Godzilla, un omaggio in 3D

Ecco l’ultimo dono che il nuovo millennio regala al bestione uscito dalla testa di Ishiro Honda, al sessantesimo anniversario dalla sua nascita. Stavolta il remake è realizzato per mano di Gareth Edwards. Feroce e distruttivo come una macchina da guerra, Godzilla, o come direbbero i giapponesi Gojira, è il kaiju più famoso al mondo ormai, e benché spesso abbia interpretato la parte malvagia dei film contro un’umanità inerme, sopraffatta dalla sua sconfinata forza, abbiamo sempre apprezzato questa creatura.
Tokyo. Un forte terremoto danneggia una centrale nucleare, dove il supervisore Joe Brody assiste impotente alla morte della moglie. Dal giorno in cui vide per l’ultima volta il viso di lei soccombere sotto la nube di radiazioni, cercherà di risolvere l’enigma dietro quel disastro e di scoprire una verità in realtà celata agli occhi del mondo. Una verità che verrà rivelata solamente quindici anni dopo, quando Joe insieme al figlio Ford, artificiere nei Navy Seal, recuperano l’importante dischetto all’interno del quale vi sarebbero le ragioni dell’incidente della centrale nucleare.

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Ed è qui che entra in scena Godzilla. Non solo. Il lucertolone se la dovrà vedere con i M.U.T.O (massiccio organismo terrestre non identificato), due kaiju che si nutrono di radiazioni, rimasti nascosti in crisalidi fino a che l’uomo, con i suoi test, non ha messo le mani, provocando l’irreparabile. In una nebbiosa San Francisco assistiamo allo scontro tra questi colossi, ma non viviamo lo stesso scenario della piovosa New York del Godzilla di Emmerich (1998), in cui il nostro bestione seminava morte e distruzione tra gli umani e acquisiva il controllo della città con l’intento di nidificare e dare vita così ad una progenie di piccoli Gojira. Stavolta sono i M.U.T.O., l’uno maschio più piccolo e alato e l’altro femmina gigantesco e senza ali, a prendere possesso del centro abitato per consumare il richiamo dell’accoppiamento. Notiamo un grande tentativo ben riuscito da parte di Edwards di umanizzare il mitico mostro giapponese, dandogli ampio spazio all’interno del film come parte protagonista, sorpassando i vari Jean Reno o Matthew Broderick del vecchio 1998. Una parte all’interno della quale non spicca la violenza incontrollata, bensì la personalità di chi vuole rimettere in ordine l’assetto naturale: San Francisco diventa quindi il campo dove si scontrano un Godzilla, intorno al quale echeggia un alone di stabilizzatore del corso della natura, e due maligni kaiju dagli occhi rosso sangue pronti a ribaltare l’ecosistema della Terra. La compagnie umana, tra Taylor Johnson e Bryan Cranston, in questo scenario, sembra giocare solamente un ruolo secondario, quasi di spettatore, un po’ come lo siamo noi davanti al grande schermo, un ruolo che il dottor Serizawa (Ken Watanabe) comprende immediatamente appena vede la magnificenza dello scontro, dicendo di lasciarli combattere tra di loro, consapevole della debole reazione che l’umanità avrebbe potuto esprimere. Edwards è abile nel citare atmosfere che ci fanno tornare alla testa i momenti intensi prima di un attacco, memori dei migliori Alien o La Cosa, come anche le sembianze dei M.U.T.O. ci ricordano il titanico mostro di Clovefield. Come tutti i monster movie, l’attenzione è tutta posta sul protagonista non umano e sulle sue gesta. Il potere di Godzilla, il suo ruolo di riordinatore dell’equilibrio naturale  è il fulcro del film, il quale guardato nella versione 3D  valorizza ancora di più questo colosso e l’intero lungometraggio, visto come un conglomerato di ipnotica azione. La tecnica tridimensionale permette al Nostro di elevarsi dal mondo bidimensionale, quasi come se in ogni scena a cui assistiamo, in ogni azione, volesse liberarsi dalle catene virtuali che lo legano alla pellicola per finalmente espandersi verso l’ambiente reale della sala cinematografica. Omaggio per i suoi sessant’anni di storia e manifestazione della volontà indiscutibile della natura nei confronti degli esseri umani, questo è ciò che Edwards ci offre.

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