Dr. Horrible’s sing – Along Blog

Si sa, il cattivo ha sempre un certo fascino, basta ricordare l’esempio recente del Joker interpretato da Heath Ledger in “The Dark Knight” (Christopher Nolan, 2008) oppure Alex DeLarge (Malcolm McDowell), protagonista di “A Clockwork Orange” (Stanley Kubrick, 1971). In “Dr Horrible’s sing – Along blog” (Joss Whedon, 2008), film in tre atti distibuito per il web, il ruolo del cattivo viene completamente ribaltato, elevandolo addirittura a protagonista. Ma andiamo con ordine.
Billy (Neil Patrick Harris), nome d’arte Dr. Horrible, è un giovane uomo che vuole entrare a far parte nella “Evil Legue of Evil”, guidata dal purosangue sanguinario Bad Horse. Un giorno Billy riceve una lettera dalla Lega in cui gli viene concesso un periodo di prova dal quale dipende la sua entrata o meno nella cerchia di Bad Horse. Sarebbe tutto molto semplice se la sua nemesi, Capitan Hammer (Nathan Fillion), e Penny (Felicia Day), la donna di cui è innamorato, non si fossero incontrati in seguito ad una sua operazione goffamente riuscita. Da qui inizia una caduta verso il basso per il povero Billy/Dr. Horrible, che da una parte riesce ad avvicinarsi a Penny e dall’altra la vede allontanarsi per perdersi nelle braccia di Capitan Hammer.

La trama, basata sul semplice triangolo amoroso (Billy, Penny, Capitan Hammer) vede proprio nell’elevazione del “cattivo” a protagonista il suo punto di forza, ma non immaginatevelo con il carisma e la classe di Joker o Goblin, Dr. Horrible è molto più simile al goffo ed occhialuto Peter Parker e al timido Clark Kent. Egli, come loro, non riesce a conquistare il cuore della donna che ama, ma mentre gli alter ego dei due personaggi marvel, riescono nell’impresa quando si trasformano, Billy fallisce anche sotto le sembianze di Dr. Horrible a vantaggio di Capitan Hammer.
Il film è narrato dal punto di vista del protagonista Dr Horrible/Billy tramite i video blog che utilizza per parlare ai suoi fan. Egli ci si presenta nella primissima inquadratura del film proprio sotto questa forma di blogger: primo piano, che indossa la sua uniforme da super cattivo; sullo sfondo: il laboratorio dove lavora. Egli ci introduce subito nel suo mondo parlando della “Evil legue of evil”, di “Bad Horse”, Capitan Hammer, Penny. Da questo si evince che “Dr Horrible’s Sing – Along Blog” è una film basato sul punto di vista del protagonista, sulle sue speranze, i suoi sogni e la sua caduta nel baratro della malvagità, in cui è spinto proprio dalla società che vuole combattere, cui Capitan Hammer, a suo parere, è schiavo. Nonostante la nostra posizione privilegiata di “lettori” ci spinga dalla parte del protagonista, Joss Whedon non smette mai di ribadirne l’incapacità: Billy si siede su una poltrona/trono troppo grande per lui mentre dice di voler conquistare il mondo; durante il primo video blog risponde alle lettere dei suoi fan e uno di loro lo chiama sarcasticamente “genio”; nel secondo atto tenta un colpo all’inaugurazione del “Superhero memorial bridge” che viene sventato perchè la polizia e Capitan Hemmer lo aspettavano in quanto non era stato attento a quello che aveva detto nei suoi video messaggi. Whedon sottolinea il dualismo Dr. Horrible/Billy: la maschera e l’uomo, quello che si vorrebbe essere e quello che si è; il prevalere del “lato oscuro” gli permette la realizzazione dei sogni di gloria del protagonista ma porta alla perdita di quello che per lui conta davvero. Questo discorso vale anche per Capitan Hammer: eroe senza macchia e senza paura fuori, spaccone ed egocentrico dentro. Osannato del pubblico e amato dalle donne, al contrario degli amati personaggi Marvel egli è supereroe solo per hobby. Usa spesso un linguaggio non proprio elegante, fa il gradasso quando lui e Billy si trovano nella lavanderia a gettoni e al suo prima appuntamento con Penny ha un’espressione disgustata quando un senzacasa gli tocca affettuosamente la spalla per salutarlo.

I ruoli di questi personaggi si ribaltano in un turbine.

Il sogno di Billy è ribaltare lo status quo, creare un nuovo mondo per Penny, classico personaggio totalmente positivo (da questo punto di vista è forse l’unica vera eroina del film) che per sostenere la sua causa con la semplice forza di volontà.

Lo stile usato da Joss Whedon è sobrio, i movimenti di macchina rendono l’azione dinamica e fresca, usa la profondità di campo per contrapporre situazioni serie a comiche, come all’inizio del secondo atto quando Billy spia Capitan Hammer e Penny.

Inoltre, “Dr Horrible’s Sing – Along Blog” è anche un musical e il non nominare affatto la colonna sonora composta da Jed Whedon sarebbe come sfigurare Johnny Depp. Questa è perfettamente intonata allo stato d’animo dei protagonisti: per esempio i pezzi “My Freeze Ray”, “My Eyes”, “Brand new day” sono la base dei video messaggi di Billy/Dr Horrible in cui ci introduce al suo amore per Penny, passando per la sua consapevolezza del male che cresce nel suo corpo (contrapposto all’amore che Penny inizia a provare per Capitan Hammer), finendo con la volontà del protagonista di uccidere la sua nemesi.

La struttura simmetrica del film, basata suoi video blog fa si che esso finisca esattamente come era cominciato: un messaggio di pochissimi secondi ai fan, nel laboratorio, sguardo in macchina: Billy dice solo due parole, le quali smontano (o quantomeno fanno vacillare) l’idea che si era fatto lo spettatore durante l’ultima sequenza, se non di tutto il film.

Buona visione

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13 ASSASSINI (Jusan-nin no Shikaku), di Takashi Miike (2010)

Le scene di combattimento di spada sono sempre anche scene d’amore. Senza l’amore fraterno non si potrebbero girare delle scene di combattimento così violente.”

 

Con questa frase Takashi Miike ci descrive il grande rapporto di fiducia che ha instaurato con la crew degli attori e con i coreografi delle scene di combattimento in occasione della sua ultima fatica, “Jusan-nin no Shikaku” (in italiano “13 Assassini”), presentata al Festival di Venezia del 2010.

Il film è una sperimentazione rispetto a ciò che il prolifico cineasta nipponico ci ha proposto finora: l’opera viene annoverata nel filone tematico del Jidai-Geki, che in giapponese significa “rappresentazione del periodo” (storico) e che racconta vicende di samurai, shinobi, shogun, ma anche contadini e commercianti negli anni compresi tra il 1603 e il 1874; a mio avviso, tuttavia, sembrerebbe più appropriato parlare di “Jusan-nin no Shikaku” come un rappresentante del genere Chambara, che indica tutte quelle rappresentazioni che si appropriano e fanno del combattimento con la katana il loro tema portante. È infatti la prima esperienza filmica “violenta” di Miike in cui i personaggi si affettano a fil di lama invece che crivellarsi tra loro a colpi di pistola.

Tuttavia le due fazioni contendenti dovranno innanzitutto incontrarsi, e prima di farlo verrà superata ampiamente la prima metà della pellicola che inizia con l’harakiri del vassallo del clan Akashi, Zusho Mamiya. Già in questa scena si nota l’esperta mano registica di Miike, che ci propone immagini trasudanti violenza, ma anche rispetto: la prima si esprime con i crudi suoni del wakizashi che incide profondamente carne e interiora, il secondo non mostrando mai le ferite che il nobile si provoca e mantenendo centrato sul suo viso il breve piano sequenza (scena perfettamente supportata da una prova attorica sublime di Masaaki Uchino, concentrata in pochi, fatali attimi). È in seguito a questo atto di protesta verso il nuovo signore feudale, Naritsugu Matsudaira, emblema della malvagità e del caos, che il gran ciambellano contatta Shinzaemon, samurai di grande valore e saggezza, per eliminarlo una volta per tutte. Anche in questo particolare momento dell’intreccio il cineasta si esprime in un paio di virtuosismi di macchina particolarmente degni di nota: il primo si ha mentre il ciambellano descrive la storia di suo figlio e sua cognata, profondamente disonorati dal malefico signore feudale, quando la telecamera si avvicina sempre di più al sofferente cortigiano con un dolce dolly che sembra quasi cercare di abbracciarlo per alleviare il suo immenso dolore; il secondo si ha quando lo stesso ciambellano mostra a Shinzaemon il risultato delle violenze di Naritsugu perpetuate su una giovane ragazza della quale era stato distrutto il villaggio, prima violentata e poi menomata di gambe, braccia e lingua e quando Shinzaemon legge la scritta “Massacro Totale” e con un raccordo dall’effetto terrificante la macchina da presa passa sul viso distorto della poveretta urlante. È dopo questa scena che Shinzaemon inizia a reclutare uomini. Per la precisione 11, che aumenteranno poi a 12 (13 con Shinzaemon) sul cammino verso il luogo dell’imboscata organizzata per Naritsugu e il suo inaspettatamente numeroso esercito. Il piccolo villaggio dove il nobile e la sua “scorta” resteranno intrappolati si trasforma di colpo in un mortifero labirinto del terrore: campi minati, buoi impazziti (ricreati con una grafica computer piuttosto scadente), tempeste di frecce, muri mobili invalicabili che dividono in sottogruppi il numeroso esercito del signore feudale. Ma le parti migliori dell’imboscata sono quelle dei corpo a corpo nudi e crudi: di particolare effetto coreografico la ferocissima carica di Hirayama Kujūrō alla marmaglia di manichini impietosamente destinati a rapido trapasso sul campo di spade, dove il ronin dopo ogni assalto sfila da terra un’altra katana, la usa per due o tre fendenti, la lascia cadere e infine ne afferra una nuova, dando forma così ad una mirabolante catena assassina.

Grande supporto della macchina da presa, sapiente e rapida come i colpi dei maestri di spada. Grandi acrobazie. Visi contriti dal furore. Ma per la verità, poco splatter. Non lo splatter di “Planet Terror” e Peter Jackson, quello delle interiora e dei pezzi di uomo volanti, fiotti di sangue sparati come da un idrante. Niente di tutto questo, perlomeno. Solo qualche testa che cade e rotola sul fango. Miike ci propone un’altra violenza: una violenza del cinema, dei movimenti di macchina e dei raccordi, del rumore delle lame che cozzano tra loro o affondano nella carne lercia dei combattenti. La violenza vera di “Jusan-nin no Shikaku” parte dal primo minuto, con la rigidità del collo di Mamiya che strozza in gola il grido di atroce dolore. Col rumore delle sue interiora che si spappolano. Lo splatter di Miike è sottile e riesce ad insinuarsi nei meandri del cervello e dell’anima attraverso i marchingegni del cinema, di cui lui è certamente un virtuoso manipolatore. Una spiazzante sorpresa.

Ecco per voi il traler italiano!

 Buona visione :)!

Benvenuti nel Foro di Moore!

Vorrei innanzitutto ringraziare la persona che mi ha stimolato al punto da decidere di partecipare a questo progetto: il Dottor Luigi Nepi, che alla sua prima esperienza di Laboratorio di Critica Cinematografica presso la sede di Prato dell’Università di Firenze, del corso Progeas, ha saputo toccare il mio animo nel profondo, generando riflessioni e suggestioni, contribuendo alla mia crescita.

Grazie ancora, Luigi (spero ormai di poterti chiamare così :)!), dell’occasione e della fiducia che mi concedi. Spero di poter lavorare a questo progetto a lungo e crescere ancora insieme ad esso.

Mi permetto di dare il via a questo progetto attraverso questa foto. Si tratta della Figura Squadrata con Taglio, di Henry Moore, del 1974. Donata dal maestro a Prato, questa scultura in marmo bianco ha sempre suscitato le più diverse suggestioni in riferimento al suo significato, secondo le persone cui chiedevo informazioni in proposito: c’era addirittura chi ci vedeva una donna col bambino! Tutto questo per dire che ognuno, in base al proprio background, vede nel reale un sottotesto tutto personale. L’opera in sé è una summa della vita artistica di Moore, che esplorava lo spazio penetrandolo e accogliendolo in sé attraverso le proprie masse quasi di natura metamorfica (un po’ come faceva Naum Gabo, suo contemporaneo, attraverso scelte stilistiche e formali diverse): ad ogni ora del giorno si assiste  infatti ad una nuova Figura Squadrata con Taglio in virtù dello spostamento della luce del sole, che crea nuovi punti di luce e ombra.

Ma la riflessione che vorrei proporvi è quella fondante il progetto: vedete il foro, che arriva a terra tagliando l’anello, dando quasi l’idea di una serratura. Una serratura che apre forse una porta, ma verso dove? Forse (mi piacerebbe fosse così) verso nuove emotività, nuovi pensieri, nuove crescite. Ma il tutto dipende da voi, cari lettori, perché ognuno di voi è una chiave per aprire un nuovo spazio del proprio animo. Io posso darvi l’input, la serratura appunto. Lo spunto per aprire, e quindi aprirsi a sé stessi. E cercherò di farlo nel miglior modo possibile, come Luigi ha fatto con me.

Buona lettura, e a presto :)!