La bellezza di un Oscar

Una folla pittoresca che si dimena ballando sulle note di “Far l’amore” , vuoti visi pieni di apparenza, macchiette di una Roma ormai spenta che saltano e sudano vorticosamente per aggrapparsi a quell’ultima speranza di ribalta che li potrebbe salvare dal grigiore inutile di una vita comune e noiosa. Si apre così uno dei film italiani più premiati di sempre. Partendo da quell’Oscar come miglior film straniero, che ormai mancava all’appello nel cinema italiano da 15 anni dalla Vita è bella di Benigni, alla vittoria dei Golden Globes, dei BAFTA, degli European film awards.

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Tra quella folla provocante di suicidi pensieri di intelligenza, uno fra tutti spicca per il suo particolare atteggiamento di riluttanza ed estasi verso questo mondo così vuoto e variopinto; è Jep Gambardella (Toni Servillo), scrittore e giornalista affermato, che per pigrizia e per mancanza di stimoli ha smesso di scrivere libri perché, come lui stesso afferma: “Le vedi queste persone? Questa fauna? Questa è la mia vita. E non è niente. Io sono circondato dal nulla. Il nulla non lo sapeva raccontare Flaubert, vuoi che lo sappia raccontare io?” .Grazie a questo personaggio, Sorrentino, ripercorre una Roma priva di qualsiasi bellezza moderna, poggiata solo su un passato florido di meravigliose speranze.

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La bellezza che invade Jep quando attraversa i corridoi e i giardini di principeschi palazzi e si trova davanti quelle armoniose sculture, quei catartici dipinti di epoche lontane, non ha niente a che vedere con l’atto esasperato, a cui assiste, di una performer che si getta contro un muro per maledire il giorno in cui è nata. Il niente, come lui dice, è questo: credere in qualcosa di sensazionale, di apparente e  di vuoto senza rendersi conto dell’intrinseca bellezza di semplicità e purezza dell’uomo. E proprio dall’uomo che lui riparte, da quel sentimento che aveva perso e che Ramona (Sabrina Ferilli) gli ricorda. La pura bellezza dei rapporti umani, del volersi bene, dello scavare oltre quella maschera e trovarsi davanti un uomo nudo da lussi, ma ricco e puro d’animo. La sua vita oziosa,le chiacchiere inutili con gli “amici” sulla sua terrazza che affaccia direttamente sul Colosseo, le lunghe passeggiate notturne dopo le solite feste ridondanti di bruttezza, vengono mostrate allo spettatore con inquadrature intime e suggestive grazie anche ad una strepitosa resa fotografica. Tra tutta quella fiumana di gente che circonda Jep, c’è una persona particolarmente affine alla sensibilità spirituale e artistica del protagonista: Romano (Carlo Verdone), scrittore teatrale mai realizzato e perennemente al guinzaglio di una bellissima modella che lo sfrutta per arrivare al successo. Con lui, Jep, si riserva il diritto di parlare anche di altro, di non cadere sempre nei soliti chiacchiericci,ma di discorrere di arte e  teatro, come se quel suo amico, ogni volta, fosse per lui una boccata d’aria in mezzo a quell’ammasso opprimente di superficialità. Romano però, a differenza di Jep, ha il coraggio di scappare, ha la forza di ricominciare, ha la bellezza di credere ancora in se stesso, salvandosi e lasciando Roma. La grande bellezza è anche entrare nei propri ricordi e lasciarsi andare alla loro sensazione di benessere; è guardarsi un po’ indietro e vedere come il più grande amore della tua vita, è quello che ti salva alla fine, quello che ti apre le porte ad un futuro migliore, ad una rinascita.  La grande bellezza è guardare negli occhi una signora, ormai anziana e divenuta per tutti “la santa”, che osserva il cielo e con la sua calma e purezza fa arrivare, in una suggestiva atmosfera onirica, dei fenicotteri rosa che simboleggiano il passaggio dalle tenebre alla luce. Ed è proprio questo che appare sul volto di Jep alla fine. I riflessi di un sole che sta per sorgere, simbolo di una serenità d’animo che sta per rifiorire.

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Paolo Sorrentino ha avuto il coraggio di decantare una bruttezza quotidiana, della quale tutti siamo spettatori, così naturale ormai da accettare, che la più semplice delle emozioni viene annullata dal più inutile lusso di apparenza. Si potrebbe sintetizzare l’intero film proprio dalla frase finale di Jep: “È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura… Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile.”  

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Per uscire dalla gabbia della schiavitù, 12 anni schiavo

Mettetevi nei panni di un uomo, un violinista dotato di notevole estro creativo, che segue due agenti dello spettacolo pronti per dargli una spinta all’interno di questo complicato mondo. Ma dopo una notte di delirio insieme ai nuovi compagni, ti risvegli in una gabbia buia illuminata solo dalla flebile luce della luna che proviene dall’esterno notturno. Sei incatenato. In questo momento realizzi, con grande stupore e rabbia, che sei stato ingannato. Il particolare che ti distingue da altre persone: sei un negro. La struggente storia di Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor), uomo di colore libero, inizia proprio così. Siamo nella contea di Saratoga, nello stato di New York, 1841. Come leggiamo dall’incipit, il protagonista è stato ingannato da due falsi agenti che in realtà lo hanno rapito per poi rivenderlo al mercato degli schiavi. L’imprigionato urla con foga di non essere schiavo bensì libero, quindi non vi è motivo di prolungare la sua agonia con tanto di catene ai piedi, non è lì il suo posto. Le repliche sono vane e i disonesti ne traggono il loro frutto: lo vendono al mercato. La schiavitù e la desolazione è il quadro che Solomon incontrerà d’ora in poi, cambiando padrone per tre volte fino ad arrivare sotto l’autorità dello schiavista Edwin Epps, per il quale lavorerà nella sua piantagione di cotone.

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La scena iniziale del film non è allineata temporalmente col presente perché siamo di fronte ad un flash-forward in cui siamo proiettati qualche anno avanti rispetto al momento in cui Solomon è libero: un gruppo di uomini di colore di fronte ad uno bianco, il quale spiega loro come si tagliano le canne. Un’altra scena flash-forward ci porta ad un altro momento futuro in cui assistiamo ad un inutile tentativo, per mancanza d’inchiostro,  del protagonista di scrivere una lettera. Già prima di conoscere Solomon, veniamo a conoscenza di alcuni suoi episodi in cui lo vedremo in seguito protagonista. Massacro psicologico e fisico e ostilità bianco-nero saranno le caratteristiche principali del suo viaggio verso l’uscita da questo tunnel che è stato costretto a compiere, quasi come se fosse una strada dantesca alla ricerca, o meglio alla riconquista della libertà e della propria famiglia. Il tratto distintivo grazie al quale percepiamo una scalata è l’uso delle riprese dal e verso il basso che inquadrano persone per terra picchiate durante le torture o per mangiare la loro portata di cibo. Sistema questo che ci chiama in causa, ci impone di alzarci metaforicamente dalla poltrona e fuggire dalla gabbia che avvolge il protagonista e noi che lo stiamo guardando. Soffriamo con lui e riflettiamo su ciò che è stato.

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Una scena molto significativa che troviamo nella prima mezz’ora del film ci introduce la filosofia che di sottofondo permea l’avventura di Solomon: questo è rinchiuso nella stiva di un battello assieme ad altri schiavi neri. Siamo partecipi del dialogo tra lui e due di questi. Uno espone la sua soluzione per liberarsi e spinge a battersi contro l’equipaggio bianco, l’altro invita al contrario ad accettare il fatto di essere schiavi, “non sopravvivi facendoti massacrare, devi abbassare la testa e accettare”.  Il primo viene ucciso dopo un accenno di rivolta, il secondo, nel momento dello sbarco, viene ripreso dal suo padrone. Solomon nella sua battaglia contro il male agisce incarnando gli aspetti di entrambi gli schiavi conosciuti precedentemente, passando talvolta all’azione adoperando la forza col rischio poi di subire dolorose percosse, comunque avendo assimilato lo status di schiavo e non dimenticando mai il suo obiettivo: raggiungere la sua famiglia e riappropriarsi della sua vera condizione civile di libero cittadino del mondo. Perché la sua è una lotta contro il mondo schiavista del Sud, contro gli stupidi principi dei bianchi che con violenza si battono per il loro mondo, la stessa violenza con la quale soffocano i loro dipendenti neri, scenario questo che vedrà la sua fine solo dopo la Guerra di Secessione e l’approvazione dell’emendamento XIII che abolì la schiavitù.

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Dio, misericordia e peccato accompagnano i dialoghi e le atmosfere del film tanto dal punto di vista nero che da quello bianco. La parte nera crede nell’arrivo di un giorno di provvidenza, dopo tante frustate e abusi sessuali molti schiavi vedono un futuro migliore dove poter urlare a gran voce la parola libertà. Diverso il punto di vista bianco, incarnato da Epps (Michael Fassbender) il quale si chiede, dopo aver visto il suo campo di cotone mangiato dagli insetti, perché Dio abbia mandato tale piaga, trovando risposta solo nel lavoro mal svolto dai neri, e crede che il diavolo si insinui nel loro gruppo ogni volta che uno di essi prova a concretizzare un atto di ribellione. È di Epps il pensiero “un uomo fa ciò che vuole con ciò che gli appartiene”. Un Fassbender penetrante nei suoi sguardi che trafiggono Solomon, autoritario come un vero schiavista del sud nel percuotere i suoi schiavi, suda per farsi capire dai suoi impiegati secondo lui ignoranti. Non da meno è l’interpretazione di Ejiofor, grazie al quale percepiamo l’animo stremato di un protagonista privato della propria vita. Se Django (Diango Unchained di Tarantino) si oppone alla barbarie dello schiavismo e cerca di liberare la sua amata usando la forza bruta a suon di western epico, Solomon tenta invece effimeri atti di protesta che gli costano spesso la pelle. Il lungometraggio, tratto dall’omonima autobiografia di Solomon pubblicata nel 1853 da quest’ultimo, concede al regista Steve McQueen, saltellante sul palco, durante la premiazione degli Oscar 2014, la statuetta del miglior film.