Giulietta e Romeo secondo Newton, ovvero “Upside Down”

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Sinceramente dovrei smetterla di guardare commedie romantiche, anche se queste riguardano leggi fisiche, mondi paralleli e la più alta e nobile fantascienza. Ad ogni modo, al di là delle mie considerazioni personali da donna senza cuore, posso senza dubbio affermare che Upside Down (Juan Diego Solanas, Canada/Francia, 2012) è sicuramente un ottimo esempio di quello che può diventare la fantascienza all’epoca di Twilight e assimilati, senza però (grazie al cielo) coinvolgere alcun tipo di vampiro dal cuore tenero, zombie troppo appassionato per essere morto, etc etc etc.
Upside-Down-2-007Come già anticipato nel titolo, il film non è altro che l’ennesima rivisitazione della tragedia shakespiriana di Romeo e Giuletta, solo che stavolta non sono dei cognomi a dividere i nostri amanti, bensì la forza di gravità che attrae i corpi a seconda che vengano dalla parte superiore (Up world) o inferiore (Down Below) del loro pianeta, separate da rigide regole in stile Apartheid dalla multinazionale TransWorld (anche un po’ dalle leggi fisiche a dire il vero), la quale sfrutta le risorse umane e minerarie di Down Below per arricchire e migliorare la vita in Up World. Questo equilibrio viene meno quando Eden (Kirsten Dust) e Adam (Jim Sturgess), abitanti rispettivamente di Up World e Down Below, si incontrano e si innamorano trasformandosi in perfetti sovversivi delle convenzioni millenarie che hanno diviso i loro due mondi.
kinopoisk.ru
Già i nomi dei protagonisti sono un programma di quello che può diventare la loro storia di denuncia sociale, dipinta da tonalità freddissime e da luci così fortemente bianche da bruciare qualsiasi altro colore che non sia il blu. Soprattutto quando la storia ci porta a Down Below, dalla parte di Adam, la pellicola è granulosa e disturbata, per diventare più nitida e colorata quando i due sono vicini. Passando dalla curatissima e bellissima fotografia alla disposizione dei personaggi nell’ambiente, è probabile che con l’avanzare del film lo spettatore possa perdere il senso dell’orientamento fra sopra e sotto, i quali dall’essere ben delineati e distinti tendono a vedere sgretolare i propri confini, fino ad unirsi raggiungendo un unica dimensione. Oltre alla fotografia, vanno sicuramente citati i meravigliosi effetti speciali, grazie ai quali Juan Diego Solanas è riuscito a ricreare visivamente quello che era nella sua mente, rendendo così il film una vera e propria sinfonia per gli occhi. Certo è che Kirsten Dust ha recentemente dichiarato che il vero effetto speciale è il legame che si crea fra i due personaggi, Adam e Eden, dal canto mio non posso che risponderle con un sincero “No cara, non è così, ma ti vogliamo bene lo stesso”. La ricchezza di questo film è data da tutta la troupe di tecnici, montatori, scenografi e cameraman e chi più ne ha più ne metta, gli attori fanno solo da sottofondo ad un film che è un effetto speciale con l’aggiunta di una sceneggiatura  (di cui è autore proprio il regista), che seppur ricca di spunti risulta, a volte un po’ troppo scontata e banale.

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Ad ogni modo tutta la parte tecnico-artistica fa di questo “piccolo” film (si stima sia costato 60 milioni di dollari, molto meno di Life of Pi, che ne è costati 120, o dei 100 di Cold Atlas) un buon modo per passare 107 minuti in pace, pensando che in fondo è possibile essere ottimisti, che ogni storia, seppur con delle importanti conseguenze, può avere il suo lieto fine, e soprattutto immaginando di volare fra questi due mondi dipinti da un’abbagliante luce blu.

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Les Mis…amables!

In un commento ad un post su Facebook, ho scritto: il teatro che entra nel cinema e il cinema che omaggia il teatro.
Les Miserables è senza dubbio l’evento teatral-cinematografico dell’anno per tutti gli amanti del musical. Ed io, rientrando nella categoria, sono andato al cinema colmo di aspettative, reduce da un combattimento interiore che mi ha impedito di guardare e curiosare nella rete le varie preview diffuse. La sala praticamente vuota ha sottolineato maggiormente l’intimità che il quadro cinematografico, mai stato così grande, era pronto a regalare. Lock Down, Lock Down, anzi: guardami, ascoltami, vivimi. Tutto è teatralmente efficace, quasi a voler nascondere la costruzione cinematografica. Il cinema, questa volta, restituisce agli spettatori quello che non possono vedere esplicitamente a teatro: il sudore nei visi, le lacrime mai state così pungenti e gli sguardi che gridano ribellione e libertà. La macchina da presa trasporta lo spettatore a stretto contatto con Fantine, Valjan, Javert; lo trascina sul palco del set. Un set dichiaratamente finto, costruito, come lo è in teatro: del resto sono queste le regole, l’accettazione di una convenzione che va avanti da secoli, dove attore e spettatore accettano di vivere una finzione che, a volte, si dimostra più vera della realtà. E le convenzioni, in questo lavoro di Hooper, vengono scardinate, per non tradire la verità del canto, delle emozioni, della vocazione teatrale. Non si registra in studio, ma si canta dal vivo sul set. Si canta dal vivo perchè è così che si fa in teatro ed è dal teatro che il cinema prende in prestito questo kolossal musicale che rinasce ogni sera, ogni replica, in ogni paese in cui è rappresentato, da ormai 28 anni. Il cast è superlativo, giusto, puntuale e allo stesso tempo intimo, delicato e poetico. Ed anche Crow, il Russel “gladiatore”, ritenuto non idoneo dalla critica del web, mi è parso giusto, tanto potente quanto intimo, insicuro e combattuto.

Anne Hathaway, nella scena I Dreamed a Dream

Non voglio dilungarmi su ognuno del cast, ma un plauso particolare lo devo all’ Hathaway, che ha interpretato in modo superlativo il dolore umano, che non smette di credere nella speranza, nei desideri di riscatto, di sognare un sogno…
Certo, è un azzardo chiamare questo Les Miserables un musical cinematografico. E chi è acerbo ad emozionarsi dopo aver sentito l’impeto di brani come One Day More o la raffinatezza di On my own scandita dallo scrosciare di una pioggia che sembrava interminabile, non può godere della poeticità di uno spettacolo che passa da un boccascena ad un quadro cinematografico. Se invece si vuole vivere un’esperienza insolita, e gustare la contaminazione così delicata tra cinema e teatro, questo Les Mis è praticamente d’obbligo.

Looper: l’algoritmo risolutivo

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looper Joseph Gordon-Levitt bruce willis
Chi ha uno straccio di basi informatiche sa che il Loop è una ciclo che all’interno di un algoritmo ordina all’elaboratore di eseguire più volte una sequenza di istruzioni, fino alla risoluzione del problema; talvolta accade che il programmatore sbagli a scrivere il codice, oppure che la soluzione trovata, o meglio, che il ciclo scritto, non funzioni per quel dato problema. Questo può portare a diverse conclusioni, una delle quali è un loop infinito che ripete le stesse operazioni senza riuscire a smettere d’elaborare.
Metaforicamente e a grandi linee questo è quello che accade in Looper, film scritto e
Looper_Ciddiretto da Rian Johnson, uscito nelle sale questo 31 gennaio. Un gangster movie matematico, che porta a strani rimandi ad Inception (forse per la presenza di Joseph Gordon-Levitt) e ad una versione drammatica di Ritorno al futuro (sicuramente per i viaggi nel tempo). E’ piacevole notare che il regista sceneggiatore non sia abbandonato a sterili sentimentalismi verso i propri personaggi, che da questo punto di vista risultano molto umani e nella loro sterotipicità ben caratterizzati. E’ un film che parla di anti-eroi, il cui fulcro principale sono proprio l’irriconoscibile Joseph Gordon-Levitt e Bruce Willis che portano il loro personaggio, Joe, dal piccolo delinquentello mosso solo da interessi personali all’essere divinità della situazione, colui in grado con un solo gesto di cambiare le sorti di molte persone. Nessuno dei protagonisti è salvo dal proprio oscuro passato, da cui intende redimersi in un modo o nell’atro, anche se l’opzione da loro preferita sembra quella cruenta.
Looper a Lucca Movie INTERNAIn Looper possiamo dire che Rian Johnson si comporta come un programmatore alla ricerca della soluzione del suo algoritmo, il cui Loop infinito ottimamente costruito può essere interrotto solo dall’eliminazione di una variabile; come in un giallo invito lo spettatore a cercare d’indovinare quale. Non aspettatevi niente d’impressionate dal punto di vista stilistico: questo rimane abbastanza ligio alle regole anche se è carino l’uso che viene fatto del flashback. Looper resta comunque un buon prodotto, nonostante sia un film che voleva essere di Fantascienza e poi è cresciuto Gangster Movie.