Italy in a Day: Un Giorno di Vita Italiana

26 Ottobre 2013. Un giorno come gli altri ripreso da cellulari, fotocamere, telecamere, tablet e computer. Un giorno in cui speranza, delusione, amore, amicizia, solitudine e gioia si intersecano dando vita ad un puzzle stupefacente di emozioni.

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Le vite di una parte di italiani viene proiettata su uno schermo. La storia, questa storia, è quella reale, percepita sulla pelle delle persone. Non ci sono lieti fine hollywoodiani, non ci sono favole da raccontare, non ci sono fantascientifici personaggi. E’ la realtà, la più pura. Storie che si congiungono tra loro, che mostrano come gli italiani vivono le paure più profonde e le gioie più esaltanti nella vita di tutti i giorni. Si racconta il quotidiano, ciò che succede dall’alba al tramonto. Si presenta un popolo vero, dalla solitudine di un anziano che vorrebbe essere utile alla comunità, ad un bambino appena nato e messo tra le braccia di un babbo emozionato che non smette di piangere. Si passa da una scuola piena di ragazzi ironici sulla loro poco voglia di studiare, a chi invece sfortunatamente è andato a lavorare troppo presto; si passa dall’intimità di un letto, di due persone che si baciano e si promettono amore eterno, all’immensità dell’oceano. In quell’oceano dove si perde anche la più minima voglia di tornare con i piedi a terra, perdendosi così nell’inarrestabile bellezza consolatoria della natura. I desideri più nascosti vengono a galla; le timide emozioni di una ripresa fotografica o di uno slow motion che divampano irrimediabilmente, animano anche il più arido degli animi. Immagini belle da vedere per la semplicità con cui sono state riprese raccolgono il meglio di 44 mila video e di circa 2200 ore di girato. Il lavoro strepitoso di montaggio che si è venuto a creare ha fatto sì che ci fosse un’unica storia, un unico filo conduttore capace di raccogliere il meraviglioso spettacolo della diversità umana rendendolo universale.

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Il regista, che sulle orme di Ridley Scott con il suo Life in a day, ha dato forma a questa piccola grande Italia è Gabriele Salvatores che ha presentato il film alla 71° edizione della Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno.
Un lavoro enorme quindi, che ha richiesto infinita pazienza e maestria, ma che ha dipinto al meglio questa Italia. Un paese bello, anche se un po’ in affanno, ma pieno di persone che hanno il coraggio di sperare e la volontà di volercela fare.

Il mondo di Jonas, quando la memoria conta

Il mondo come lo conosciamo non esiste più, al suo posto governa una nuova società nata dalle macerie della prima, una società che dimora su un apparente isoletta di terra con intorno nebbia e il nulla. Il mondo che Jonas (Brenton Thwaites) va a scoprire non è colorato come il nostro, è un mondo freddo e asettico, costituito da regole fondamentali da non trasgredire, quasi una sorta di elenco di comandamenti, come farsi l’iniezione mattutina per non correre “rischi” durante la giornata e non mentire. Ma Jonas si sente diverso, è in grado di vedere cose che gli altri non vedono, ma non ha mai detto niente, non voleva essere considerato un estraneo dalla società in cui viveva.

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Nel mondo in cui cammina non ci sono più guerre e conflitti, non ci sono differenze tra gli individui. I posti di lavoro che i ragazzi andranno a ricoprire per il resto della vita vengono scelti durante il periodo dell’adolescenza, senza alcuna consultazione col diretto interessato. Le scelte finali vengono fatte dal capo Elder (Meryl Streep) che decide le sorti della nuova società. Si vive nel bianco e nero, perché le persone non ricordano cosa sia il colore, anzi, più precisamente, non sanno nemmeno cosa sia un colore. Solo Jonas riesce sporadicamente a intravedere questa fonte colorata, momento in cui capisce di essere diverso dal resto della gente.
Il ruolo che Jonas andrà a ricoprire sarà il più importante di tutti, perché lui ha le capacità necessarie ad essere considerato il prescelto, il vedere oltre: diventerà l’accoglitore di memorie, per fornire una guida al presente utilizzando le memorie del passato, ma senza divulgare ai vari amici le caratteristiche del suo compito. Sarà un ruolo duro e impegnativo, gli dicono, deve avere coraggio, essere forte, sentirà un dolore che nessuno può provare.

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Solo un abitante della società, appunto l’accoglitore, può infatti ricevere il dono della memoria, che gli viene trasmesso dall’accoglitore precedente, che ora si chiama donatore. Quello che Jonas scoprirà, porgendo le mani all’anziano saggio (Jeff Bridges), gli procurerà davvero molto dolore. Comincerà a ricordare, oltre ai colori, cos’era ballare, le gioie della vita, ma anche i lati più crudeli come la guerra e la morte. Rimarrà incredulo nel vedere ciò che vedrà, ora una slitta, ora la neve o un pianoforte che suona. L’ipertecnologia con le sue regole rigide controlla ogni cosa. Le abitazioni e le case dove le persone vivono, ma anche gli spazi intorno, il giardino, le strade, sono contornate da un alone sterile, automatizzato, spazi che meccanicizzano la realtà della vita. La nuova società bianca e nera ha creato l’uniformità, per evitare ciò che è successo in passato, anche se neppure i capi alti ne sono a conoscenza.
La società a quanto pare vuole nascondere i fatti accaduti, ed è solamente una persona ad avere il compito importante di tramandarli di generazione in generazione, di donatore in donatore. Una società che Jonas critica nel profondo, perché bisogna conoscere il passato per cambiare il futuro, questo è il suo pensiero. Accorgersi che anche nel presente, si possono commettere gli errori, senza nemmeno rendersene conto, che potremmo aver compiuto in un passato che non si ricorda. E il nostro protagonista vuole vedere oltre, vuole la verità, non più segreti e iniezioni mattutine. Bisogna andare affondo nel passato per imparare a ristabilire il presente e dare solide basi al futuro.

Lucy, oltre le capacità cerebrali

Noi esseri umani siamo capaci di utilizzare solamente il 10% delle nostre capacità cerebrali. Gli animali arrivano solamente al 4-5%. L’unica forma di vita che riesce a raggiungere il 20% di utilizzo del proprio cervello è il delfino. Cosa accadrebbe se anche gli umani sfruttassero il 20%? È possibile o sono solo ipotesi? E, ipoteticamente, cosa accadrebbe se invece si raggiungesse il massimo percentuale?
Richard costringe la sua ragazza Lucy (Scarlet Johansson) a svolgere un lavoretto per lui: consegnare una valigetta ad un certo Signor Jang. Lucy, ammanettata alla valigetta dal contenuto misterioso, si vede forzata ad entrare nell’hotel dove dimora quest’ultimo. Privata di prezioso tempo di studio in vista di un esame importante, Lucy è obbligata a dare inizio al film. Si scopre che il futuro per lei non sarà radioso. La valigetta, con all’interno dei sacchetti di droga CPH4, è destinata ad un capo di una organizzazione criminale, che la sequestra. E la assolda. Lucy, dopo un intervento chirurgico, porterà dentro il suo corpo quella sostanza.

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Contemporaneamente, il professore universitario Samuel (Morgan Freeman) sta tenendo una lezione di biologia e, in generale, sulla storia della vita. I quesiti che egli si domanda e per i quali ha scritto e riscritto migliaia di pagine riguardano le domande indicate in precedenza, riguardo le capacità cerebrali di noi esseri umani.
Intersecando le due scene, la domanda si trasforma: cosa succederebbe se i pacchetti di CPH4 nel corpo di Lucy si rompessero? Quali effetti vedremmo innescati nel corpo della protagonista?
Luc Besson con questo film si domanda quali siano le fondamentali regole che governano lo spazio, l’umanità, la natura. Se le leggi che abbiamo inventato sono davvero universali. Se è possibile che l’uomo apprenda tutte le magie del mondo, senza farsi del male. Tutta la sua opera è un brindisi al sapere, alla conoscenza. “La vita ci è stata data un miliardo di anni fa; e noi che ci abbiamo fatto?” è la domanda che apre il film, accompagnata da una sequenza di immagini che rappresentano il traffico, la metropoli, la frenesia. Siamo capaci di creare magnifiche cose, dalle piramidi alla danza, dai satelliti allo sfruttamento delle energie; ma siamo anche capaci di dare vita a caos e disordine.

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Siamo di fronte ad un film che ci chiede di sapere e che risponde a dei quesiti. O almeno tenta. Allo stesso tempo ci chiede anche se siamo davvero disposti a procedere con l’insegnamento, con un approfondimento tale da scardinare lo schema umano, tale da superare la soglia del 10%. E la teoria studiata da Samuel, scritta per mano dello stesso Besson, viene spiegata limpidamente durante tutto il film, grazie anche ad un montaggio parallelo che collega, in due spazi diversi, la sfortunata vicenda che ha come protagonista Lucy e la lezione universitaria di Samuel, tecnica utilizzata dal regista in maniera ben calibrata e fluida, con scene che si scambiano con gradevole velocità, tale da darci il tempo necessario di analizzare ciò che abbiamo visto. Sembra quasi che Besson abbia progettato il film come fosse una lezione di scienza, la quale ha come diretti studenti noi spettatori. Ci vuole colpire, vuole cercare di insegnarci qualcosa, o quanto meno di lasciarci un pezzettino di sapere in più.
Buone considerazioni vanno anche all’interpretazione del cattivo di turno, un Choi Min Sik ottimo nel ruolo dell’antagonista, sempre capace di rendere al meglio momenti fisicamente intensi, memori di Oldboy o Lady Vendetta. Spietato capo dell’organizzazione criminale, tanto per traffico illegale quanto anche per gioco malato, apre il corpo di Lucy e di altri uomini, anch’essi sequestrati. downloadPotremmo commentare il tutto come un pensiero di Besson che fa luce sull’intervento dell’uomo su se stesso, sull’umanità stessa: il boss Jang decide cosa fare della vita della ragazza, creando indirettamente una identità diversa dall’originale. Ma facendo ciò stravolge anche la sua vita, una Lucy che non tornerà più quella di una volta, destinata ad un decisivo scopo.
Il film inizia con una domanda, al quale lo stesso cerca di dare una responso. Ma forse nemmeno Samuel, intellettuale che ha speso la vita riguardo quest’argomento, è capace di rispondere. L’interlocutore che può fare la differenza siamo noi seduti che guardiamo gli eventi proposti, i quali portano probabilmente con sé un insegnamento intrinseco, che dobbiamo saper cogliere al meglio.
Finiamo con un ultimo quesito: siamo davvero disposti a sapere di più, oltre il possibile, a manipolare, a creare, rischiando la nostra stessa vita?