Synecdoche, New York: viaggio nella mente di un uomo

Lo conosciamo per aver scritto Essere John MalkovichSe mi lasci ti cancello, Il ladro di orchidee. Nato e divenuto famoso come sceneggiatore, Charlie Kaufman è approdato nel mondo della regia nel 2008 con il film Synecdoche, New York. Sebbene non sia recente, quest’ultimo è entrato nei grandi schermi italiani solamente nel Giugno 2014. Kaufman dirige la storia di un regista teatrale, Caden Cotard (Philip Seymour Hoffman), uomo tormentato da pensieri malinconici sulla morte, che tenta di creare un’opera che mostri sul palcoscenico la sua intera vita. La moglie, stressata dal suo comportamento, decide di trasferirsi a Berlino per continuare la sua attività di pittrice, portandosi con sé la figlia. A niente servono i consigli della sua analista, che invece di curare il proprio paziente pensa solamente ai libri da lei pubblicati. Caden è solo. E anche se ha intorno a sé una persona  premurosa come la sua segretaria Hazel, che lo segue spesso nel set come fosse un’ombra senza perderlo di vista, la solitudine è una compagna persistente.

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Non siamo nuovi ad atmosfere surreali negli scritti di Kaufman (vedi ad esempio Essere John Malkovich), e anche qui viviamo dentro un involucro strano, permeato di riferimenti simbolici che accompagnano sia la vita di Caden che noi dietro di lui. La morte è presente per tutta la durata del film: mentre guarda la tv, sul set, camminando per strada. È un uomo che non vede altro che dolore e sofferenza, ravvisando ciò da una delle prime frasi del film: “Autunno, un mese malinconico, dove tutto appassisce, forse per questo molto bello”. Subito ci immergiamo nell’alone malinconico che circonda il nostro protagonista. I giochi tra realtà e irrealtà, tra immagini irrazionali e scene chiare e limpide, conducono verso la scoperta di un viaggio, quello di Caden, travagliato psicologicamente più che fisicamente, all’interno del quale il traguardo è segnato dalla consapevolezza di sé stesso, l’identità. Come lui stesso dice durante una scena: “Sapere e non sapere è il primo fondamentale passo per arrivare a sapere”. Egli è frustrato dal non raggiungimento; il suo obiettivo è scrivere, dirigere, completare la sua opera teatrale. Kaufman è capace, grazie ai molteplici primi piani ben elaborati, di permettere il nostro inserimento nella testa di Caden, riuscendo ad assimilare i suoi pensieri, ad afferrare i più nascosti turbamenti, a percepire quel puzzle della sua vita che vuole ricomporre e mettere in ordine. Un ordine mentale contro una instabilità morale. A tutto ciò si deve aggiungere la brillante e teatralmente genuina interpretazione dell’ormai defunto Hoffman, che ha saputo svelare i tratti psicologici latenti di un personaggio complesso come Caden.

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L’amalgama composto dalla scrittura e la regia di Kaufman e l’attore protagonista creano un dialogo col pubblico limpido nonostante l’aria surreale che si respira durante il film. Le immagini contengono all’interno tanti piccoli particolari, riferimenti alla sfera mortale dell’essere umano, alla caducità della vita e quanto essa possa essere impotente ad agenti estranei, come le malattie, che la attaccano. Ogni scena ci lancia quesiti e input che dobbiamo stare attenti a non perdere di vista e saper a interpretare Il tutto ha inizio nella mente di Caden, ma il messaggio del regista è universale, rendendo il pubblico il maggior interlocutore di questo intricato, tuttavia ben studiato dialogo.

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