L’infinita grandezza di Leopardi

Tre bambini giocano in un giardino di una villa, spensierati dalla giovinezza della vita; si osservano, ridono e corrono nei pochi momenti in cui non sono chini a studiare libri di storia, filosofia, ebraico e latino. Il bambino dai riccioli ribelli color oro respira la propria libertà di giovinetto impugnando una piccola spada da gioco e sognando interminabili avventure. Il piccolo Leopardi con i suoi fratelli cresce; la sua passione è quella di tradurre, trascrivere opere antiche nell’italiano “moderno” di allora e comporre versi. Seduto accanto alla finestra, respira il giorno e la notte, chino sulla carta e sull’inchiostro senza mai distogliere lo sguardo. Nessuna persona, nessun stridore di carrozza, nessun canto d’uccello gli fa alzare gli occhi sempre più stanchi e la schiena sempre più curva da quei amabili fogli.

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Nessuno, ad eccezione della bella ragazza che tesse la tela dall’altra parte della strada e che ogni tanto si affaccia alla finestra che guarda proprio lo studiolo di Giacomo per sgranchirsi le gambe. Lei, quella amabile Silvia raccontata, trasfigurata in un angelo nelle poesie del Leopardi, diventa il primo ingenuo ma irraggiungibile amore del ragazzo che per timidezza, per rispetto, e per consapevolezza della propria condizione difficile di vita, non si avvicinerà mai alla bella ragazza. La osserverà sempre da lontano, così troppo lontano per sapere poi della sua malattia e infine della sua morte. A Recanati, il paese dove è nato il giovane Giacomo trascorre tutta la sua adolescenza, sotto l’occhio vigile e oppressivo di una madre inetta a fare la madre e la premura eccessiva di un padre che lo tiene sempre d’occhio. Esplicative sono le  scene che rappresentano tale situazione: dalla stanza d’affari paterna, l’unica prospettiva che si può avere è proprio quella nella quale viene posto il banco in legno accanto alla finestra sul quale ogni giorno il giovane poeta scrive, studia e legge. Proprio l’invadente costanza con la quale viene osservato e vigilato Giacomo, sarà quella che più lo farà allontanare dal suo nido natale, portandolo a scappare, a fuggire, a voler vivere una vita sua. Dopo l’incontro con uno dei maggiori letterati dell’epoca, Leopardi capisce che esiste un mondo oltre le mura della propria casa, e metaforicamente, osservando da quella siepe tanto famosa l’infinito dal suo “sempre caro mi fu quest’ermo colle”, si accorge che il suo “volo” è appena iniziato. Inizia così la seconda fase tanto importante quanto amara per il giovane poeta che trasferitosi da Recanati a Firenze, approda nella città delle arti per eccellenza. Qui, circondato da moltissimi e famosi letterati dell’epoca, e avendo fatto la conoscenza di quel che rimarrà il suo fedele amico di vita, Ranieri, incomincia ad essere conosciuto non tanto per la sua grandezza letteraria e culturale, ma per quella malinconia, quella tristezza che da sempre ha contraddistinto le sue opere e che diverrà il pretesto per il suo allontanamento dalla città di Firenze.

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Quel che cerca di spiegare Leopardi è che la vita per lui è tanto gioia e bellezza, quanto affanno e disgrazia e che, seppur osservando grandi masse di donne e uomini colti e felici all’apparenza, lui ha sempre visto in loro l’irrimediabile infelicità. Apprezzato da pochi, forse più per paura della sua grandiosa eccellenza e intelligenza che per le sue opere, decide di spostarsi dall’ostile Firenze per trasferirsi nella viva Napoli, dalla quale lui stesso afferma di poter “prendere” ogni giorno la bellezza selvaggia di quella terra e trasformarla in pace per se stesso. Ma anche nella colorata città del Sud, Giacomo, affettuosamente accudito dalla sorella di Ranieri, Paolina, e dal suo amico stesso, non trova quella silenziosa e normale vita che voleva avere. Le sue condizioni di salute peggiorano; non riesce quasi più a camminare, la sua schiena è così curva che può toccare le proprie ginocchia, e per di più anche in quella città, prima accolto come un grande scrittore, viene denigrato per la sua condizione fisica e mentale. Ancora una volta quella malinconia che l’ha reso noto, non riesce a far dimenticare il suo malessere; Leopardi non riesce a far capire che le due cose sono distinte, che se anche non fosse in quella condizione fisica  vivrebbe lo stesso quel pessimismo del quale tanto scrive. “Non attribuite al mio stato quello che si deve al mio intelletto!”, con questa frase lascia Napoli anche perché costretto dalle sue condizioni di salute, e si trasferisce a Torre del Greco. Il mare, il sole fanno bene al caro Leopardi che sempre più curvo e debole si lascia trasportare come fosse un bambino, dal letto alla poltroncina in terrazza e niente di più. La natura selvaggia del posto però lo turba; in una notte il tremore e l’incandescente lava che viene eruttata dal Vesuvio, scuotono l’animo del giovane che rimembrandosi quella tanto temuta madre, la paragona all’inarrestabile crudeltà che la natura ci pone davanti. Quella natura tanto ostile e vendicativa che non fa vivere nessun essere umano in pace con se stesso, ma lo riduce ad essere suo schiavo senza via d’uscita.

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Il meraviglioso protagonista che veste i panni dell’insormontabile Giacomo Leopardi è Elio Germano che con la sua bravura e sensibilità riesce a immergere lo spettatore in quell’angoscia, in quel senso di vita amaro  e angoscioso del poeta. Ride e scherza ironico, soffre e si immerge nella sua solitudine come se fosse in realtà lui il giovane poeta. Il grandioso gioco attorico che ne risulta grazie anche alla completezza e al supporto di altri bravissimi attori come Riondino, Popolizio e Graziosi fa da cornice e risalta il bell’effetto di inquadrature talvolta snervanti nell’inseguire in giovane Giacomo, quanto intime e delicate nel dipingere volti, espressioni e smorfie di ognuno dei personaggi che Leopardi incontra sullo sua strada.

Il giovane favoloso film di Mario Martone in uscita da pochi giorni nei cinema italiani, ma venuto alla luce alla 71esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, ci racconta la storia di uno dei poeti più illustri e più amati della nostra letteratura.  Ci mostra un uomo con le sue debolezze, le sue avversità ma che ha comunque la consapevolezza di andare avanti anche senza l’appoggio di nessuno, in particolare dei circoli letterari dell’epoca, con il coraggio di chi vive per scrivere. E così si svolge l’intero film in un’atmosfera paragonabile al “dolce naufragar” dell’Infinito.

I due volti di Gennaio, anche l’uomo mite ha un lato nascosto

Atene 1992. La nostra coppia protagonista passeggia per le antiche rovine dell’acropoli, visitando i magnifici templi e ammirando il panorama greco, memore di leggendarie battaglie e gloriosi eroi. Ma anche gli eroi hanno i loro lati nascosti. Il coniuge legge una guida riguardo i segreti della Grecia e scopriamo che i suoi abitanti erano considerati i maestri dell’inganno, grazie ad un curioso fatto: la base del Partenone è storta. Lui rimane fermo da un lato degli scalini del monumento, lei arriva quasi alla fine degli stessi, dall’altro lato, e appoggia il cappello per terra, ed ecco l’illusione: il marito non riesce a vedere il cappello, quindi la base infatti, come si diceva, non è lineare. Tuttavia, il marito non si sente a suo agio in quel luogo, poiché uno sconosciuto ragazzo li sta osservando, più precisamente il suo sguardo è direzionato verso di lui. Li segue.

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Fino al bar, dove i due coniugi sono seduti a bere qualcosa e altrettanto fa lo sconosciuto seduto ad un altro tavolo. La moglie Colette (Kirsten Dust) decide di investigare e riesce nel suo intento. Il ragazzo si chiama Rydal (Oscar Isaac), americano, guida turistica. Veniamo a conoscenza del motivo del pedinamento ad opera di quest’ultimo: il marito ricorda molto suo padre ormai scomparso. I due decidono quindi di farsi accompagnare da Rydal all’interno del paese, così questo può fare il cicerone. Come dicevamo, i greci sono i maestri dell’inganno, e Rydal non è da meno. Benché americano, sembra che da brava guida turistica del posto abbia imparato così egregiamente i trucchi per truffare le persone da avvicinarsi abbastanza ad essere un “maestro dell’inganno”, come un vero greco, spingendo Colette a comprare un braccialetto ad un prezzo maggiorato .
Concludiamo questa allegra, sebbene insolita giornata nella camera da letto dei due, pronti ad amoreggiare, finalmente da soli nella loro stanza d’hotel. Bussano alla porta. Un uomo in giacca e cravatta chiede del signor Donlevy. Ma il nostro protagonista non si chiama così, a quanto pare ha sbagliato persona. L’uomo misterioso insiste, dicendo un altro nome, MacFarland. Il nome stavolta è giusto, e l’uomo entra con forza nella stanza.

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Adesso sappiamo che il marito, Chester MacFarland (Viggo Mortensen), dirigeva un’agenzia di brokeraggio e vendeva azioni petrolifere, purtroppo, per i clienti, fasulle. E sono proprio questi ultimi, scontenti di aver collaborato con Chester, che hanno mandato l’uomo in giacca e cravatta, un investigatore privato, a riscuotere i soldi dovuti. Ma questo non è per niente amichevole e dopo poco i due uomini arrivano alle mani. Bene mi fermo qui. Anzi, solo un’aggiunta: Rydal, contemporaneamente ai fatti della stanza di Chester e Colette, li sta raggiungendo per restituire il braccialetto che la moglie aveva dimenticato nel taxi. Il proseguimento della vicenda vede un intersecarsi di fatti con protagonisti proprio Chester, Colette e Rydal. La coppia si trasforma in triangolo. Sono diventati tutti ricercati per via dell’omicidio dell’investigatore privato. La vena da soldato di fanteria nell’esercito statunitense di Seconda Guerra Mondiale di Chester ha avuto la meglio sul suo animo distinto ed elegante. La rabbia si fa sentire per tutta la durata del film, oltre che la spaesatezza, la lontananza dal paese natio, il saper di non essere a casa propria. Loro, i due coniugi, lontani dalla loro America devono ora affrontare problemi che non si aspettavano di trovare in una vacanza. Ed è durante la fuga che tutti i loro volti cambiano, si trasformano.

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I due volti di Gennaio è il primo film da regista dell’iraniano Hossein Amini, già conosciuto come sceneggiatore per 47 Ronin (2013, Rinsch) o Shanghai (2010, Hafstrom), un elegante lungometraggio che ricorda molto gli inseguimenti e gli intrighi caratteristici dei film di Hitchcock. Di memoria hitchcockiana sembra anche la tecnica utilizzata da Amini per creare la storia: l’uso del MacGuffin, lo strumento artificiale grazie al quale la vicenda si dinamizza e prende corpo, come lo era la busta con i 40.000 dollari in Psycho. Qui invece, come tassello che da il via alla concatenazione di eventi, abbiamo il braccialetto che Rydal fa comprare a Colette, quello che potremmo considerare un MacGuffin alla lontana.