Disconnect: vite parallele

Disconnessi dalla vita, aggrappati ad una realtà immaginaria, immersi nel mondo virtuale del web senza apparente via d’uscita, sono i personaggi del nuovo film del documentarista Henry Alex Rubin. Presentato sia al Toronto International Film Festival che alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Disconnect, propone il tema della solitudine dell’individuo in contrapposizione alla sua intricata e sempre viva presenza nel mondo virtuale.

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Fare i conti con la realtà, con la vita vera, vissuta, non è mai facile per nessuno, specialmente se gli ostacoli che si devono affrontare sono ancora più grandi del coraggio e della forza di volontà che ognuno di noi è in grado di tirar fuori. La paura, probabilmente, quella più cieca e angosciosa, di non riuscire a combattere e vincere con le proprie forze, porta a nascondersi, a cercare un rifugio in qualcosa che è sempre vivo, sempre onnipotentemente presente, che non lascia spazio se non “esserci”. Ed è proprio questo che i nostri personaggi fanno; si lasciano andare cercando quel qualcosa, che magari, relazionandosi con un’altra persona, non potrebbero avere, perché si sa, la maggior parte delle volte non si è forti quanto basta per trovare le motivazioni giuste per sostenersi da soli, figurarsi aiutare gli altri. E allora, come i personaggi di Disconnect, si cerca quell’ “affetto”, quella vicinanza consolatoria e comprensiva che solo una realtà diversa, magari virtuale può regalare: quella del Web.  Immersi completamente in una spirale dai risvolti problematici e talvolta tragici, si alternano  le vite reali e parallele di una coppia in crisi reduce da un profondo lutto, di un poliziotto che diventa detective per stare più vicino al figlio, di una coppia di ragazzini che non si rendono conto dell’errore che stanno per compiere, di un padre che non si accorge che il proprio figlio gli sta chiedendo aiuto e infine di una giornalista che, credendo di “salvare” un ragazzo, lo sfrutta invece solo per un successo lavorativo.

Storie tra loro molto diverse, ma accumunate dal destino. Un destino che li fa incontrare, li fa conoscere e fa scoprire la loro vera natura. Probabilmente è questo il più grande punto di riflessione dell’intero film: si conosce davvero noi stessi quando si ha una persona davanti nella quale rispecchiare la propria anima. Niente monitor, niente computer, la vera essenza del vivere è guardarsi negli occhi, e proprio gli occhi sono i grandi protagonisti. Attraverso di loro, i personaggi, si animano; capiscono che finora hanno solo osservato una realtà che “faceva luce” e che il bisogno primario di sentirsi parte integrante nella vita altrui, è quello di parlarsi uno di fronte all’altro, senza vie di fuga. Un sceneggiatura sorprendente, data la intricata serie di vicende che si vengono a creare, ma non sostenuta altrettanto bene da una regia troppo statica, quasi televisiva. Inquadrature che non rivelano mai gli stati d’animo dei personaggi, ma che lasciano spazio invece ad interpretazioni attoriche emotivamente forti.                                                                                      

La fine prevedibile e tuttavia non banale, ci porta a domandarci cosa possa accadere; se si lascia che la vita vissuta faccia il suo effetto.  Non c’è nessuna pace né bufera, c’è solo l’aspettare, per quanto tempo non si sa, ma d’altronde la vita vera è questo.

 

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“Captain Phillips” nell’oceano del mondo moderno: squali e pesci rossi

Basato sull’autobiografia di Richard Phillips, il film di Paul Greengrass ripercorre la terribile vicenda dell’aprile 2009 che ha visto protagonista il Capitano Phillips preso in ostaggio da un gruppo di pirati somali mentre era al comando di una nave mercantile americana.
Il regista, noto anche per la direzione di due capitoli della fortunata saga di spionaggio Bourne (Supremacy e Ultimatum), torna a raccontare una storia vera, più precisamente quella di un dirottamento così come ha fatto in United 93, storia del quarto aereo dirottato nell’attentato dell’11 settembre.
Dallo spazio aereo Greengrass quindi si sposta, o meglio, scende al livello del mare e ci regala un altro film capace di tenere col fiato sospeso nonostante se ne conosca già la fine.

Il Capitano Phillips, interpretato da un eccezionale Tom Hanks, dopo aver rassicurato la moglie che tutto andrà bene (frase che si ripeterà quasi ossessiva nel corso del film), parte per prendere il comando di una nave porta container che dall’Oman deve raggiungere Mombasa. L’atmosfera a bordo della nave cambierà velocemente alla vista di due scafi che si apprestano a raggiungerla.
La narrazione procede lineare senza che le immagini perdano il loro impatto e se questa dinamicità tiene vivo l’interesse, altrettanto non riescono a fare i dialoghi che suonano spesso piatti e poco realistici. Forse è per questo che pare quasi ironico sentire i pirati somali intimare più volte a Hanks di stare zitto.
Il vero punto di forza e protagonista per tutto il film è, invece, la tensione crescente che si viene a instaurare nel corso della storia e che va a tracciare i confini di due mondi totalmente diversi. Mondi che si scrutano attraverso gli occhi dei loro rispettivi capitani, inizialmente da dietro i binocoli e poi faccia a faccia, in un continuo gioco di sguardi che silenziosamente ci svela come i due siano in realtà più vicini e simili di quanto non sembri.
Ma è comunque il contrasto che la fa da padrone. L’intero film è uno spettacolare contrapporsi di immagini simboliche a partire dalle trafficate autostrade americane contro gli sconfinati paesaggi africani, passando per le valigie nelle mani degli occidentali e le armi in quelle dei somali, fino all’impressionante differenza fra le attrezzate navi mercantili e la povertà di quelle pirata. Simboli di due mondi quindi che vanno a confluire nella figura dell’esperto e meticoloso Capitano Phillips e in quella del pirata somalo alla testa di un gruppo di poveri pescatori costretti ad attaccare le navi straniere per pagare i connazionali che, con la forza, detengono il potere.

“Ci deve essere un altro modo di vivere” chiede allora Hanks, “Forse in America” è la semplice e disarmante risposta del somalo che conferma come in questo implacabile oceano che è il mondo moderno, non tutti hanno la fortuna di restare a galla.
Non si tratta quindi di distinguere fra buoni e cattivi, eroi e pirati, ma piuttosto fra potenti e poveri: ricchezza, civiltà, tecnologia da una parte, fame, disperazione e ingenuità dall’altra. Tutto riassunto nell’eloquente immagine conclusiva: le imponenti navi della marina americana che come grossi squali accerchiano la piccola scialuppa arancione.

“Wolf Children” di Mamoru Hosoda, la differenza tra animatore e artista

Mamoru Hosoda nasce nel ’67. Il caso vuole che lo stesso anno nasca anche un suo rivale naturale, Goro Miyazaki. Si, proprio lui, il figlio del celeberrimo Hayao Miyazaki presso il quale Mamoru stesso lavora fino a “Il Castello Errante di Howl”. Eppure nello stesso arco di tempo i due quarantaseienni hanno alle spalle una carriera ben diversa: il primo si fa una gavetta di dieci anni circa come animatore, per poi sfornare in media quasi un film all’anno; il secondo è arrivato l’anno scorso alla sua seconda pellicola, “La collina dei papaveri” (ben recensita più in basso da Elizabeth). Per carità di Dio, il “giovane” figlio d’arte talento ne ha, e mi ha strappato più di una lacrima con la storia di Umi. Ma se guardiamo all’ultimo lavoro del più navigato Hosoda, paragoni non se ne possono proprio fare: “Wolf Children” (2012) è qualcosa di più di un cartone animato ben fatto, e non mi stupisce che ora venga quantomeno insignito dello stesso status di grande maestro dell’animazione giapponese che già possiede il leggendario Hayao Miyazaki.

Inizialmente si potrebbe pensare il contrario: il tratto del disegno animato (tipico delle nuove animazioni, un po’ più digitali rispetto al passato) non si denota di una grande ricchezza di particolari e di grandi gamme di colori. Mamoru Hosoda non sovrastimola l’occhio osservatore con immagini estrose, particolareggiate, dalle livree esotiche. Mamoru Hosoda non cerca di stupire e direzionare la fantasia verso lidi chiari e predefiniti. Nel suo racconto non ci sono nemmeno grandi colpi di scena. Ma questa è evidentemente una scelta studiata per dirigere l’attenzione dello spettatore su ben altro.
Viene per esempio chiarito sin da subito che colui da cui Hana, la protagonista, avrà dei figli è un licantropo. Lupi di una stirpe antica e quasi estinta, dice lui. Ma tutto ciò è costruito in modo che lo spettatore venga impressionato, così come non si impressiona (più di tanto) Hana. Non è un tentativo di sorprendere, bensì di introdurre e abituare gli astanti alle situazioni che si creeranno. La storia non è un fantasy su lupi mannari, bensì semplicemente la vita di una madre e dei suoi due figli, diversi dal resto della gente, e per questo costretti a trasferirsi in un posto più adatto alle loro esigenze. E non potete immaginare quanto poco basti per rendere meravigliosa una storia così semplice. Certo, la presenza dei due figli licantropo aiuta ad alleggerire il film grazie a scene estremamente dinamiche di corsa nella foresta e sulla neve, donando allo spettatore comunque ampi squarci paesaggistici di incomparabile bellezza. Esemplare in questo caso il lago raggiunto da Ame e dalla volpe che gli fa da mentore: meraviglioso al punto da mozzare il fiato. Ugualmente i problemi a scuola di Yuki, che spesso per la sua vita di lupo si accorge con risultati estremamente divertenti delle molte differenze rispetto alle abitudini delle bambine normali. Tutto ciò aiuta il film a mantenere un ritmo equilibrato tra parti più riflessive dove regnano i piani sequenza e parti di azione e dal montaggio più rapido; inoltre lo caratterizza di diversi linguaggi, in modo che diventi un’esperienza narrativa completa, effettivamente come è la vita: momenti di gioia, di avventura, di tristezza. Ma per riportare la vita su pellicola e renderla realmente vera e sensitivamente vivibile ci vogliono scelte precise che non sono certamente tipiche del genere del film d’animazione. Forse è proprio in questo che Hosoda si differenzia dal resto: le sue sono scelte visive di regista e artista, ma quel tipo di artista contemporaneo che lascia a chi assiste all’opera il compito di riempirla di ciò che volutamente egli la fa mancare.

L’importanza e il successo del film, difatti, stanno nell’approccio registico e nelle piccole ma coraggiose scelte visive, il tutto riassumibile in una in particolare: trasformare lo spettatore in colui che completa il cartone animato. Chi guarda “Wolf Children” è spesso costretto a immaginare le espressioni dei personaggi ripresi di spalle o troppo lontani, in campi medi che enfatizzano spesso una distanza tra quegli stessi personaggi che va colmata, perché ognuno di loro è solo visivamente distante dall’altro, ma effettivamente vicinissimo, nel cuore e nella mente. E così si descrive una delle scene più potenti del film: il padre di Yuki e Ame (di cui non verrà mai detto il nome) cerca di dire il proprio segreto ad Hana, ma non ci riesce. Un piano sequenza dove per almeno il 60% del tempo i due personaggi sono in silenzio, e di cui mai lo spettatore vede una singola espressione facciale. Mamoru Hosoda decide che la storia di Hana si può comprendere e vivere a pieno senza facili primi piani dei personaggi, come se ci volesse dire: <<E che diavolo, in una situazione del genere, dovrei pure disegnarti l’espressione del volto?!>>.
Decide invece di farci vedere chiaramente la parte cruda della storia: vomito, sangue, morte non sono nascosti o tragicizzati e anzi vengono mostrati con grande cattiveria, che però è la cattiveria della vita vera. Ma la vita vera è anche quella in cui si cresce: Hana scoprirà infatti insieme ai suoi figli che è solo col tempo che si diventa adulti, che è solo col tempo le ferite dell’anima si rimarginano, e che è solo col tempo che si impara a sorridere davvero alla vita, con la solarità dei fiori del giardino dove lei nacque.
Partecipate alla sua vita, diventatene anche voi creatori e vivetela con lei, Yuki, Ame, Soher, il vecchio agricoltore che aiuta la giovane mamma a piantare un orto. Ognuno di loro vi ricompenserà con una foto nel cuore, e una lacrima a rigare la guancia.

Dietro i candelabri della vita

behind-the-candelabra-matt-damon-michael-douglas2Presentato alla 66° edizione del Festival di Cannes, ma mai uscito nella sale cinematografiche americane perché giudicato “troppo gay”, Behind the Candelabra è il nuovo film del talentuoso regista Soderbergh, in uscita nella sale italiane a partire dal 5 dicembre 2013.

Siamo alla fine degli anni 70 e la più famosa star dell’intrattenimento musicale è Valentino Liberace. Re del kitsch, amante di vestiti stravaganti, di gioielli femminili, di trucco pesante, è anche uno dei più talentuosi ed eccentrici pianisti nel mondo musicale internazionale di quegli anni. Durante una serata, dopo uno dei suoi spettacoli, conosce Scott Thorson, giovane biondo dal fisico prestante che ha sempre vissuto in case adottive, e che su Liberace ha un effetto calamita. Inizia quindi una lunga e tormentata storia d’amore che dura sei anni; una storia d’amore fatta di passione, sesso, lusso, ma anche di tenerezza e dolcezza. L’uno riempie la vita dell’altro. Liberace, da una parte, sente sempre il bisogno di non sentirsi solo, di cercare un rifugio sicuro dietro l’apparente felicità del luccichio del mondo dello spettacolo e Scott, dall’altra, ha sempre, in tutta la sua giovane vita, sentito il bisogno di trovare una famiglia; quella famiglia, la sua, che in realtà non ha mai avuto, e che sente ora come primaria esigenza per potersi completare.

Una relazione, quella tra i due protagonisti, così morbosa, così totalizzante, che porta lo stesso Liberace a volere a sua immagine e somiglianza il giovane Scott che viene sottoposto ad una serie di interventi chirurgici per assomigliare all’eccentrico partner in giovane età. La promessa di essere adottato da Liberace, le prime apparizioni pubbliche al suo fianco una “dieta californiana” a base di pillole che lo porta a crearsi una vera e propria dipendenza anche dalla droga, e la gelosia, precipitano Scott nella realtà più oscura, più assordante; una realtà costruita sull’essere troppo parte integrante dell’altro. E allora c’è bisogno di uscire da questo logoramento, c’è bisogno di riprendere in mano le fila della propria vitae Liberace, un po’ perché obbligato, un po’ per amore, riesce a liberarsi di Scott, ma allo stesso tempo, a salvare il giovane da una fine amara.

La semplicità con cui è narrata la storia, la semplicità con cui essa è resa dal punto di vista registico e di scrittura, fa si che ci si possa concentrare solamente sui due protagonisti. Michael Douglas, che veste i panni di Liberace, è riuscito a non farlo diventare una macchietta ridicola, anzi, al contrario, gli ha dato potenza, lo ha fatto mostrare come un uomo dal grande senso dell’umorismo, generoso, mai volgare neanche nelle discussioni più efferate con Scott, dall’animo sensibile e innamorato, giusto con gli altri e con se stesso, mai privo di dignità.

Lo Scott di Matt Damon è un giovane estremamente affascinato dal mondo dello spettacolo e da tutto quel lusso che lui stesso si trova di fronte e che non riesce a gestire. Si innamora di Liberace, si innamora della sua voglia di protezione nei suoi confronti, si innamora di quel suo modo di parlare, di pensare e di amarlo e per questo è anche facilmente preso da impulsivi attacchi di gelosia. E’ un giovane che è già in partenza fragile, che riesce ad essere forte solo nei primi momenti della sua relazione con Liberace, quando anche lui si rende conto che ha una forte influenza sull’anziano pianista. Ma è un momento, basta poco per far riaffiorare tutta quellafragilità e ciò avviene inevitabilmentequando vede che il rapporto d’amore si sta incrinando.

Dietro i candelabri, dietro al luccichio delle apparenze, c’è una vita diversa, dove basta un attimo per sentirsi persi. Ma è probabilmente quella vita che aiuta a capire che con la genuinità dei sentimenti ci si può sempre salvare.  

 

Metallica: Through The Never….per davvero



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Premessa:
Amo i Metallica, adoro James Hetfield, il Black Album e Ride The Lightning sono fra i miei dischi sacri e tutto questo mescolato e scecherato con poche altre cose, ha costellato la mia adolescenza. Detto ciò potete immaginare quanto ero felice quando ho scoperto dell’esistenza di Through The Never, il film fatto da e per i Metallica. L’ho aspettato, adorato fin dal primo trailer e avevo già pronta una recensione fantastica dove elogiavo ogni singolo frame. Peccato che non sempre quello che ci si aspetta corrisponda alla realtà.
metallica-through-the-never06Quella che scrivo adesso è la recensione di non uno, ma di ben due film, quello del primo e l’altro del secondo tempo (perché ovviamente un film/concerto deve avere l’intervallo).
Il film inizia in modo realistico, mostrando un ipotetico backstage del concerto, con particolare attenzione ai membri del gruppo James Hetfield e Lars Ulrich, oltre che di Trip, un giovane fan dei Metallica, impegnato nello staff come roadie. Il spettacolo sta per iniziare, uno show degno di essere definito il concerto della vita: palco hight tech costruito appositamente, scenografie da urlo, fuochi d’artificio, fiamme, tuoni, luci e fumi, il tutto in uno stadio stracolmo di anime unite l’una con l’altra solo per vedere loro: i Metallica. Fra queste c’è anche il povero Trip a cui però è negata la visione dello show perchè deve recarsi a recuperare un camion rimasto senza benzina, il cui contenuto è FONDAMENTALE per la buona riuscita del concerto. Così il povero Trip, interpretato da un bravo Dane DeHaan, si getta in una Vancuver sotto assedio, le cui strade passano dalla più totale desolazione ad un’eccessivo sovraffollamento. Se nello stadio ci vogliamo tutti bene e cantiamo in coro le nostre canzoni preferite fuori si combatte e si muore, senza, in realtà, una vera ragione.
Dal punto di vista tecnico non c’è niente da dire: il 3d più bello che abbia mai visto, la macchina da presa mai ferma (in realtà sarebbe più corretto parlare al prrale dato che il concerto è stato ripreso contemporaneamente da 24 telecamere), si muove con una precisione matematica (anche se si possono contare alcuni svarioni) da un punto all’altro dello stadio, da un volto all’altro dei Metallica e dei fortunati spettatori, obbligando chi è in sala a guardare in uno stato indefinibile fra il passivo (tipico dello spettacolo cinematografico) e l’attivo (del concerto live) la magnificenza di uno show mai esistito e che mai esisterà. Metallica: Through the NeverMontaggio veloce in stile videoclip e la bellezza di alcune composizioni dell’inquadratura (tra cui un mezzo busto di Hetfield dietro ad una croce luminosa, come se vi fosse inchiodato dal fumo) rendono questo un assoluto capolavoro del filone film concerto. Il tutto con uno dei più begli sfondi sonori che un fan possa sognare; solo per citare alcuni titoli For Whom the Bell Tolls, Ride the Lightning, …And Justice for All, Master of Puppets e Nothing Else Matters (che ovviamente conoscete tutti). Fra le grandi assenti, almeno per il mio cuore da fan, Welcome Home (Sanitarium) e Until it sleeps.
Metallica-Through-The-Never-imageIl problema del film sta proprio nell’insensata trama parallela che mischia vari generi (horror, azione, fantasy, inseguimento) senza un apparente filo logico dato solo dall’assurda trashaggine (passatemi il termine per piacere) del concatenarsi degli eventi che alla fine lasciano solo una valangata di punti interrogativi. Il che potrebbe andare bene per un videoclip, ma non per un lungometraggio. Cosa c’è nella borsa di così tanto vitale? Perché quando Trip ruba il martello all’uomo/divinità mascherato, tutto il mondo (compresa l’intoccabile arena) cade a pezzi come fosse di vetro? Qual’è stato Metallica-Through-The-Never-wallpapers-1024x640l’evento scatenante che incendia gli animi nella città? Parliamoci chiaro, il trucco del MacGuffin misterioso è già stato usato da registi molto più illustri di Antal e ormai è venuto a noia (almeno a me). Mentre per il resto, semplicemente, non ci è dato sapere niente. Inoltre, proprio da un punto di vista tecnico, nel secondo tempo del film le due storyline (che chiameremo trama-concerto e trama-Trip) sono collegate in modo pacchiano con dissolvenze in nero e con una disturbante transazione in stile “acqua increspata”.
Considerazioni personali per concludere:

  • I metallica non sono buoni sceneggiatori.
  • Hetfield rimane, nonostante l’avanzare dell’età (anche lui piccino non ha più vent’anni) e le droghe assunte (così tante che mi stupisco sia ancora vivo), uno degli uomini più belli che abbia mai visto.
  • Antal è un ottimo regista che è riuscito a coniugare in modo magistrale l’aspetto spettacolare con la musica del gruppo.

Ripeto, peccato per la storia, che a questo punto poteva anche non esserci.