Diario minimissimo fiore-coreano: “The Doomsday Book”

Solitamente, chi lavora presso un festival dovrebbe essere avvantaggiato nella visione dei film in programma. In realtà, tutto dipende dai turni. Nel mio caso, al Florence Korean Film Festival non è andata bene: delle tantissime pellicole in programma, di cui molte veramente degne di attenzione per particolarità e stravaganza, sono riuscito a vedere due soli film. Uno, “Masquerade” di Choo Chang-Woon (vincitore della passata edizione con “Late Blossom”), in modo decisamente frammentato. Un peccato. Fortuna vuole, almeno, che sia riuscito a vedere quello che più mi interessava: “Doomsday Book”, un’opera a direzione corale (pratica diffusa in Corea) dove compare il nome di un promettente attore/regista, Lim Pil-Seong (The Antarctic Journal, 2005) e un ben più noto Kim Ji-Woon.

Come ben si sa, il regista si differenzia nel generale panorama coreano per una maggiore leggerezza nei contenuti: uno dei suoi più grandi successi, “Bittersweet Life”, stupisce molto spesso per una velata banalità. Forse non è che una provocazione, o comunque un modo meno autoriale di pensare al cinema. Un cinema che preferisce fare del divertissement arguto piuttosto che della pesante demagogia. Prende le distanze così dalla tradizione coreana per abbracciarne una più “terrestre”, prima appropriandosi del classico spaghetti western “Il buono, il brutto e il cattivo” (sulla falsa riga di quanto fatto da Miike in “Sukiyaki Western Django”), e poi dell’action americano, divo “muscolare” incluso (The last stand, con Arnold Schwarzenegger). Si potrebbe quasi pensare ad un regista di contenuto pop, dalla produzione un po’ easy-watching.

E invece boom, ti tira fuori non si sa da dove questa riflessione profonda e intelligente sull’inconsapevolezza dell’uomo e sulla società che questi ha creato. L’episodio di cui si è occupato personalmente, “Heavenly Creature”, è il più complesso, introspettivo e arcano del lotto. Strano che l’abbia diretto proprio lo stesso uomo di “Il buono, il matto e il cattivo” o “The last stand”. Ciò ci fa capire quanto sia poliedrico questo professionista, capace di inserire il proprio senso dell’entertainment in qualsiasi genere, senza risultare fuori luogo: le riprese estremamente angolate o dalle prospettive un vagamente kubrickiane instillano nello spettatore straniamento e dinamismo visivi, pur rimanendo all’interno della fluida staticità “zen” del validissimo episodio. Inoltre lo sbandierato omaggio al maestro impressionista Gauguin dimostra ancora quanta cultura questo regista nasconda dietro scelte produttive che ad una prima occhiata potrebbero essere facilmente criticabili.

Ogni episodio si sviluppa in un proprio spazio-tempo indipendente da quello delle altre due storie, ma sempre e comunque sulla base di estremizzazioni di alcuni elementi imprescindibili della nostra realtà, affrontati con fantasia e genuinità: capitalismo industrializzato; inquinamento e raccolta differenziata; robotica e intelligenze artificiali; internet. Creazioni sopraffine i plot degli episodi: in “Brave New World” una mela rossa e ammuffita viene reinserita nel processo industriale ed è la causa della trasformazione in zombie della popolazione coreana, con un astuto richiamo alla mela avvelenata di Biancaneve; in “Heavenly Creature”, un robot di servizio in un monastero buddhista raggiunge l’illuminazione prima di ogni altro monaco umano, e per questo la società che l’ha messo in funzione vuole smantellarlo; in “Happy Birthday” (il più folle del trittico), una bambina ordina su uno strano sito una palla da biliardo nuova per il padre e, per tutta risposta, due anni dopo, un asteroide dalla forma molto simile a quella palla si sta pericolosamente dirigendo a velocità smodata contro la Terra.

Ogni tema viene affrontato con registri ben definiti: il primo episodio, nonostante il finale apocalittico, mantiene un’ironia di fondo, tanto nella scelta delle musiche che nelle espressioni del protagonista, che si scurisce sempre più insieme alla fotografia col dilagare del virus; nel secondo, di cui si è già ampiamente detto, assistiamo al fluido equilibrio tra dinamismo registico e staticità di linea e ambientazione narrative; nel terzo ed ultimo, infine, ci troviamo a vivere un caos emotivo senza precedenti, un’altalena che volteggia dall’ansia per il conto alla rovescia sempre più veloce, all’affetto verso la famiglia della protagonista, dallo sbigottimento per la mancanza di senso degli avvenimenti al divertimento per gli atteggiamenti al limite dell’assurdo dello staff giornalistico, ormai all’inevitabile ultima puntata.

Inutile approfondire le tematiche ricorrenti in modo piuttosto evidente, come l’utilizzo di altri linguaggi mediali (giornalistico classico o di approfondimento, toon..) o la ricorrenza del fattore tempo e dei numeri, tipici del genere fantascientifico. La cosa importante da dire è che i due registi, con grande professionalità, riescono a insegnare qualcosa, anche di molto profondo, nel modo più democratico ed accessibile: in pratica, riescono ad insegnare divertendo. In una società dove si riesce a malapena a fare anche solo una delle due cose, è bello sapere che c’è un qualche modo di raggiungere entrambi gli scopi.

Trailer time :)!