Francis Ford Coppola, TWIXT

Terza pellicola del secondo millennio di Francis Ford Coppola, il quale rivela a Dave Itzkoff del New York Times che l’idea è scaturita, per l’appunto, proprio da un incubo (si potrebbe quindi parlare di film autobiografico, come detto più avanti), Twixt è stato decisamente poco distribuito: presentato in svariati eventi mondani sparsi per tutto il globo, il primo dei quali a Toronto, ne è stata trasmessa una proiezione in Italia per la sola occasione del Torino Film Festival. Poi più niente. Sparito.

Proprio come il libro che lo scrittore Hall Baltimore (Val Kilmer) dovrebbe presentare nella Swan Valley (presentataci con una spettacolare e dinamica carrellata nell’introduzione del film, correlata di scorci dalla fotografia vagamente sporca di piacevole sapore eighty’s). Il film gira invece intorno alla ricerca di un finale per un’altra storia che questi, stufo di sottostare a moglie ed editore che con insistenza lo pressano per sfornare l’ennesimo romanzo sulla stregoneria, ha deciso di mettere su carta. L’idea gliel’ha data lo stravagante sceriffo della città, tale Bobby LaGrange, costruttore di casette per pipistrelli con l’hobby per la scrittura di racconti gialli, in verità ben più soporiferi degli svariati Sleepall e Fallsleep che il protagonista ingurgita per conciliare il sonno ed entrare nella dimensione del sogno dove cerca l’ispirazione (proprio, come già detto sopra, ciò che è successo a Coppola). Menzione d’onore per l’attore Bruce Dern, molto convincente in tutta la sua patetica teatralità, e il grande cineasta per la creazione di questo personaggio, probabilmente il più carismatico e meglio caratterizzato di tutto l’intreccio. Uno dei punti di forza di Twixt è per altro la totale assenza di personaggi sottotono: il vicesceriffo è un inetto scansafatiche con la coperta sempre poggiata sulle spalle; il ragazzino con cui passa il pomeriggio a giocare lo demolisce in scaltrezza e senso di responsabilità; il capo dei satanisti è carismatico già dal nome (Flamingo) e non manca di elargire perle di cultura boudeleriana; l’editore che con parlata affrettatissima da uomo di mercato avverte Baltimore di non voler sentire parlare di “nebbia sul lago”; e ancora Baltimore stesso, che subito dopo disattende le richieste dell’editore (riflettendo su come poter inserire la nebbia sul lago come incipit del libro) e che scrive solo sotto l’effetto di pesanti quantità di superalcolici. E poi i vari fantasmi (non si dimentichi che il film è praticamente un ghost-thriller): i diabolici vecchi proprietari del motel, l’una che con funerea tranquillità spiega che sotto il pavimento è pieno di cadaveri di infanti e subito dopo si mette a cantare “The Big Rock Candy Mountain”, e l’altro che, ossessionato dagli orologi, afferma che nella torre della città il tempo è stato distorto da Hitler in persona; il pazzo uomo di chiesa e l’orfana “vampira”; ma soprattutto Edgar Allan Poe (torna infatti il tema del rapporto coi grandi uomini del passato, come recentemente Allen ha già tracciato in “Midnight in Paris”) che discute col protagonista sulle tecniche di redazione di un romanzo a partire dal finale bevendoci insieme del whiskey.

Questo gran poutpurri di personaggi veramente ben fatti per la verità riesce ad offuscare alcune scelte discutibili nello sviluppo narrativo (non sperate di vedere il tanto annunciato diavolo che vive nella torre: rimarrete delusi; così come dal personaggio di Flamingo, che difatti nonostante abbia grande importanza nello svolgimento verrà liquidato in quattro e quatr’otto). Forse mancava lo spazio in pellicola, misurabile in poco più di 80 minuti. Ma certo c’è stato del voluto: come si è già detto prima, il fulcro del film è la ricerca di ciò che Baltimore decide di voler scrivere, ovvero la storia del libro “Vampire Executions”. Proprio per questo (come in una partita di Twixt, per l’appunto), lo scrittore viaggia “a turni” tra le due dimensioni per trovare la linea di congiunzione che ne dovrebbe consacrare il successo, e che indirettamente lo libererà dai suoi demoni. E se ciò potrebbe causare confusione in noi spettatori (ciò che viene fatto vedere fino alla fine del film è stato veramente vissuto dal protagonista, o Coppola ci mette in scena la storia di Baltimore come il suo editore la sta leggendo?) poco importa: ci si potrà divertire dopo la visione riflettendoci e discutendone, parte essenziale del pieno godimento cinematografico (e anche dell’arte in generale), a mio avviso.
Tutti questi elementi, insieme alla fotografia digitale che aumenta la sensazione di fantasmagoria nello stato di trance onirica del protagonista e le inquadrature tanto ardite (dall’alto, panoramiche angolate, primi piani con smorfie facciali ad opera del bravissimo Kilmer) quanto dinamiche fanno del film una perla vintage, che ci dimostra che ancora oggi, nell’era del digitale, è possibile affrontare temi, inserire oggetti e utilizzare linguaggi e strumenti moderni (si vedano il non troppo velato computer Mac e le continue videochiamate tra i vari personaggi) alla maniera dei grandi cineasti dell’analogico. Coppola ci insegna che le grandi storie nascono dal rapporto e l’armonia di elementi tecnici e teorici di passato e futuro, così come Baltimore imparerà a trovare la propria storia (e a trovare la pace interiore) nell’equilibro tra esperienza vissuta nella realtà e nel proprio subconscio.

Scusate ma non sono riuscito a trovare un trailer sottotitolato in italiano, ma da questo video potrete comunque rendervi conto della qualità visiva del film ;)!

Buona Visione!

Inception: sogno o son desto?

Prendiamo Parigi, Londra, Los Angeles e Mombasa. Mescoliamo con Di Caprio, Page, Cottillard, Caine, Hardy, Watanabe, Gordon-Levitt. Aggiungiamo sogni, assenza di gravità, città che si ripiegano su sé stesse, action, tromboni frastornanti, insieme a senso di colpa, amore, dedizione, affari e nostalgia.  Inforniamo il tutto nella geniale mente filmica di Christopher Nolan, e, dopo una paziente attesa, gustiamoci 2 ore e 25 minuti di film, di quelli a cui ripensi anche giorni dopo averlo visto. Parliamo di Inception, naturalmente, pellicola costata ben 170 milioni di dollari e che globalmente ne ha incassati oltre 750.

La vicenda nasce da un’idea piuttosto banale: un colosso dell’energia che vuole sconfiggere il suo più grande concorrente, in modo da ottenere una redditizia monarchia nel proprio campo affaristico. Il modo che sceglie per distruggerlo invece, beh, è oltremodo inusuale. Dom Cobb (Leonardo Di Caprio), un vero e proprio “ladro di sogni”,  viene assunto dal potente Saito (Ken Watanabe) per sconfiggere, per così dire, il suo rivale in affari, Fisher (Cillian Murphy). Con l’aiuto della squadra messa insieme dallo stesso Cobb, viene architettato un innesto, un’idea che, impiantata nel subconscio della vittima, ne condiziona la vita reale, costringendo lo sfortunato Fisher a frammentare il gigantesco impero del padre e lasciando così campo aperto al dominio di Saito.

Benché tutta la pellicola ruoti intorno a questa vicenda, il film non è solo “uno sci-fi thriller nell’architettura della mente”, per usare le parole dello stesso regista. Il film infatti ci racconta anche una bellissima storia d’amore, fra il protagonista Cobb e la moglie (ex-moglie) Mall. Un amore di quelli passionali, profondi, travolgenti, che ti sfiniscono e ti consumano fin dentro le ossa, di quelli che quando finiscono ti strappano il cuore, lasciandoti vuoto. Non dimentichiamo poi che il protagonista indiscusso del film è Cobb, e proprio grazie a questo suo ruolo principale dobbiamo concentrarci su di lui per studiare un po’ più attentamente la pellicola. Vero centro nevralgico della pellicola è la catarsi di Cobb, condizionato nella sua vita dal senso di colpa derivato dall’aver innestato in Mall un’idea, che l’ha portata alla pazzia e poi alla tragica fine. Durante questo suo lavoro, Cobb riesce a raggiungere la catarsi, liberandosi dal senso di colpa che lo rendeva prigioniero di sé stesso, permettendogli (forse) di voltare pagina e rivedere le facce dei suoi figli.

D’altra parte amore, catarsi, senso di colpa e incapacità di distinguere il sogno dalla realtà sono i criteri cardine di tutta la poetica di Nolan. In Memento, la sua prima pellicola di successo, il protagonista Leonard soffre di amnesia, e tutte le volte che si risveglia è costretto a leggere ciò che ha scritto prima di addormentarsi per ricordare cosa sia vero e cosa non lo sia, ovvero di chi può fidarsi e di chi invece no. E di chi può fidarsi Leonard? Solo di sé stesso, solo della propria scrittura. Questo ci riporta a Cobb, che può fare affidamento solo su di sé per distinguere il sogno dalla realtà. Non può fidarsi di chi ha intorno, perché potrebbero essere proiezioni del sogno di qualcun altro; non può fidarsi dell’unica persona che abbia mai amato, Mall; non si fida neppure del proprio giudizio. L’inganno come elemento centrale d’altronde lo ritroviamo anche in The Prestige: la vera natura del protagonista ci viene svelata solo alla fine (anche se alcuni indizi durante il film possono aiutarci ad arrivarci anche prima), e quindi l’intera pellicola è fondata sull’inganno diretto verso lo spettatore, che non può fare altro che scervellarsi fino alla fine della pellicola.

Il film di Nolan costruisce una rete di rimandi e reminiscenze a partire proprio dal suo fulcro centrale, ovvero il fatto che il personaggio viva due realtà parallele, una vera e l’altra fittizia. Non è forse il nucleo centrale del capolavoro Matrix? In fondo, sia Cobb che Neo vivono una vita vera e l’altra solo attraverso la propria mente, vita questa che può essere vissuta solo durante uno stato, più o meno, di sonno. Possiamo poi collegarci anche al film The Jacket, nel quale il protagonista viene sottoposto ad una cura-tortura psichiatrica che prevede la sua immobilizzazione ed il suo inserimento in quello che viene chiamato “il cassetto”, una sorta di cella frigorifera mortuaria. Durante le ore trascorse nel cassetto, il ragazzo inizia a sognare, e sogna di vivere una vita nella quale scopre di essere morto proprio all’interno della casa di cura dove attualmente è rinchiuso. Atri riferimenti poi potrebbero considerarsi rispettivamente ispirati a due film leggendari come 007 – al servizio segreto di sua maestà, per l’inseguimento sulla neve, e 2001 – odissea nello spazio, l’incontro di Fisher con il padre sul letto di morte, col braccio teso ad indicare la cassaforte. Nolan poi, si abbandona a qualche elegante cliché che non può sfuggire: l’architetto che lo aiuta nella costruzione dei suoi sogni, sogni che poi lo aiutano ad uscire dal proprio labirinto interiore, casualmente si chiama Arianna (il filo di Arianna ci dice niente?). Inoltre, molto acuto l’abbinamento tra la vedova nera in questione, una straordinaria Marion Cotillard, e la canzone protagonista della colonna sonora Non, je ne regrette rien, di Edith Piaf. L’attrice infatti, ha vinto un Oscar proprio recitando nei panni della Piaf nel film La vie en rose.

Ciò che travolge lo spettatore, e che lo fa riflettere anche giorni dopo la visione della pellicola, è il vero e proprio concetto di sogno. Il sogno visto con gli occhi di Freud, un sogno pieno di significati nascosti, ma anche un sogno che ci richiama al “mondo come volontà e rappresentazione” tanto caro a Shopenhauer.. La confusione creata dal passaggio dalla realtà al sogno, e da un sogno ad altri livelli più profondi è ciò su cui in molti si interrogano all’uscita dalla sala cinematografica. Grandi dubbi infatti ci assalgono sul finale del film, dove ben tre livelli di sogno si sovrappongono mescolando immagini di montagne innevate, hotel in assenza di gravità e un pulmino bianco che precipita da un ponte. Chissà se quella piccola trottola continuerà a girare in eterno, o se, complice l’attrito e la forza di gravità, perderà l’equilibrio e si fermerà. Cobb sarà rimasto intrappolato nel suo stesso subconscio, in quel Limbo di cui ha il terrore, quel Limbo che ha portato la sua amata Mall a non distinguere il mondo reale da quello fittizio? O forse sarà riuscito a superare il proprio senso di colpa e a svegliarsi dal sogno per tornare nella realtà? E se tutto, dalla prima all’ultima inquadratura, fosse soltanto un sogno di Cobb? Una risposta certa probabilmente la si potrebbe trovare soltanto nella mente di Nolan. Forse che, proprio per questo, non sia importante ormai per Cobb sapere dove si trova, ma essere felice?