La migliore offerta. Orgoglio italiano!

In quest’ultimo periodo le industrie cinematografiche sono in gran fermento: al cinema autori noti si cimentano in grosse produzioni, di varia natura geografica. L’Italia non è da meno: nei meandri del mercato stagionale trova spazio il nuovo film di Giuseppe Tornatore (non dovrebbe esserci bisogno di ricordare “Baaria”, tanto è stato il successo soprattutto al di fuori dei nostri confini), “La migliore offerta”. Sebbene il cast sia tutto d’oltralpe (si ritornerà a parlarne più avanti), il giovane regista si fregia di un team tecnico completamente italiano. Ci si potrebbe chiedere allora come sia possibile raggiungere un tale grado di eccellenza, tanto visiva quanto narrativa, in una produzione autoctona: forse la capacità del giovane talento nel dirigere le varie parti o forse nel comporre l’equipe con esperti passati inosservati agli occhi di altri colleghi connazionali; forse il coraggio di svecchiare e, al contempo, maturare l’arte cinematografica italiana, operarvi un cambiamento profondo che la elevi dalla crisi che le impedisce di sfondare i confini nazionali. “La migliore offerta” non ha infatti niente da invidiare, visivamente parlando, a pellicole come il pluripremiato “Il discorso del re”: le lame di luce, le prospettive ardite, le ambientazioni ampie e gotiche sono riprese con la stessa perizia e gusto estetici, attuando in modo egualmente efficace il rimando al primo cinema fantastico tedesco.

Anche il genere si discosta di molto dalla tradizione italica, prendendo la forma di un dramma a tinte thriller di matrice ben più internazionale: Virgil Oldman (Geoffrey Rush; ulteriore parallelismo con “Il discorso del re”) è un noto battitore d’aste nonché esperto d’arte. Un giorno viene contattato da una singolare cliente, tale Miss Ibbetson, tanto restìa a incontrarlo di persona quanto desiderosa di farsi valutare e vendere i beni di famiglia. Sebbene sia inizialmente insofferente agli atteggiamenti agoròfobi della cliente (che vive da una vita chiusa in una stanza segreta nelle pareti della casa), decide di continuare il lavoro richiestogli incuriosito da un meccanismo trovato per caso nelle cantine della grande villa. In poco tempo il suo giovane amico Robert (Jim Sturgess; si è triplicato per caso? Anche Upside Down lo vedrà come protagonista ndr), esperto di ingranaggi, lo scoprirà parte di un pezzo rarissimo, un automa parlante del 18° secolo il cui costruttore era stato oggetto della tesi di laurea dell’anziano antiquario. Continuando quindi le commissioni finalizzate alla vendita delle proprietà Ibbetson, Oldman finisce per innamorarsi della ragazza (Silvya Hoekes; ottima prova, a quanto pare la prima nella quale abbia superato i confini della produzione norvegese). Uno dei punti forti del film sta proprio in questa assurda storia d’amore, raccontata con una sincerità disarmante (al contrario di altre dal dubbio risultato, come in “Scusa ma ti chiamo amore” di Moccia dove il “vecchio” partner della protagonista è Raoul Bova): la scelta responsabile di mostrare con evidenza la differenza estetica dei due amanti rende più credibile il film, unendolo strettamente alla realtà sociale del giorno d’oggi senza – parere strettamente personale – scadere troppo nel grottesco, e quasi suscitando una certa tenerezza.

A favore di “La migliore offerta” troviamo comunque ben altri meriti, come la ricchezza delle linee narrative, che alleggeriscono abilmente il tiro della storia, nelle quali il protagonista si rapporta con tre personaggi distinti: Claire Ibbetson; Robert che, oltre che della ricostruzione dell’automa, si occupa di insegnargli la pratica dell’amore; Billy (Donald Sutherland, il Giacomo Casanova di Federico Fellini del 1976), l’amico pittore che lo aiuta strenuamente alle aste cui lui non può partecipare in quanto battitore per completare la collezione di ritratti femminili durata un’intera vita. Tre linee tanto astutamente separate quanto in realtà unite da un oscuro elemento. Lo stesso oscuro elemento che porterà la storia ad un agghiacciante finale, inaspettato e impopolare, che fa da eco alle storie di molti sfortunati coetanei italiani di Mr Oldman. Sebbene il mio cuore non possa trovarsi in accordo con delle scelte di trama tanto diaboliche, e nel profondo provi ribrezzo per un finale nel quale la dignità della vita umana viene derisa e ridotta alla cenere, il coraggio e il talento di questo nostro giovane connazionale è indubbio. Andate a vedere “La migliore offerta”. Per me, non è stata pessima. Non la migliore (il doppiaggio di Geoffrey Rush in certi momenti era poco incisivo), ma certamente validissima.

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Cloud Atlas. Wachowski al di là di Matrix in un film al di là dei confini

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Come Charlie Chaplin voleva essere ricordato per The Gold Rush, i fratelli Wachowski e Tom Tykwer dovrebbero voler essere ricordati con Cloud Atlas, film tratto dall’omonimo romanzo di David Mitchell, sceneggiato e diretto dagli stessi. Se guardiamo il pregresso di queste tre bravissimi autori (Lana e Andy Wachowski e Tom Tykwer) non possiamo che renderci conto che questo è il film che erano destinati a girare: temi come quel del destino, della pre-destinazione, delle anime gemelle, universi paralleli e l’idea che tutto è collegato sono presenti nella loro storia cinematografica. Mentre scrivo la mente va ai titoli Matrix, V for Vendetta e Lola Corre (i primi due dei Wachowski e il secondo di Tykwer) ma niente di tutto questo può essere paragonato alla magnificenza di Cloud Atlas: elegante, poetico, così ben collegato al suo interno che di sei storie narrate sembra ne esista una sola (merito soprattutto del montaggio visivo e sonoro), arrabbiato e rivoluzionario ma, come tutta la filmografia dei Wachowski del resto, non in modo fine a se stesso, riuscendo a proporre, se non una soluzione a chi voglia “cambiare il mondo”, almeno alcune suggestioni, che alla fine sono sempre le stesse reiterate dagli anni in cui l’Uomo iniziò a narrare le gesta degli eroi.
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Lo stile Wachowski è sempre riconoscibile sia nell’uso dell’effetto rallenty (che in alcune sequenze raggiunge livelli di poeticità straordinaria) sia nelle scene di lotta, su tutte quelle nel racconto di Sonmi~451 (Bae Doona), in cui il ribelle Hae-Joo Chang (un inedito e attualmente gettonatissimo Jim Sturgess) più che combattere sembra ballare con i propri avversari (in perfetto stile Matrix).

Hugo-Weaving-Cloud-AtlasSe devo essere sincera la cosa che più mi ha colpito in questo film rimane la trasformazione subita dagli attori per adattarsi alle varie storie che li vedono protagonisti, primo fra tutti Tom Hanks, che passa dal dottore avido e senza scrupoli all’impaurito uomo costretto al coraggio. Il trucco usato per i personaggi è molto particolare, riesce a modellare le fattezze dell’attore senza però snaturarlo, in modo che si possa ricollegare facilmente il filo che lega i vari personaggi nella storia principale; filo, quello di cui stiamo parlando, profondamente filosofico e scientifico, legato al concetto che l’anima è immortale perchè in natura niente si crea, niente si distrugge ma tutto si trasforma, sin dall’inizio del mondo e fino alla fine del tempo. Questo è il classico film che ti resta dentro, a cui sei costretto a pensare per giorni e giorni, su cui c’è troppo da dire in una recensione e noi non abbiamo

Cloud Atlas

spazio. Sappiate solo questo miei adorati lettori: Se fossi uno degli autori di questo film vorrei essere ricordata con questa battuta, che racchiude se non tutto. un’ottima parte della filosofia della pellicola: “I believe there is a another world waiting for us, Sixsmith. A better world. And I’ll be waiting for you there.”.

Django Unchained…la “D” è muta

django-unchained-poster-dicaprio-foxx-waltzTarantino torna nelle sale dopo “Inglorious Bastards” con un nuovo film storico, stavolta ambientato nei due anni subito precedenti la guerra di secessione.  Ovviamente da un personaggio e da un regista particolare come Tarantino non poteva uscir fuori niente di scontato e non originale, difatti se non avete ancora visto “Django Unchained” preparatevi ad una festa per gli occhi: le predominanti verdi e rosse arricchiscono e danno una boccata d’aria fresca le perfette composizioni dell’inquadratura, senza neanche un dettaglio lascito al caso (nei fleshback cambia addirittura la granulosità delle inquadrature per ricordare quelle delle pellicole utilizzate ai tempi in cui questo genere era all’apice della popolarità), per rendere omaggio ai classici del cinema Spaghetti Western, cui Tarantino è legatissimo ; i personaggi sono intriganti, intelligenti e ben interpretati da Jamie Foxx (Django Freeman), Christoph Waltz (Dr. King Schultz), Leonardo DiCaprio (Calvin Candie) e Samuel L. Jackson (Stephen), i cui volti sono schiaffeggiati e accarezzati ripetutamente dalla macchina da presa, intenzionata a mostrare ogni singola ruga e cicatrice sui loro volti. Nonostante il tema spinoso trattato (ricordare il commercio e lo sfruttamento degli schiavi nell’America dell’Ottocento) Django Unchained riesce a non essere patetico e strappalacrime, raggiungendo il suo nobile scopo di denuncia con il mezzo della risata spontanea derivata dalle battute brillanti e dalle paradossali (o meglio surreali) situazioni che i nostri personaggi si trovano affrontare, fra tutte una in cui i primi membri del Ku Klux Klan discutono se tenere o meno le maschere perchè non riescono a vedere dai fori per gli occhi.

django-unchained-918381_0x410Per i fan di Tarantino e non “Django Unchained” è un film da vedere per divertirsi e pensare in maniera non banale al nostro passato e a quello che siamo oggi, per i più cinefili un buon esercizio di metacinema, citazionismo e autocitazionismo, cose a cui il regista americano ci ha ormai abituato ma che in questo suo ultimo lavoro raggiungono un livello di maturità non ancora presente in “Inglorious Bastards”. Da qui nasce un nuovo Tarantino e l’addio al vecchio è a dir poco con i fuochi d’artificio.