Diaz, un Vicari equilibrista

21 luglio 2001. Il G8 di Genova giunge al termine. La protesta No Global, invece, perdura ancora. Si esagera pure una volta di troppo: una bottiglia vagante non colpisce di poco un automezzo degli organi di Pubblica Sicurezza. È così che i vertici optano per un’azione decisiva. Così si riuscirà anche a raffreddare un po’ gli animi nei reparti operativi: troppo stanchi, troppo stressati, troppo nervosi. Il bersaglio scelto è la scuola Diaz, un dormitorio improvvisato dal Comune per dare alloggio ai manifestanti che non riescono a trovare alloggio nell’empia Genova di quei giorni.

Questo episodio nero non solo per la storia del nostro Paese, ma in generale per la storia della democrazia nel mondo, Daniele Vicari ce lo racconta in modo onesto e integrale, seconda l’italica tradizione neorealista. Sebbene siano numerosi i trucchi di cui il regista si avvale per spettacolarizzare il fattaccio (le grida provenienti da altre stanze della scuola, le atmosfere e le ambientazioni fredde e tetre), il risultato visivo finale è assolutamente credibile: si pensi che molti sopravvisuti hanno definito la violenza della pellicola molto più misurata rispetto a quella vissuta nella notte del 21 luglio. E nonostante si possano e vogliano accendere numerose polemiche a riguardo, è mio unico compito parlare del film. E il film funziona: ci sono le storie dell’ufficiale di polizia e della cadetta, le uniche voci fuori dal coro marcissimo dei reparti delle Forze dell’Ordine; quelle un po’ meno interessanti (ma funzionali allo spirito didattico del film) dei manifestanti che vivono una notte che non è meno di un incubo; c’è la recitazione più genuina, quasi fossero tutti sopravvissuti del 21 luglio; ci sono i filmati registrati quella notte, che ci richiamano alla realtà, che ci dicono che i fatti di Diaz sono accaduti davvero. Il gran risultato è stato raggiunto grazie alla maestria nell’equilibrare elementi cinematografici (che avrebbero reso poco credibili gli avvenimenti) e realistici (che ne avrebbero fatto un documentario dall’impatto scenico troppo debole).

In fin dei conti, anche se tutto questo non fosse accaduto, Diaz sarebbe comunque stata una lodevole pellicola. E invece, duole dirlo, la democrazia è morta un’altra volta, sotto i colpi duri dei manganelli.

Le cose da fare, inevitabilmente, sono poche: osservare, riflettere, ma soprattutto ricordare.

At any Price : il prezzo dell’anima

Più che di anima di una persona Ramin Bahrani sembra prendere una tipica famiglia di moderni contadini americani come campione di una Nazione che ha perso il senso dell’orientamento, in cerca di risposte e bisognosa di riporre la propria fiducia in qualcuno, ma chi?
I Whipple sono una famiglia di agricoltori composta da quattro persone: Henry Whipple (interpretato da un meraviglioso Dennis Quaid) il capofamiglia, Grant Whipple il figlio maggiore, Dean Whipple (Zac Effron) il minore e Irene Whipple (Kim Dicken) la madre. Henry è un piccolo omino insignificante che, ad ogni costo, vuol far sopravvivere l’azienda di famiglia passandola ad uno dei due figli. Inizialmente punta tutto su Grant che però decide di scalare una montagna in Argentina prima di tornare a casa dal College, così Hanry è quasi costretto a ripiegare su Dean, ma anche lui non ne vuole sapere: Dean vuole diventare un pilota e alla faccia del padre, che non ha mai creduto nelle sue possibilità, riesce a trovare uno sponsor ed esordisce su una vera pista; fallisce, o forse vuole farlo. Dean è sospeso fra il voler scappare da quella cittadona dell’ Iowa cui dice essere intrappolato e il non voler deludere il padre, come se il suo reale intento fosse prendere il posto di quel fratello assente ma perennemente citato, una presenza mistica e asfissiante, come quella di un fantasma.

Dean decide di schiantarsi contro un albero, forse per umiliazione della gara persa o per paura di diventare uomo, un uomo diverso dal padre, ma fallisce anche lì andando a letto con l’amante di Henry (“sei come tuo padre” lei dice). Intanto Henry è indagato per aver ripulito semi geneticamente modificati e rischia di perdere tutto quello che i suoi antenati avevano conquistato con il sudore della fronte e che lui doveva solo mantenere semplicemente guidando un trattore.

Tanti i temi che Ramin Bahrani ha trattato in questo suo ultimo lavoro, dal rapporto familiare al sogno americano ma una cosa è così ben percepibile come se fosse possibile vederne la bandiera in sovrimpressione: Gli Stati Uniti d’America. Cultura, contraddizioni, orgoglio patriottico di una nazione che si sta leccando le ferite da 11 anni. Tutto questo riassunto magistralmente in una sequenza dove tutti i Whipple, insieme ai concittadini, cantano l’Inno Nazionale prima della gara che permetterà a Dean di accedere, per la prima ed ultima volta nella sua vita, ad un circuito automobilitico per professionisti, come se fosse l’ultimo slancio prima della caduta del Sogno. At Any Price è un film sull’America per gli americani in cerca d’autore, quelli che vogliono crescere ed evolversi ma ne hanno paura, perchè solo “fuggendo” si trova l’identità (come Grant e la fidanzata di Dean); il monito finale è gelido e cinico perchè i nostri protagonisti ottengono quelli che vogliono (o che hanno paura di perdere) rimanendo in stasi, la vita continua ma loro sono imprigionati in una foto di famiglia che deve rimanere unita a qualsiasi costo, anche di una vita.

“Superstar”: critiche ed autocritiche di Giannoli

Avere un lavoro normale, un piccolo e poco visitato appartamento, qualche amico, una routine che fa scorrere le giornate in tranquillità, non cercare e non creare guai: ecco quello che ha perso Martin Kazinski (Kad Merad) quella strana mattina in cui è diventato famoso. Benvenuto, popolo multimediale nel grottesco mondo di “Superstar”(Xavier Giannoli, 2012, Francia), film presentato in concorso alla 69° edizione della mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Preparati a vederti in faccia, nota come segui le mode e come sei pronto a scimmiottare il tuo nuovo eroe, facendo perdere ad un gesto o ad una sua frase qualsiasi significato. Preparati ad essere criticato, perchè Xavier Giannoli con questo suo ultimo lavoro non è affatto tenero: ti ritrae acefalo, pronto a odiare colui che un attimo prima osannavi come il nuovo messia di un’epoca apparentemente senza Dio, ma dove in realtà ce e sono molti, ed ognuno di loro incanala il tuo pensiero; questi Dei pagani sono i Media, o meglio, coloro che li gestiscano come i giornalisti Fleur Arnaud (Cécile De France) e Jean-Baptiste (Louis-Do de Lencquesaing), due facce diverse della stessa medaglia, entrambi ambiziosi ma la prima con qualche scrupolo in più del secondo in quanto decide di cambiare vita; non a caso i suoi capelli cambiano di colore, passando da un rosso sangue a un biondo etereo (Gannaroi deve aver ascoltato Gaber, quando in “Io, se fossi Dio” definisce i giornalisti “Cannibali, necrofili, deamicisiani, astuti/ E si direbbe proprio compiaciuti”).
Ridi spettatore, là dove c’è poco da ridere, in un film dai toni cupi, dalle luci fredde, che non si vergogna di criticare te e il suo mezzo di pubblicità principale. Ridi, quando vedi i tuoi alter ego puntare il telefonino verso un impaurito Martin Kazinski che rifugge la fama come la lebbra.
SuperstarRidi, quando sempre Martin Kazinski inizia una surreale conversazione con un produttore che non crede al suo voler restare nell’anonimato. “Superstar” è un film di riflessione, amaro e originale che mischia diversi stili di ripresa, da quello televisivo a quello che usiamo noi comuni mortali quando inseriamo su youtube i nostri filmini fatti con cellulare, ma è il linguaggio cinematografico di Giannoli a svelare i misteri dei “dietro le quinte”, come se il Cinema, quello con la “C” maiuscola, fosse ancora in grado d’aiutarci a capire il mondo.
Alla fine della pellicola resta solo una fredda domanda, che contiene tutto e niente, la stessa domanda che Martin Kazinski ripete come un fioretto dall’inizio alla fine del film: ” Pourquoi?”.