Clint Eastwood, “J. Edgar”

“C’è una qualche giustizia poetica qui: J. Edgar era noto per ficcanasare nella vita personale della gente; in questo film investigherete la sua.”

Con questa risposta in un’intervista al “Towleroad”, Dustin Lance Black riassume con precisione il senso di “J. Edgar”, l’ultimo lavoro di Clint Eastwood.

Dopo alcune importanti defezioni nella ricerca di un possibile distributore, prima Universal, poi Warner, è stata quest’ultima a decidere di farsene carico in seguito al consenso di Di Caprio ad interpretare il protagonista. Ma è in realtà da uno script che il giovane sceneggiatore (già Oscar per il suo lavoro su “Milk”, biografico del 2008 sul primo politico americano omosessuale dichiarato Harvey Milk) presenta al grande regista che viene tratta ispirazione per costruire questo particolare progetto, che non è altro che una approfondita indagine psicologica su John Edgar Hoover. Citando, infatti, Black da un’altra intervista all’AfterElton, “pensare di raccontare un personaggio come J. Edgar Hoover senza conoscere il suo cuore è una cosa che non farei mai in una mia sceneggiatura”. Studio del personaggio da parte sua assicurato, quindi.

Il buon vecchio Clint questo studio ce lo trasporta in pellicola, attraverso una divisione del film in due parti. La prima lo mostra come segugio della polizia federale, all’inizio della sua carriera e contemporaneamente alla fine: le sequenze si sposteranno infatti continuamente tra presente e passato, con grande flessibilità della fotografia che passa dal quasi bianco/nero degli anni Venti al super-nitido dei Settanta, mettendo spesso in relazione gli atteggiamenti degli Hoover delle due diverse epoche. Così Eastwood ne narra i successi che lo hanno portato e mantenuto al vertice del Bureau, tra retate e arresti, promozioni e innovazioni  intervallate da ciò che invece il direttore è nel presente, un uomo forse non riuscito ad adattare il suo ruolo e la sua etica alla società, entità metamorfica per definizione. È per l’appunto a fine carriera che colleziona i più grandi fallimenti: manco a dirlo, il regista  ha voluto calcare la mano soprattutto sul vano tentativo di fermare Martin Luther King (si ricordi che Eastwood ha anche diretto “Gran Torino”), il bigottismo dei vecchi che sbatte la testa contro una società ormai troppo cosmopolita per la loro ideologia conservatrice, cui restano stoicamente coerenti. Tale testardaggine sfocia persino nel grottesco quando gli ormai vetusti Hoover e Tolson discutono del problema in casa mentre fanno colazione.
La forza del capo del Bureau of Investigation, viene però disgregata prima delle sequenze finali, nella seconda parte dell’indagine montata da Black/Eastwood: viene messo infatti a nudo il suo lato più fragile, quello di un uomo profondamente influenzato da una madre idolatrata fino a non poterla sostituire con nessun’altra donna. È chiaro dai primi minuti della pellicola che il vero Edgar si rivela solo alla presenza di Anna Marie, interpretata splendidamente da Judi Dench, magistrale nella scena in cui ammette di preferire un figlio assassino ad un “figlio gerbera”. È per quest’affermazione che Edgar stenta ad accettare la sua omosessualità, anche di fronte alle continue manifestazioni d’affetto del collega Clyde Tolson (malamente truccato nella versione anziana, per la verità). Solo alla morte della madre lo accetta e si espone; forse per non deluderla, o più probabilmente per poter accogliere il suo spirito nella propria intimità indossando i suoi vestiti e i suoi gioielli. E in quel momento, per farci notare nel dettaglio quanto più si possa ammirare della capacità espressiva di Di Caprio, la disperazione che lo travolge in ogni parte del corpo, l’occhio indagatore di Clint Eastwood esplora da angolazioni ardite la scena con grande scioltezza.

E con altrettanta scioltezza disintegra crudelmente la storia che il personaggio vorrebbe raccontare, seguendo un tema che attualmente va molto di moda, quella della relatività delle versioni (sulla falsa riga del capostipite del tema, “Rashomon” del giapponese Akira Kurosawa, e dei recenti “The Social Network” e “La Versione di Barney”).
Come d’altronde è relativa la versione di Black e Eastwood sull’omosessualità di Hoover. La si potrebbe contestare, ma sarebbe quantomai svilente, tanto per il personaggio costruito da Black/Eastwood che per il film, che in realtà non risente di questi elementi psico-narrativi. “J. Edgar” stimola molte più riflessioni, ed è un peccato soffermarsi solo in superficie: il sistema di significati nascosti orchestrato dall’efficace accoppiata porterà certamente soddisfazione e divertimento a chi s’impegnerà e proverà a  giocarci.

Ecco il trailer!

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Anonymous di Roland Emmerich – La più grande delle cospirazioni sta per essere rivelata.

 

La più grande delle cospirazioni sta per essere rivelata. Un uomo di spalle, in mezzo a una macchia di china, intinge la sua penna nella storia: Anonymous. Si presenta così, chiara, (anzi o-scura) la copertina del film, quasi confondibile con un horror o un thriller (anche il nome è un po’ tenebroso), per incuriosire e suggestionare lo sguardo dello spettatore: cosa l’uomo di spalle con la penna in mano vuole mostrargli, anzi scrivergli? Roland Emmerich torna sul grande schermo a poco più di due anni dal suo “2012”, e come nel precedente siamo di fronte a supposizioni (più o meno fondate) di ciò che la storia ci ha lasciato credere… Resta quindi confermato il tratto distintivo del regista, che fa delle apocalissi, quelle terrestri e, in questo caso, quelle storiche, il suo banco di prova… Scordiamoci The Day After Tomorrow o Indipendence Day. Non ci saranno ere glaciali o alieni a scuoterci l’angoscia, sarà la storia a ribaltare i suoi pilastri e quanto sui libri si possa imparare. Certo, nulla è fondato, si parla solo di supposizioni, ma per gli accurati fan di William Shakespeare non pochi saranno i fatti (e i misfatti) che metteranno in dubbio completamente quanto di più leggendario ci possa essere.

Se fosse anonima la paternità delle opere firmate con un nome diventato emblema di un’epoca e di una totale rivoluzione del teatro? Se William Shakespeare non avesse scritto nemmeno una delle sue opere? Da questi interrogativi parte il film. Siamo a teatro, un teatro di New York. Lo spettatore assiste allo stesso spettacolo che sta assistendo il pubblico nel film. 2 pubblici, l’uno specchio del teatro, l’altro quello del linguaggio filmico, una sola storia. Di colpo il teatro diventa cinema. La Londra Elisabettiana, grigia e laboriosa, dove è raro essere colpiti dalla luce del sole, è il palcoscenico del dubbio, della presunta cospirazione che boicotta ciò che la storia del teatro (e non solo) mondiale ha consacrato. A dire il vero, lo spettatore cinematografico scarno di un background storico dell’era di Elisabetta I, si troverà in difficoltà con la dimensione narrativa del film, che dà per scontato la conoscenza degli eventi, soprattutto quelli legati agli scandali che coinvolgono la famiglia reale. Infatti, sono proprio le passioni segrete, spesso oggetto di sceneggiati televisivi (ex: I Tudors – Scandali a corte) a fare da cornice al film. Il movente passionale non manca mai! Non è il caso svelare totalmente la trama, anche perché risulterebbe complesso riuscire a riassumere tutto (non nascondo le difficoltà impiegate nel comprendere all’inizio quanto accadeva sullo schermo). E’ di William Shakespeare che si parla, e soprattutto della sua falsa paternità delle sue opere. E’ invece Edward de Vere, conte di Oxford, a scriverle, a vivere di scrittura. Ma si sa, certe abitudini a corte è meglio non manifestarle… De Vere paga un analfabeta, attore di compagnia, Will Shakespeare appunto, per godere, indirettamente, della notorietà di quanto la sua anima metteva continuamente, anche in punto di morte, nero su bianco.

Ammirazione per la fotografia utilizzata, di Anna Foerster: interni sempre caldi, luci soffuse che regalano tranquillità e benessere, contro la freddezza degli ambienti esterni, dove le scene corali, duelli, combattimenti misti a disordine, il popolo insomma, ha un ruolo non poco marginale. La scenografia e i costumi, sono sensazionali. Qualche libertà poetica a beneficio della ricostruzione storica molto accurata. L’intero film è dominato da continui flash-back che, tuttavia, non rendono comprensibile (almeno fino ad un certo punto) la dimensione narrativa. Ma in un drama opera è concesso. Insomma, del film non c’è nulla da dire, uno dei migliori nel periodo pre-natalizio nelle sale. Un plauso particolare all’interpretazione di Vanessa Redgrave nei panni della Regina Elisabetta.

Una bella battaglia per gli ammiratori di Shakespeare: dopo il Codice Da Vinci tocca al colosso della letteratura inglese. Che sarà vero o falso, resta intoccabile e indiscutibile il patrimonio che William o Edward ci ha lasciato.

The Truman Show

The Truman Show (Peter Weir, 1998), tragicomico affresco della società moderna che nell’anno di uscita del film stava muovendo i primi passi nella vita televisiva mondiale. Baluardo di questa pellicola è senza dubbio l’attore canadese Jim Carrey, conosciuto ai più per commedie non troppo impegnate come The MaskAce VenturaScemo & + scemo ed Il rompiscatole, ma anche capace di ruoli importanti come in Eternal Sunshine of the Spotless Mind (distribuito in Italia con l’ingrato titolo di Se mi lasci ti cancello) e Number 23. Carrey possiede un fisico plastico, quasi artificiale, sembra un uomo di gomma, questo anche grazie alla sua straordinaria mimica facciale; probabilmente è per questo che Weir lo ha scelto per interpretare l’uomo vero in un mondo finto (Truman, True+Man= “uomo vero”).
The Truman Show è la storia di Truman Burback, assicuratore, uomo normale con una vita apparentemente normale, in realtà protagonista assoluto di uno show tutto suo, prodotto dal regista Christof, signore incontrastato, Dio creatore del piccolo mondo artificiale da commedia del telefono bianco chiamato Seaheaven, egli è tanto violento e vendicativo quanto affettuoso nei confronti del suo figlio diletto.
Rappresentativa per esplicare la figura di Christof (Chist + Off= “senza Cristo”) è una delle sequenze finali in cui scaglia una tempesta contro la barca del povero Truman, la cui colpa è avergli disubbidito volendo scappare nel mondo reale; passata la tempesta, però, Christof parla affettuosamente al figlio che vuole proteggere dalla crudeltà presente nella società al di fuori del reality (“là fuori non troverai più verità di quanta non ne esista nel mondo che ho creato per te. Le stesse ipocrisie, gli stessi inganni… ma nel mio mondo tu non hai niente da temere”)
Nel corso della storia questo microscopico universo inizia a sgretolarsi lasciando il povero Truman in balia della dura realtà: tutto è finto, moglie, amici, lavoro, casa. Lui è l’unica cosa reale.
Gli avvenimenti si susseguono per tutti i 103 minuti della pellicola, in modo frenetico, con uno stile televisivo che lascia poco respiro allo spettatore sballottato fra un flashback e l’altro, tutti gentilmente offerti dal programma, come un riassunto delle puntate precedenti. Gli sguardi in camera (Truman che ogni mattina si guarda allo specchio inventandosi delle storie), gli spot pubblicitari (enunciati  molto spesso da Meryl) che interrompono la narrazione, telecamere nascoste, i mascherini frequenti nelle inquadrature; tutto lascia intendere d’essere davanti ad una finzione, la quale, però, si svolge su più piani narrativi:
C’è la storia di Truman, quella che lui crede la vita vera nella cittadina di Seaheaven, c’è la storia dello Show seguito dai telespettatori, i quali lasciano la televisione accesa la notte perchè Truman “gli tiene compagnia”, e dei tecnici che vi lavorano; questi due piani si fondono e si confondono agli occhi di noi spettatori voyeur privilegiati di entrambi i mondi irreali. Vediamo Truman che si reca a lavoro, ma possiamo anche sbirciare nella casa di due anziane signore, telespettatrici dello show, le quali possiedono un cuscino con la fotografia di Truman, o di un altro buffo personaggio che lo segue dalla vasca da bagno.
 Altro testimone privilegiato del grande spettacolo è Truman, il quale vive dell’interno, da prima ignaro personaggio della pantomima, che però recita abilmente la sua parte con i suoi motti ripetitivi, il più famoso dei quelli “Se non ci dovessimo rivedere buon pomeriggio, buona sera e buona notte”, ripetuto sorridendo ogni mattina ai vicini.
In questo mondo fittizio c’era, però, qualcosa, o meglio, qualcuno di reale: Sylvia. Lei, molla scatenante dei dubbi di Truman riguardo al mondo in cui vive: Lei, di cui ricorda perfettamente il volto tanto da riuscire a ricomparlo in un collage assemblato tramite gli elementi facciali rubati alle fotografie delle modelle da rivista. Lei, che attacca il Dio creatore nelle sequenza dello speciale per i trent’anni del “Truman Show”. Lei, che possiede una spilla dove c’è scritto “Come andrà a finire?”, ripropostaci per ben due volte nella pellicola. Ebbene, non sappiamo “come andrà a finire”. Non sappiamo se Truman sarà felice, ricco, povero, se ritroverà Sylvia o se si perderanno.
Truman, che durante lo Show era protagonista assoluto, seguito dalle telecamere, ci fa perdere le sue tracce una volta varcata la porta dello studio televisivo, evento che coincide con la fine delle trasmissioni.
The Truman Show è molte cose: E’ il film che stiamo guardando, è il programma televisivo seguito da milioni di spettatori, è discorso sulla religione, sul libero arbitrio. E’ anche un’opera che riflette sul cinema e lo cita, inserendoci i nomi di famosi attori: per esempio la moglie di Truman si chiama Meryl come la Streep; Il suo migliore amico è Marlon come Marlon Brando, ogni strada o piazza di Seaheaven porta il nome di una famosa Star.
Nella storia di Truman, fantascienza e attualità si fondono portando gli spettatori a riflettere sull’epoca della globalizzazione, in cui il grande fratello osserva i loro movimenti; forse siamo anche noi prigionieri, spettatori e protagonisti di un grande show. Temi simili, ma posti sotto un’ottica diversa, sono stati riproposti l’anno dopo in Matrix, film del Fratelli Wachowski (Matrix reloded, Matrix revolution). The Truman Show e Matrix, due film diversissimi ma che si pongono (e ci pongono) gli stessi quesiti a cui però non riusciamo a rispondere.