13 ASSASSINI (Jusan-nin no Shikaku), di Takashi Miike (2010)

Le scene di combattimento di spada sono sempre anche scene d’amore. Senza l’amore fraterno non si potrebbero girare delle scene di combattimento così violente.”

 

Con questa frase Takashi Miike ci descrive il grande rapporto di fiducia che ha instaurato con la crew degli attori e con i coreografi delle scene di combattimento in occasione della sua ultima fatica, “Jusan-nin no Shikaku” (in italiano “13 Assassini”), presentata al Festival di Venezia del 2010.

Il film è una sperimentazione rispetto a ciò che il prolifico cineasta nipponico ci ha proposto finora: l’opera viene annoverata nel filone tematico del Jidai-Geki, che in giapponese significa “rappresentazione del periodo” (storico) e che racconta vicende di samurai, shinobi, shogun, ma anche contadini e commercianti negli anni compresi tra il 1603 e il 1874; a mio avviso, tuttavia, sembrerebbe più appropriato parlare di “Jusan-nin no Shikaku” come un rappresentante del genere Chambara, che indica tutte quelle rappresentazioni che si appropriano e fanno del combattimento con la katana il loro tema portante. È infatti la prima esperienza filmica “violenta” di Miike in cui i personaggi si affettano a fil di lama invece che crivellarsi tra loro a colpi di pistola.

Tuttavia le due fazioni contendenti dovranno innanzitutto incontrarsi, e prima di farlo verrà superata ampiamente la prima metà della pellicola che inizia con l’harakiri del vassallo del clan Akashi, Zusho Mamiya. Già in questa scena si nota l’esperta mano registica di Miike, che ci propone immagini trasudanti violenza, ma anche rispetto: la prima si esprime con i crudi suoni del wakizashi che incide profondamente carne e interiora, il secondo non mostrando mai le ferite che il nobile si provoca e mantenendo centrato sul suo viso il breve piano sequenza (scena perfettamente supportata da una prova attorica sublime di Masaaki Uchino, concentrata in pochi, fatali attimi). È in seguito a questo atto di protesta verso il nuovo signore feudale, Naritsugu Matsudaira, emblema della malvagità e del caos, che il gran ciambellano contatta Shinzaemon, samurai di grande valore e saggezza, per eliminarlo una volta per tutte. Anche in questo particolare momento dell’intreccio il cineasta si esprime in un paio di virtuosismi di macchina particolarmente degni di nota: il primo si ha mentre il ciambellano descrive la storia di suo figlio e sua cognata, profondamente disonorati dal malefico signore feudale, quando la telecamera si avvicina sempre di più al sofferente cortigiano con un dolce dolly che sembra quasi cercare di abbracciarlo per alleviare il suo immenso dolore; il secondo si ha quando lo stesso ciambellano mostra a Shinzaemon il risultato delle violenze di Naritsugu perpetuate su una giovane ragazza della quale era stato distrutto il villaggio, prima violentata e poi menomata di gambe, braccia e lingua e quando Shinzaemon legge la scritta “Massacro Totale” e con un raccordo dall’effetto terrificante la macchina da presa passa sul viso distorto della poveretta urlante. È dopo questa scena che Shinzaemon inizia a reclutare uomini. Per la precisione 11, che aumenteranno poi a 12 (13 con Shinzaemon) sul cammino verso il luogo dell’imboscata organizzata per Naritsugu e il suo inaspettatamente numeroso esercito. Il piccolo villaggio dove il nobile e la sua “scorta” resteranno intrappolati si trasforma di colpo in un mortifero labirinto del terrore: campi minati, buoi impazziti (ricreati con una grafica computer piuttosto scadente), tempeste di frecce, muri mobili invalicabili che dividono in sottogruppi il numeroso esercito del signore feudale. Ma le parti migliori dell’imboscata sono quelle dei corpo a corpo nudi e crudi: di particolare effetto coreografico la ferocissima carica di Hirayama Kujūrō alla marmaglia di manichini impietosamente destinati a rapido trapasso sul campo di spade, dove il ronin dopo ogni assalto sfila da terra un’altra katana, la usa per due o tre fendenti, la lascia cadere e infine ne afferra una nuova, dando forma così ad una mirabolante catena assassina.

Grande supporto della macchina da presa, sapiente e rapida come i colpi dei maestri di spada. Grandi acrobazie. Visi contriti dal furore. Ma per la verità, poco splatter. Non lo splatter di “Planet Terror” e Peter Jackson, quello delle interiora e dei pezzi di uomo volanti, fiotti di sangue sparati come da un idrante. Niente di tutto questo, perlomeno. Solo qualche testa che cade e rotola sul fango. Miike ci propone un’altra violenza: una violenza del cinema, dei movimenti di macchina e dei raccordi, del rumore delle lame che cozzano tra loro o affondano nella carne lercia dei combattenti. La violenza vera di “Jusan-nin no Shikaku” parte dal primo minuto, con la rigidità del collo di Mamiya che strozza in gola il grido di atroce dolore. Col rumore delle sue interiora che si spappolano. Lo splatter di Miike è sottile e riesce ad insinuarsi nei meandri del cervello e dell’anima attraverso i marchingegni del cinema, di cui lui è certamente un virtuoso manipolatore. Una spiazzante sorpresa.

Ecco per voi il traler italiano!

 Buona visione :)!

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