The Truman Show

The Truman Show (Peter Weir, 1998), tragicomico affresco della società moderna che nell’anno di uscita del film stava muovendo i primi passi nella vita televisiva mondiale. Baluardo di questa pellicola è senza dubbio l’attore canadese Jim Carrey, conosciuto ai più per commedie non troppo impegnate come The MaskAce VenturaScemo & + scemo ed Il rompiscatole, ma anche capace di ruoli importanti come in Eternal Sunshine of the Spotless Mind (distribuito in Italia con l’ingrato titolo di Se mi lasci ti cancello) e Number 23. Carrey possiede un fisico plastico, quasi artificiale, sembra un uomo di gomma, questo anche grazie alla sua straordinaria mimica facciale; probabilmente è per questo che Weir lo ha scelto per interpretare l’uomo vero in un mondo finto (Truman, True+Man= “uomo vero”).
The Truman Show è la storia di Truman Burback, assicuratore, uomo normale con una vita apparentemente normale, in realtà protagonista assoluto di uno show tutto suo, prodotto dal regista Christof, signore incontrastato, Dio creatore del piccolo mondo artificiale da commedia del telefono bianco chiamato Seaheaven, egli è tanto violento e vendicativo quanto affettuoso nei confronti del suo figlio diletto.
Rappresentativa per esplicare la figura di Christof (Chist + Off= “senza Cristo”) è una delle sequenze finali in cui scaglia una tempesta contro la barca del povero Truman, la cui colpa è avergli disubbidito volendo scappare nel mondo reale; passata la tempesta, però, Christof parla affettuosamente al figlio che vuole proteggere dalla crudeltà presente nella società al di fuori del reality (“là fuori non troverai più verità di quanta non ne esista nel mondo che ho creato per te. Le stesse ipocrisie, gli stessi inganni… ma nel mio mondo tu non hai niente da temere”)
Nel corso della storia questo microscopico universo inizia a sgretolarsi lasciando il povero Truman in balia della dura realtà: tutto è finto, moglie, amici, lavoro, casa. Lui è l’unica cosa reale.
Gli avvenimenti si susseguono per tutti i 103 minuti della pellicola, in modo frenetico, con uno stile televisivo che lascia poco respiro allo spettatore sballottato fra un flashback e l’altro, tutti gentilmente offerti dal programma, come un riassunto delle puntate precedenti. Gli sguardi in camera (Truman che ogni mattina si guarda allo specchio inventandosi delle storie), gli spot pubblicitari (enunciati  molto spesso da Meryl) che interrompono la narrazione, telecamere nascoste, i mascherini frequenti nelle inquadrature; tutto lascia intendere d’essere davanti ad una finzione, la quale, però, si svolge su più piani narrativi:
C’è la storia di Truman, quella che lui crede la vita vera nella cittadina di Seaheaven, c’è la storia dello Show seguito dai telespettatori, i quali lasciano la televisione accesa la notte perchè Truman “gli tiene compagnia”, e dei tecnici che vi lavorano; questi due piani si fondono e si confondono agli occhi di noi spettatori voyeur privilegiati di entrambi i mondi irreali. Vediamo Truman che si reca a lavoro, ma possiamo anche sbirciare nella casa di due anziane signore, telespettatrici dello show, le quali possiedono un cuscino con la fotografia di Truman, o di un altro buffo personaggio che lo segue dalla vasca da bagno.
 Altro testimone privilegiato del grande spettacolo è Truman, il quale vive dell’interno, da prima ignaro personaggio della pantomima, che però recita abilmente la sua parte con i suoi motti ripetitivi, il più famoso dei quelli “Se non ci dovessimo rivedere buon pomeriggio, buona sera e buona notte”, ripetuto sorridendo ogni mattina ai vicini.
In questo mondo fittizio c’era, però, qualcosa, o meglio, qualcuno di reale: Sylvia. Lei, molla scatenante dei dubbi di Truman riguardo al mondo in cui vive: Lei, di cui ricorda perfettamente il volto tanto da riuscire a ricomparlo in un collage assemblato tramite gli elementi facciali rubati alle fotografie delle modelle da rivista. Lei, che attacca il Dio creatore nelle sequenza dello speciale per i trent’anni del “Truman Show”. Lei, che possiede una spilla dove c’è scritto “Come andrà a finire?”, ripropostaci per ben due volte nella pellicola. Ebbene, non sappiamo “come andrà a finire”. Non sappiamo se Truman sarà felice, ricco, povero, se ritroverà Sylvia o se si perderanno.
Truman, che durante lo Show era protagonista assoluto, seguito dalle telecamere, ci fa perdere le sue tracce una volta varcata la porta dello studio televisivo, evento che coincide con la fine delle trasmissioni.
The Truman Show è molte cose: E’ il film che stiamo guardando, è il programma televisivo seguito da milioni di spettatori, è discorso sulla religione, sul libero arbitrio. E’ anche un’opera che riflette sul cinema e lo cita, inserendoci i nomi di famosi attori: per esempio la moglie di Truman si chiama Meryl come la Streep; Il suo migliore amico è Marlon come Marlon Brando, ogni strada o piazza di Seaheaven porta il nome di una famosa Star.
Nella storia di Truman, fantascienza e attualità si fondono portando gli spettatori a riflettere sull’epoca della globalizzazione, in cui il grande fratello osserva i loro movimenti; forse siamo anche noi prigionieri, spettatori e protagonisti di un grande show. Temi simili, ma posti sotto un’ottica diversa, sono stati riproposti l’anno dopo in Matrix, film del Fratelli Wachowski (Matrix reloded, Matrix revolution). The Truman Show e Matrix, due film diversissimi ma che si pongono (e ci pongono) gli stessi quesiti a cui però non riusciamo a rispondere.

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