, la rivista sta passando un momento in cui non funziona, non ha più i lettori dei tempi migliori. Così come anche Jack non sta trascorrendo un momento sereno a causa del possibile rischio licenziamento. È un uomo che ha preso a cuore la sua classe, insegna come se fosse uno dei suoi autori preferiti, cita le frasi di Martin Luther King con la stessa enfasi che un attore usa nel pronunciare un discorso sul palcoscenico di un teatro. Anche se con qualche vizio, come quello di barricarsi in pausa pranzo in macchina e bere vodka nascosta in un termos fino a diventare ubriaco. Vizio che non va a genio al preside e che, sommato alla sua delusione per quanto riguarda il non proficuo andamento della rivista, spinge Marcus ad un colloquio tempestivo, che sa di ultimatum. Quest’ultimo, costellato di tanti premi letterari e tante promesse, vuole salvare la sua rivista.

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Poi c’è lei, l’insegnante di arte avanzata, cammina aiutandosi con una stampella, a causa di una grave malattia. Delsanto è un ghiacciolo, e lo notiamo nel primo dialogo con Jack, quando egli la invita a giocare ad un gioco di parole. E la classica atmosfera catulliana da “Odi et amo” sembra instaurarsi immediatamente tra i due protagonisti. La guerra tra arte, pittura, immagini e parola, frasi è appena iniziata, dichiarata proprio dal professore di letteratura, il quale difende la sua posizione insegnando ai suoi allievi che “al principio c’era la parola”. D’altra parte però anche le immagini portano con sé un ruolo importante nella divulgazione della cultura, proprio come il linguaggio parlato. Entrambi i mondo sono in grado di emozionare, come dopo aver ascoltato un discorso di Lincoln, come la visione di un quadro può farci tremare. Del resto, sia linguaggio parlato che disegnato sono anche in grado di ferire una persona. “Basta una frase che elevi l’umanità con un’immagine appena sfornata dalle vostre menti inermi, computerizzate e soffocate dai centri commerciali”, così Jack stimola la sua classe a fare di più, a creare un’opera che sia degna. Il valore culturale e artistico lo vediamo in entrambi i mondi. Dopotutto, se ci pensiamo bene, una parola, una lettera sono comunque simboli, e possono essere descritte come immagini, ideogrammi. Parole e immagini dialogano insieme, non sono due mondi diversi, proprio come Jack e Delsanto non sono poi due persone così lontane.

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Nonostante le difficoltà con cui i due personaggi sono costretti a convivere, essi riescono a trovare la forza di reagire e combattere per trovare la propria identità. L’alcolismo di Jack e il suo modo di vivere spesso tra le nuvole, disorientato, sono degli incentivi che lo spingono a rispondere energicamente ai suoi vizi e tentare di elevare la sua posizione lavorativa, non certo positiva. Anche l’handicap con cui convive Delsanto deve essere uno stimolo a non mollare, non abbandonare quella pittura che tanto l’ha accompagnata nella vita. Parole e immagini sono caratteristiche fondamentali del cinema, che sempre dialogano e sempre convivono assieme nello stesso universo, nello stesso schermo. Schepisi sceglie Clive Owen e Juliette Binoche per i ruoli rispettivamente del professore di letteratura e di arte avanzata. Due attori per due recitazioni  impeccabili nelle parti loro assegnate. Lui sembra davvero un professore modello, malgrado le numerose vodke bevute in macchina e davanti alla scrivania, seduto in attesa dell’ispirazione prima della scrittura, un uomo che instaura con gli alunni un rapporto di stima, stesso sentimento che può provare lo spettatore, che si sente spinto ad intervenire nel film, per aiutarlo a smettere di bere, mettersi su quel foglio bianco e ragionare con la testa di un vero  letterato. Lei è quella insegnante di arte che non vuole tanto che l’alunno disegni bene, ma che disegni col cuore, ed è col cuore che guardiamo una sofferente Binoche intenta a dipingere quadri che nessuno può apprezzare, secondo lei, come se ci stesse dicendo “non guardatemi, per favore, non sono altro che schizzi di colore”. Ma noi vorremmo solo essere lì con loro e aiutarli e dire che il loro lavoro, i loro capolavori, non sono carta straccia.

La Spia – A Most Wanted Man, una faticosa ricerca del sé

In 2001 Mohammed Atta conceived and planned the 9/11 attacks from the port city of Hamburg, Germany. Intelligence failures and interdepartmental rivalries allowed him and his team to prepare for the attacks without discovery or interference. Today Hamburg remains a city on high alert, the focus of both German and international intelligence services, determined never repeated the mistakes of 2001. Così recita l’incipit de La Spia – A Most Wanted Man

A Most Wanted Man

E’ notte fonda e l’agente segreto Gunther Bachmann è di fronte al suo tavolo di lavoro cosparso di fogli, documenti e fotografie. Con sigaretta alla mano, risponde al cellulare. La sua squadra antiterrorismo si prepara ad indagare su un pericoloso uomo: l’arrivo di un militante jihadista, Yssa Karpov, ad Amburgo fa immediatamente scattare massima allerta. Munito di una serie di indizi, Gunther deve trasformare ciò che ha in mano in prova certa e sicura per riuscire a sventare in ogni maniera un possibile colpo terroristico. Tuttavia la strada di fronte a lui è tortuosa, dato il poco tempo a disposizione concessogli per procurarsi delle prove determinanti. Non solo. La pressione degli Stati Uniti si fa sempre più pesante e l’agente Marta, arrivata ad Amburgo dall’ambasciata americana di Berlino, fa sentire la sua presenza sul collo di Gunther. Non è solo il caso Karpov a tenere impegnato il team antiterrorismo. Infatti quest’ultimo indaga anche sul conto del dottor Faisal Abdullah, individuo sospetto per i suoi misteriosi contatti con alcune organizzazioni benefiche. Da un lato Karpov sembra avvicinare la minaccia di un attentato terroristico jihadista, dall’altra l’aura di mistero di Abdullah infonde quella diffidenza e paura nei confronti dell’Islam che lo scenario mondiale ci mostra ormai da anni. I comportamenti di Faisal non convincono, poiché sebbene sia considerato un illuminato ed abbia a che fare con l’Occidente, dietro ogni persona con indosso distinti vestiti eleganti c’è qualcosa di oscuro, un po’ di malvagità, quella subdola e nascosta malignità che può uccidere. Cos’è che porta un militante jihadista dalla Russia ad Amburgo? Una enorme somma di denaro. Karpov deve contattare un banchiere, Tommy Brue, e prelevare ciò che suo padre gli lasciò come eredità. Ma sono soldi sporchi, di sangue.

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Il caso Karpov e il misterioso Abdullah fanno lavorare il cervello di Gunther senza sosta. Il suo è un viaggio di introspezione e la risoluzione delle delicate questioni che gli si pongono davanti rappresentano un obiettivo fondamentale, ciò che lo fa sentire vivo. Perché lui, Gunther Bachmann, è un uomo serio, così dedito al suo lavoro da non avere un po’ di tempo per sé stesso o per instaurare legami d’amicizia duraturi. “Seven friends”, “Così pochi?”, “Magari”. Già da questa serie di battute capiamo che uomo solitario e intellettuale Seymour Hoffmann ha voluto interpretare, con la grande maestria che abbiamo già visto in altri film come Synecdoche di Kaufman. Il poco tempo che ha a disposizione per evitare il disastro non gli consente di andarci piano, deve agire con decisione e fermezza. Bachmann-Hoffmann attira su di sé l’attenzione dello spettatore, grazie soprattutto ad una regia incentrata totalmente sul suo personaggio, sulle sue azioni, su ciò che pensa. Egli si muove e noi ci muoviamo con lui, egli pensa e noi riflettiamo con lui. Siamo allo stesso tempo spettatori e compagni invisibili dei suoi ragionamenti, vicini alle indagini che scuotono l’animo dell’investigatore antiterrorismo, che alimentano la sua voglia di mettersi in gioco così da valutare veramente chi è.

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Ciò che Corbjin ci propone non è solamente il percorso interiore e intenso che il grande fumatore Gunther si accinge a vivere, tra tensioni sempre crescenti e pressioni esterne che lo stringono quasi a soffocarlo nel suo lavoro. Un lavoro che riflette l’intenzione di raggiungere una completa esplorazione di sé stesso, utilizzando le complicate questioni, Karpov e Abdullah, per mettersi alla prova e per rispondere alla domanda “Perché lo facciamo?”. C’è di più. Riprendendo il soggetto del film dal romanzo di John Le Carré Yssa il buono, Corbjin dipinge uno scenario politico complesso, colorato di segreti internazionali tra Germania e Stati Uniti. Se ci concentriamo, per un momento, sul nome del militante jihadista, Yssa Karpov, scopriremo delle finezze politiche argute. Yssa è un nome musulmano, Karpov è un cognome russo. Egli proviene dalla Cecenia ed è stato torturato in diverse prigioni in Turchia e in Russia. È il primo personaggio che vediamo nel film ed è l’uomo a cui servizi segreti tedeschi prima e Stati Uniti poi danno la caccia. In un corpo solo sono presenti più nazionalità che ci spingono a ricordare eventi storici importanti come la guerra in Cecenia iniziata nel 1994 e protrattasi sino a cinque anni fa. Il personaggio di Yssa porta con sé qualcosa di russo, il cognome, tanto basta a farci tornare alla mente i duri rapporti URSS-USA che la Guerra Fredda ci ha mostrato. Infine egli è musulmano, appartenente a quel mondo di cui anche Faisal Abdullah fa parte e che incute timore e sospetto, quanto basta da mobilitare agenzie segrete di spionaggio e porre lo stato di allerta. Gunther, Marta, Abdullah e Yssa non sono solo i protagonisti di questo intrigante quanto introspettivo panorama, ma rappresentano anche dei simboli politici internazionali.

Ritorno a l’Avana: il sogno spezzato di una Cuba “rivoluzionaria”

Cuba, L’avana. Sole, mare, caos, canzoni e una terrazza piena di amici dipingono il profilo di una città abbandonata a se stessa, tra baracche e grattacieli in lontananza. Su quella terrazza un gruppo di amici di vecchia data si sono ritrovati per il ritorno di uno di loro, Armando, tornato dopo 16 anni da Madrid. Come se fossero ancora giovani e spensierati Tania, Armando, Rafa, Eddi e Aldo fumano, bevono, ballano e ridono fino alle lacrime, fino a che i ricordi non si imbrattano di malinconia e tristezza. Piano piano, una ad una, vengono a galla le vite di ognuno di loro e la felicità apparente delle loro esistenze si trasforma nel rimorso, nell’angoscia di aver vissuto vite che non erano le loro. Tutto viene scoperto tra la rabbia, le offese e i risentimenti di quel gruppo di amici che su quella terrazza, che guarda il mare nel suo infinito estendersi e che è incastonata tra decine di case immobilizzate nella loro povertà, scoprono a loro volta cosa sono diventati. Tutti hanno vissuto il periodo della Revolucion, tutti hanno visto cosa fosse la Revolucion; un regime dittatoriale che per credere in un sogno di rivincita contro l’imperialismo americano e occidentale, ha distrutto le vite di tutti coloro che si sono opposti ad esso. Proprio quegli amici, legati dall’indissolubile affetto e dalla voglia di volercela fare, si sono arresi ad uno stato che credeva di costruire un’identità unita e originale, ma che irrimediabilmente ha “abbattuto” se stesso.

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Tania , Armando, Rafa, Eddi e Aldo hanno voluto costruire la propria felicità sullo studio, sin dai tempi del liceo. Hanno creduto che la cultura, una propria cultura fosse l’indispensabile per poter vivere; così ognuno di loro è diventato pittore, dottore, scrittore, ingegnere, ma poi qualcosa si è inceppato e alla fine nessuno di loro ha continuato a fare quello per il quale tanto aveva studiato. Tania, ad esempio, è un’oculista che riesce a lavorare poche ore a settimana e non riesce a vivere di quello che guadagna; i suoi figli li ha lasciati partire e vive sola da tanti anni. La depressione, la solitudine, la mancanza di denaro e di felicità, tutto appare negli occhi di questa donna forte ma fragile, arrogante ma gentile. Rimane appesa nella sua vita di sempre con mille difficoltà, ormai è spenta, vuota, sola e tale sua condizione la si può capire dalle parole che pronuncia tra le braccia di Armando nella notte caotica dell’Avana: “avrei voluto morire piuttosto che vivere così”.

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Eddi è quello che tra il gruppo di amici si è costruito una vita più agiata. Porta Rayban, veste giacche da centinaia di dollari e ha girato tutto il mondo. E’ un dirigente di una società ma come tutti, Eddi ha gli stessi problemi, le stesse tristezze di un uomo che voleva fare lo scrittore, ma che ha rinunciato perché aveva capito che non poteva avere futuro così. Si è venduto, ha chinato la testa di fronte a tutti ed è arrivato dove è arrivato. Rafa è il pittore del gruppo, colui che ha sempre avuto il talento per poter spingersi oltre l’isola cubana e mirare più in alto. E’ sempre stato definito il “bocca larga”, perché non stava mai zitto: amava i Beatles, lo diceva; amava l’arte americana, lo diceva. Per questo è sempre stato tenuto sott’occhio dallo stato cubano, come tanti altri, perché aveva gusti che non si addicevano alle politiche della Revolucion. Ma la sfortuna ha portato Rafa a non dipingere più: prima la separazione dalla moglie, poi la rottura dei rapporti con un museo parigino, poi l’alcool hanno fatto di lui un semplice impiegato. Aldo è  la meravigliosa forza del gruppo; nonostante abbia divorziato dalla moglie, non faccia l’ingegnere ma lavori in un laboratorio clandestino dove si brucia le mani toccando gli scarti delle batterie, abbia un figlio problematico senza futuro, è l’unico che per tutto il film ricorda a se stesso e a tutti gli amici come credevano un tempo alle loro speranze, come credevano in se stessi anche se tutto si stava spezzando; proprio quel credere che tutti loro hanno perso nel corso degli anni, viene rinfacciato da Aldo quasi ossessivamente. Armando infine è colui che è tornato da Madrid dopo 16 anni. Ha vissuto in terra spagnola da solo e senza fare lavori gratificanti. Voleva fare lo scrittore di teatro, o il romanziere ma da quando è partito ha smesso di scrivere; questo è il motivo che lo spinge poi a dichiarare davanti a tutti la sua volontà di restare a L’Avana, cosa che desta stupore e rabbia. Rimasto vedovo da qualche anno, della sua amata Angela che però non ha potuto più vedere dopo la sua partenza, si ritrova a dare spiegazioni, questa volta reali, del perché sia tornato.

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Le meravigliose interpretazioni di tutti gli attori fanno sì che lo spettatore si immerga tra quel gruppo di amici che tanto litiga quanto si ama. Sembra di essere lì, su quella terrazza a sentire odore di alcool e fumo, a udire il frastuono di una città sempre sveglia, a farsi venire il capogiro per le ore interminabili pieni di emozioni contrastanti che tutti provano e urlano, a “indossare” così le stesse assenze, gli stessi vuoti, le stesse vite sbiadite di Tania, Armando, Rafa, Eddi e Aldo. Con l’aiuto della macchina da presa sempre in movimento, che segue qualsiasi discorso, qualsiasi risata e lacrima, l’immedesimazione in quell’atmosfera è perfetta. Su quella terrazza tutto viene osservato e tutti si osservano; si guarda il mare, la città, le baracche, la strada, una ragazza che si asciuga i capelli, una bambina che salta e un maiale sgozzato vivo, con la stessa intensità di tutti i protagonisti che con i loro occhi si scrutano, si ritrovano, si rivivono a vicenda dopo tanti anni di distanza gli uni dagl’altri.  Il delicato quadro cinematografico ci viene dato un autore francese,  Laurent Cantet, conosciuto da qualche anno per “La classe”, ma tornato a farsi sentire alla 71esima edizione della Mostra del Cinema d Venezia per la giornata degli autori.